CONTROSCENA

Un "Giudizio universale" a colpi di gag


La differenza decisiva fra «Il giudizio universale» di De Sica e l'omonimo spettacolo teatrale (è in scena all'Augusteo) che Armando Pugliese ha tratto dalla sceneggiatura di Zavattini sta nel fatto che nel film, pur essendo la trama ambientata a Napoli, nessuno degl'interpreti principali era napoletano, mentre, al contrario, nello spettacolo teatrale ci sono soltanto interpreti napoletani.   Ne consegue (ed ecco perché la differenza è decisiva) che il tono grottesco, la cadenza surreale e l'iperbole paradossale assicurati al film da interpreti quali, poniamo, Alberto Sordi e Fernandel, Paolo Stoppa e Melina Mercouri, Renato Rascel e Vittorio Gassman cedono il passo, nello spettacolo teatrale, al naturalismo spinto e alla comicità ruspante. Ed è con questo che deve misurarsi l'idea-chiave, davvero non male, posta alla base dell'adattamento e della regia di Pugliese.   Del film di De Sica e Zavattini vengono qui prescelti gli episodi relativi al politico, al faccendiere, al venditore di bambini, al cameriere d'albergo licenziato e ai due disoccupati che cercano il posto di custode al San Carlo. E l'idea suddetta consiste nel fondere i due disoccupati in un solo personaggio che fa da filo conduttore anche agli altri quattro episodi: Pugliese, dunque, avrebbe pensato a una sorta di Virgilio, con la parte di Dante affidata a noi spettatori.   Peraltro, aggiungo, si poteva pensare (come forse fece Zavattini) pure alla novella di Panzini «La valigetta misteriosa». Giacché i conati di sincerità che prendono taluni dei personaggi all'annuncio del Giudizio, e che subito rientrano quando la terribile sentenza paventata si vanifica, richiamano molto da vicino la considerazione proposta dallo scrittore senigalliese: «La verità allo stato puro è un gas irrespirabile, incompatibile con la vita».   È facile, però, immaginare che cosa succede. Il naturalismo e la comicità di cui sopra trasformano l'inferno, il purgatorio e il paradiso di questa «Commedia» napoletana in un'unica arena che vede i vari Mimmo Esposito, Ernesto Lama, Imma Villa, Gigio Morra, Francesco Paolantoni e Giacomo Rizzo sfidarsi a colpi di gag e di lazzi. Molto più intrigante, e giustamente allusiva, è la cornice visiva e sonora, che conta sull'impianto scenografico a più livelli di Andrea Taddei e, specialmente, sulle musiche di Giuliano Sangiorgi, il leader dei Negramaro che, per straniare il tutto, accoglie persino gli stilemi del melodramma e del gospel.                                                     Enrico Fiore(«Il Mattino», 24 ottobre 2011)