«Se si ha una moglie bella è necessario credere ai fantasmi». Così, nell'introdurre l'edizione televisiva di «Questi fantasmi!» datata 1962, Eduardo si riferì a Pasquale Lojacono. E dunque, non poteva rispondere meglio all'interrogativo capitale che sempre ci si pone davanti a quella commedia: Pasquale Lojacono, appunto, ci crede o no, ai fantasmi? In breve, la sottile e persistente ambiguità che connota il plot di «Questi fantasmi!» serve a Eduardo soprattutto per garantire, e impareggiabilmente, la tenuta dello sviluppo drammaturgico. Ma la verità è che Pasquale Lojacono finge soltanto di credere ai fantasmi. Infatti, dichiara all'immancabile professor Santanna: «I fantasmi non esistono, li abbiamo creati noi, siamo noi i fantasmi...». E in altri termini - per inciso, giova ricordare che la commedia in questione rivela evidenti analogie con «Tutto per bene» di Pirandello - Pasquale s'ingegna, per proprio tornaconto, a cambiar di segno al mondo che lo circonda. Ancora una volta, insomma, voglio dire che in «Questi fantasmi!» s'accampa e deflagra l'autentico tema centrale della drammaturgia eduardiana: quello della vita messa fra parentesi, e sostituita da una sua «immagine» o, meglio, dal travestimento, dalla maschera che a turno c'impongono di adottare la società, l'impossibilità di un rapporto sincero fra gli uomini, l'interesse economico o il bisogno di trovare una consolazione di fronte a una quotidianità sentita come insopportabile. Invece - e sebbene abbia definito quel testo «misterioso e sfuggente», in bilico «sul filo dell'equivoco» - Massimo Ranieri, prima come regista e poi come protagonista dell'edizione di «Questi fantasmi!» andata in onda l'altra sera su Raiuno, punta deciso sull'ipotesi che Pasquale Lojacono ai fantasmi ci creda davvero. Lo dimostra, per cominciare, un'ambientazione segnata, in contrasto con le musiche «sospese» di Ennio Morricone, da un pertinace naturalismo: vedi le spesse ragnatele che avvolgono certi arredi, il rampicante secco e successivamente verdissimo che s'abbarbica all'inferriata del balcone, gli strappi nelle tende e nel parato. Il riscontro di tale naturalismo è poi costituito dalle invenzioni che - sullo sfondo dell'ibrida traduzione firmata dallo stesso Ranieri con Gualtiero Peirce (ah, il «Va trova dove stanno suonando» di Carmela!) - vengono adottate rispetto al testo originale: vedi lo schiaffo mollato da Maria a Gastone Califano che l'ha chiamata «prostituta» (secondo la didascalia di Eduardo Maria si limita a scoppiare a piangere). E queste invenzioni fanno il paio con la dimensione plateale in cui vengono calati, sempre a titolo d'esempio, la paura del Pasquale rimasto solo nell'appartamento (diventa una vera e propria pantomima), il mal di testa dichiarato da Gastone (diventa una zoppìa), il tic nervoso del «morticino» di Armida (diventa un reiterato suonare il violino) e il taglio della luce elettrica a Pasquale (diventa un mare di candele da cimitero). Per quanto riguarda, infine, la recitazione, annoto che Ranieri - per la verità molto più essenziale in confronto alle prove fornite in «Filumena Marturano» e «Napoli milionaria!» - si attesta su un ritmo accelerato che, mentre cancella le famose (e decisive, perché estremamente significanti) pause di Eduardo, tende a dare di Pasquale Lojacono l'idea, per l'appunto, di un fantaccino travolto dalle sue mitomanie. Per il resto, gli altri interpreti principali - Donatella Finocchiaro (Maria), Enzo Decaro (Gastone Califano) e Gianfranco Jannuzzo (Alfredo Marigliano) - si collocano nell'ambito del più classico sceneggiato televisivo. Il migliore mi sembra Ernesto Lama, un Raffaele, il portiere, sufficientemente laido e insinuante. Infine, c'è da registrare la non esaltante audience di tre milioni e seicentomila spettatori scarsi. Enrico Fiore(«Il Mattino», 18 novembre 2011)
Per Ranieri i fantasmi esistono davvero
«Se si ha una moglie bella è necessario credere ai fantasmi». Così, nell'introdurre l'edizione televisiva di «Questi fantasmi!» datata 1962, Eduardo si riferì a Pasquale Lojacono. E dunque, non poteva rispondere meglio all'interrogativo capitale che sempre ci si pone davanti a quella commedia: Pasquale Lojacono, appunto, ci crede o no, ai fantasmi? In breve, la sottile e persistente ambiguità che connota il plot di «Questi fantasmi!» serve a Eduardo soprattutto per garantire, e impareggiabilmente, la tenuta dello sviluppo drammaturgico. Ma la verità è che Pasquale Lojacono finge soltanto di credere ai fantasmi. Infatti, dichiara all'immancabile professor Santanna: «I fantasmi non esistono, li abbiamo creati noi, siamo noi i fantasmi...». E in altri termini - per inciso, giova ricordare che la commedia in questione rivela evidenti analogie con «Tutto per bene» di Pirandello - Pasquale s'ingegna, per proprio tornaconto, a cambiar di segno al mondo che lo circonda. Ancora una volta, insomma, voglio dire che in «Questi fantasmi!» s'accampa e deflagra l'autentico tema centrale della drammaturgia eduardiana: quello della vita messa fra parentesi, e sostituita da una sua «immagine» o, meglio, dal travestimento, dalla maschera che a turno c'impongono di adottare la società, l'impossibilità di un rapporto sincero fra gli uomini, l'interesse economico o il bisogno di trovare una consolazione di fronte a una quotidianità sentita come insopportabile. Invece - e sebbene abbia definito quel testo «misterioso e sfuggente», in bilico «sul filo dell'equivoco» - Massimo Ranieri, prima come regista e poi come protagonista dell'edizione di «Questi fantasmi!» andata in onda l'altra sera su Raiuno, punta deciso sull'ipotesi che Pasquale Lojacono ai fantasmi ci creda davvero. Lo dimostra, per cominciare, un'ambientazione segnata, in contrasto con le musiche «sospese» di Ennio Morricone, da un pertinace naturalismo: vedi le spesse ragnatele che avvolgono certi arredi, il rampicante secco e successivamente verdissimo che s'abbarbica all'inferriata del balcone, gli strappi nelle tende e nel parato. Il riscontro di tale naturalismo è poi costituito dalle invenzioni che - sullo sfondo dell'ibrida traduzione firmata dallo stesso Ranieri con Gualtiero Peirce (ah, il «Va trova dove stanno suonando» di Carmela!) - vengono adottate rispetto al testo originale: vedi lo schiaffo mollato da Maria a Gastone Califano che l'ha chiamata «prostituta» (secondo la didascalia di Eduardo Maria si limita a scoppiare a piangere). E queste invenzioni fanno il paio con la dimensione plateale in cui vengono calati, sempre a titolo d'esempio, la paura del Pasquale rimasto solo nell'appartamento (diventa una vera e propria pantomima), il mal di testa dichiarato da Gastone (diventa una zoppìa), il tic nervoso del «morticino» di Armida (diventa un reiterato suonare il violino) e il taglio della luce elettrica a Pasquale (diventa un mare di candele da cimitero). Per quanto riguarda, infine, la recitazione, annoto che Ranieri - per la verità molto più essenziale in confronto alle prove fornite in «Filumena Marturano» e «Napoli milionaria!» - si attesta su un ritmo accelerato che, mentre cancella le famose (e decisive, perché estremamente significanti) pause di Eduardo, tende a dare di Pasquale Lojacono l'idea, per l'appunto, di un fantaccino travolto dalle sue mitomanie. Per il resto, gli altri interpreti principali - Donatella Finocchiaro (Maria), Enzo Decaro (Gastone Califano) e Gianfranco Jannuzzo (Alfredo Marigliano) - si collocano nell'ambito del più classico sceneggiato televisivo. Il migliore mi sembra Ernesto Lama, un Raffaele, il portiere, sufficientemente laido e insinuante. Infine, c'è da registrare la non esaltante audience di tre milioni e seicentomila spettatori scarsi. Enrico Fiore(«Il Mattino», 18 novembre 2011)