CONTROSCENA

Ma Bennett è un'altra cosa


Incombono sulla scena, la cappella laterale di una chiesa anglicana, due piedoni rosei che potrebbero benissimo appartenere a una scultura di Botero: per il quale, ricordiamolo, l'innocenza e la dolcezza dell'ispirazione si traducono, nella fase creativa, in forme invadenti. Ed è lo stesso ossimoro che incarnano le due donne in campo: Lesley, un'attricetta che sogna di sfondare nel cinema, e Susan, la moglie alcoolizzata del vicario. Si confessano ciascuna per proprio conto. E mentre dell'una, che è un'esibizionista spudorata, finiamo per non sapere sostanzialmente nulla, l'altra pretenderebbe che del suo vizio, noto a tutti, sia a conoscenza solo la commessa dello spaccio.   Siamo, giusto, di fronte alla sproporzione di Botero fra il punto di partenza e l'approdo. E dunque - in quanto regista dell'allestimento dei due monologhi di Alan Bennett, «La sua grande occasione» e «Un letto fra le lenticchie», che Teatri Uniti e Teatro Franco Parenti presentano al Delle Palme - Licia Maglietta qualche idea non trascurabile la propone. Ma i risultati appaiono assai grami. Sarà per colpa della traduzione, non sappiamo fatta da chi; o sarà per colpa delle caratteristiche espressive delle due interpreti, visto che Nicoletta Maragno (Lesley) e la stessa Maglietta (Susan) non mi sembrano propriamente delle attrici comiche.   Soprattutto, non mi sembrano adatte al linguaggio di Bennett, alla raffinata e tuttavia irresistibile satira contro la «piccola folla eccelsa e avariata, spaccato tipico dell'Inghilterra di oggi» che popola i suoi testi. S'impegnano molto, per carità, e molto sono brave sul piano strettamente tecnico. Ma qui, che so, ci volevano - a parte, ovviamente, la stratosferica Franca Valeri - una Gisella Sofio o una Rosalina Neri.   Penso a che cosa, nel 2002, fu capace di fare Anna Marchesini con l'adattamento teatrale del romanzo di Bennett «La cerimonia del massaggio», ambientato anch'esso, guarda caso, in una chiesa anglicana: si rideva senza un attimo di respiro dall'inizio alla fine, e davvero fino alle lacrime. E invece, mercoledì sera, al Delle Palme non s'è sentita nemmeno una, dico una, risata degna del nome. Lo spettacolo, che dura appena un'ora e un quarto, è sembrato durare almeno il doppio.   Infatti, è statico e ripetitivo nell'alternarsi come palle da tennis delle confessioni sproloquianti sciorinate da Lesley e Susan. Sicché, purtroppo, la cronaca della «prima» deve registrare fughe reiterate e, al termine, applausi di pura cortesia.                                        Enrico Fiore(«Il Mattino», 12 novembre 2011)