Sempre più spesso mi torna in mente l'ultimo verso della poesia di Eduardo «'A sagliuta»: «Chi more doppo, more overamente». Eduardo parlava della solitudine e della rassegnazione di chi si ritrova a sopravvivere «mmiez'a nu munno nuovo», pieno di gente ma senza amici. E ancora, e prepotente, s'è riaffacciato quel verso nel cervello e nel cuore, adesso che - a 69 anni, vinta da una crudele malattia (i funerali alle 12,30 di oggi, presso la chiesa di San Francesco d'Assisi) - se n'è andata pure Mariolina Mirra. Perché (e stavolta davvero non si tratta della solita frase fatta) con lei scompare un altro pezzo significativo del mondo che conoscevamo e amavamo: e non parlo soltanto del mondo del teatro. Mariolina era una figlia d'arte nel senso più autentico, alto e pieno dell'espressione: in quanto figlia del Giovanni De Gaudio che all'inizio degli anni Trenta (per l'esattezza, come annunciò il giorno prima «Il Mattino», l'inaugurazione avvenne alla presenza del principe ereditario Umberto di Savoia il 16 marzo del 1933) aprì quel teatro Diana che fu un emblema del nascente ed elegante quartiere del Vomero e da subito, infatti, prese ad ospitare i maggiori esponenti della scena ufficiale, da Zacconi alle sorelle Gramatica, dalla Borboni ad Armando Gill, da Lucy d'Albert a Beniamino Gigli, da Viviani a Totò. E sempre sotto specie di simbolo, fu sul palcoscenico del Diana che si verificò la clamorosa rottura dei rapporti fra Eduardo e il fratello Peppino. Poi, riemerso nel '48 dalle macerie della guerra, il Diana venne guidato a nuovi e altrettanto prestigiosi traguardi per l'appunto da Mariolina, affiancata dalla sagacia organizzativa del marito Lucio. E sul suo palcoscenico si alternarono - cito a caso, ovviamente - i vari Luigi e Luca De Filippo, Enrico Maria Salerno, Valeria Moriconi, Mariangela Melato, Vittorio Gassman, i Maggio, Giorgio Gaber, Umberto Orsini, Nino Manfredi, Aldo e Carlo Giuffré, Dario Fo, Giorgio Albertazzi, Gabriele Lavia e Monica Guerritore, Glauco Mauri, Rossella Falk, Claudia Cardinale, Anna Proclemer, Lina Sastri… Mi fermo, l'elenco sarebbe infinito. Aggiungo solo che sempre al Diana vedemmo nel '96 «Le ultime lune», l'addio alle scene e alla vita di Marcello Mastroianni. E a parte le ospitalità, non meno decisive furono le produzioni, varate, certo, con la supervisione tecnica e amministrativa di Lucio, ma sempre ispirate da Mariolina, sulla traccia di un gusto preciso e di un intuito e una lungimiranza rari: si va, tanto per citare solo qualche titolo, da «Pane altrui» di Turgenev a «L'amico del cuore» di Vincenzo Salemme, da «Natale in casa Cupiello» di Eduardo a «Il piacere dell'onestà» di Pirandello, da «Margherita Gautier, la signora dalle camelie» di Patroni Griffi a «Oberon» di Chiti con Pupella Maggio protagonista. E a riprova del loro livello, non poche di queste produzioni ottennero il Biglietto d'Oro, il riconoscimento destinato dall'Agis agli spettacoli italiani con il maggior numero di spettatori. Non fu un caso, insomma, se «Il Mattino», per commemorare Eduardo a dieci anni dalla scomparsa, scelse nell'ottobre del '94 proprio il palcoscenico del teatro di via Luca Giordano. E sì, poteva essere contenta della sua creatura, che aveva aiutato a crescere e a diventare forte, la donna che, bambina, in quella lontana sera del '48 tagliò sul palcoscenico del riaperto Diana il nastro tricolore del nuovo sipario. Ma voglio concludere con il ricordo di certe cene per pochissimi a casa dei Mirra. Mariolina sapeva coniugare il ruolo di perfetta padrona di casa e quello d'infallibile animatrice, tanto dei convenevoli quanto delle discussioni. Penso, in particolare, a come fece da sponda allo stile, alla misura, all'elegante fusione d'accenti dispiegati da Aroldo Tieri appena una mezz'ora dopo aver smesso i panni del Lord Goring di «Un marito ideale» di Oscar Wilde; o alla sottile manovra «provocatoria» con cui spinse Alberto Lionello a fustigare la pigrizia di tanti dei suoi colleghi più giovani. Già. Più volte, negli ultimi tempi, Mariolina mi disse: «Noi apparteniamo a un altro mondo». Era, il suo, lo stesso rimpianto di Eduardo. Enrico Fiore(«Il Mattino», 5 novembre 2011)
Addio a Mariolina Mirra
Sempre più spesso mi torna in mente l'ultimo verso della poesia di Eduardo «'A sagliuta»: «Chi more doppo, more overamente». Eduardo parlava della solitudine e della rassegnazione di chi si ritrova a sopravvivere «mmiez'a nu munno nuovo», pieno di gente ma senza amici. E ancora, e prepotente, s'è riaffacciato quel verso nel cervello e nel cuore, adesso che - a 69 anni, vinta da una crudele malattia (i funerali alle 12,30 di oggi, presso la chiesa di San Francesco d'Assisi) - se n'è andata pure Mariolina Mirra. Perché (e stavolta davvero non si tratta della solita frase fatta) con lei scompare un altro pezzo significativo del mondo che conoscevamo e amavamo: e non parlo soltanto del mondo del teatro. Mariolina era una figlia d'arte nel senso più autentico, alto e pieno dell'espressione: in quanto figlia del Giovanni De Gaudio che all'inizio degli anni Trenta (per l'esattezza, come annunciò il giorno prima «Il Mattino», l'inaugurazione avvenne alla presenza del principe ereditario Umberto di Savoia il 16 marzo del 1933) aprì quel teatro Diana che fu un emblema del nascente ed elegante quartiere del Vomero e da subito, infatti, prese ad ospitare i maggiori esponenti della scena ufficiale, da Zacconi alle sorelle Gramatica, dalla Borboni ad Armando Gill, da Lucy d'Albert a Beniamino Gigli, da Viviani a Totò. E sempre sotto specie di simbolo, fu sul palcoscenico del Diana che si verificò la clamorosa rottura dei rapporti fra Eduardo e il fratello Peppino. Poi, riemerso nel '48 dalle macerie della guerra, il Diana venne guidato a nuovi e altrettanto prestigiosi traguardi per l'appunto da Mariolina, affiancata dalla sagacia organizzativa del marito Lucio. E sul suo palcoscenico si alternarono - cito a caso, ovviamente - i vari Luigi e Luca De Filippo, Enrico Maria Salerno, Valeria Moriconi, Mariangela Melato, Vittorio Gassman, i Maggio, Giorgio Gaber, Umberto Orsini, Nino Manfredi, Aldo e Carlo Giuffré, Dario Fo, Giorgio Albertazzi, Gabriele Lavia e Monica Guerritore, Glauco Mauri, Rossella Falk, Claudia Cardinale, Anna Proclemer, Lina Sastri… Mi fermo, l'elenco sarebbe infinito. Aggiungo solo che sempre al Diana vedemmo nel '96 «Le ultime lune», l'addio alle scene e alla vita di Marcello Mastroianni. E a parte le ospitalità, non meno decisive furono le produzioni, varate, certo, con la supervisione tecnica e amministrativa di Lucio, ma sempre ispirate da Mariolina, sulla traccia di un gusto preciso e di un intuito e una lungimiranza rari: si va, tanto per citare solo qualche titolo, da «Pane altrui» di Turgenev a «L'amico del cuore» di Vincenzo Salemme, da «Natale in casa Cupiello» di Eduardo a «Il piacere dell'onestà» di Pirandello, da «Margherita Gautier, la signora dalle camelie» di Patroni Griffi a «Oberon» di Chiti con Pupella Maggio protagonista. E a riprova del loro livello, non poche di queste produzioni ottennero il Biglietto d'Oro, il riconoscimento destinato dall'Agis agli spettacoli italiani con il maggior numero di spettatori. Non fu un caso, insomma, se «Il Mattino», per commemorare Eduardo a dieci anni dalla scomparsa, scelse nell'ottobre del '94 proprio il palcoscenico del teatro di via Luca Giordano. E sì, poteva essere contenta della sua creatura, che aveva aiutato a crescere e a diventare forte, la donna che, bambina, in quella lontana sera del '48 tagliò sul palcoscenico del riaperto Diana il nastro tricolore del nuovo sipario. Ma voglio concludere con il ricordo di certe cene per pochissimi a casa dei Mirra. Mariolina sapeva coniugare il ruolo di perfetta padrona di casa e quello d'infallibile animatrice, tanto dei convenevoli quanto delle discussioni. Penso, in particolare, a come fece da sponda allo stile, alla misura, all'elegante fusione d'accenti dispiegati da Aroldo Tieri appena una mezz'ora dopo aver smesso i panni del Lord Goring di «Un marito ideale» di Oscar Wilde; o alla sottile manovra «provocatoria» con cui spinse Alberto Lionello a fustigare la pigrizia di tanti dei suoi colleghi più giovani. Già. Più volte, negli ultimi tempi, Mariolina mi disse: «Noi apparteniamo a un altro mondo». Era, il suo, lo stesso rimpianto di Eduardo. Enrico Fiore(«Il Mattino», 5 novembre 2011)