Questo spettacolo - «Dignità autonome di prostituzione» di Luciano Melchionna, che ha aperto la stagione del Bellini - possiamo prenderlo come un gioco puro e semplice, che in quanto tale si esaurisce in sé, o come un gioco tendenzioso, che esce da sé per diventare allusione allo stato generale del teatro. Ed è evidente che la prima ipotesi coincide con la fruizione, la seconda con la riflessione che, negli spettatori più avvertiti, arriva dopo la fruizione e si spinge al di là della rappresentazione. In un tripudio di luci rosse a partire dalla facciata del teatro, si viene accolti, entrando, da un eclatante facsimile di Raffaella Carrà che si dimena su un monumentale trono circonfuso di lampadine. E subito - con il viatico di «Vissi d'arte», della preghiera per i circensi del clown Totò e del coro rap «Macellaio, siamo incazzati / ancora di più perché dici cazzate» - si mette mano ai «dollarini» ricevuti in dotazione per comprare le prestazioni (leggi i monologhi, anche con prelievi da Shakespeare, Dostoevskij e Pirandello) delle «prostitute» e dei «prostituti» in offerta. Io, bruciando con uno scatto da centometrista la concorrenza di spettatori e colleghi, ho comprato per primo Paola Barale nelle vesti della Stregona. E sotto il fuoco di fila degli sguardi d'invidia, mi sono involato con lei, per seminare e depistare gli altri, clienti o guardoni che fossero, su e giù per le scale e gli anfratti del Bellini. Fino alla sua stanza, immersa nella penombra (rossastra, manco a dirlo) determinata da scarsi lumini disseminati sul pavimento. La Stregona-Barale mi ha fatto sedere a gambe incrociate su un tappeto, mi ha tenuto le mani, mi ha girato intorno carponi e in piedi, mi ha accarezzato la schiena con la sua criniera bionda, mi ha abbracciato stretto incollandomi sul giubbotto una piuma (sì, avete indovinato: rossa) del costume che indossava. E per tutto il tempo mi ha sussurrato un lungo mantra sulla necessità di non smarrire la mia identità profonda e di non restare sepolto sotto i rottami del mondo. Bella, brava e, a tratti, persino un po' inquietante. Mi è costata due «dollarini», la «maîtresse» ne voleva tre. Un vero affare. E all'uscita dalla «casa chiusa» - tutti con un pudico velo in testa, a far la parte di «bizzoche» per non insospettire la polizia - ecco la riflessione di cui all'inizio. Innescata dalla citazione dell'articolo 9 della Costituzione che ci era stata proposta in apertura: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura». Già, fra i rottami del mondo c'è anche il teatro, troppo spesso costretto a soggiacere, per l'appunto, alle leggi becere del commercio. Enrico Fiore(«Il Mattino», 29 ottobre 2011)
Teatro a luci rosse fra gioco e denuncia
Questo spettacolo - «Dignità autonome di prostituzione» di Luciano Melchionna, che ha aperto la stagione del Bellini - possiamo prenderlo come un gioco puro e semplice, che in quanto tale si esaurisce in sé, o come un gioco tendenzioso, che esce da sé per diventare allusione allo stato generale del teatro. Ed è evidente che la prima ipotesi coincide con la fruizione, la seconda con la riflessione che, negli spettatori più avvertiti, arriva dopo la fruizione e si spinge al di là della rappresentazione. In un tripudio di luci rosse a partire dalla facciata del teatro, si viene accolti, entrando, da un eclatante facsimile di Raffaella Carrà che si dimena su un monumentale trono circonfuso di lampadine. E subito - con il viatico di «Vissi d'arte», della preghiera per i circensi del clown Totò e del coro rap «Macellaio, siamo incazzati / ancora di più perché dici cazzate» - si mette mano ai «dollarini» ricevuti in dotazione per comprare le prestazioni (leggi i monologhi, anche con prelievi da Shakespeare, Dostoevskij e Pirandello) delle «prostitute» e dei «prostituti» in offerta. Io, bruciando con uno scatto da centometrista la concorrenza di spettatori e colleghi, ho comprato per primo Paola Barale nelle vesti della Stregona. E sotto il fuoco di fila degli sguardi d'invidia, mi sono involato con lei, per seminare e depistare gli altri, clienti o guardoni che fossero, su e giù per le scale e gli anfratti del Bellini. Fino alla sua stanza, immersa nella penombra (rossastra, manco a dirlo) determinata da scarsi lumini disseminati sul pavimento. La Stregona-Barale mi ha fatto sedere a gambe incrociate su un tappeto, mi ha tenuto le mani, mi ha girato intorno carponi e in piedi, mi ha accarezzato la schiena con la sua criniera bionda, mi ha abbracciato stretto incollandomi sul giubbotto una piuma (sì, avete indovinato: rossa) del costume che indossava. E per tutto il tempo mi ha sussurrato un lungo mantra sulla necessità di non smarrire la mia identità profonda e di non restare sepolto sotto i rottami del mondo. Bella, brava e, a tratti, persino un po' inquietante. Mi è costata due «dollarini», la «maîtresse» ne voleva tre. Un vero affare. E all'uscita dalla «casa chiusa» - tutti con un pudico velo in testa, a far la parte di «bizzoche» per non insospettire la polizia - ecco la riflessione di cui all'inizio. Innescata dalla citazione dell'articolo 9 della Costituzione che ci era stata proposta in apertura: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura». Già, fra i rottami del mondo c'è anche il teatro, troppo spesso costretto a soggiacere, per l'appunto, alle leggi becere del commercio. Enrico Fiore(«Il Mattino», 29 ottobre 2011)