CONTROSCENA

Romeo, Giulietta e Peppino Di Capri


Adesso la notissima vicenda si svolge, invece che a Verona, in un vicolo di Napoli. Ma se i coniugi Cappelletti si oppongono al matrimonio della loro diletta figliola, è solo perché il pretendente ha vent'anni più di lei. E quando, al mattino, la fanciulla si affaccia dal suo fatidico balcone cantando «Ah! che bell'aria fresca... ch'addore 'e malvarosa...», da sotto le danno il buongiorno da un lato un cumulo di monnezza e dall'altro il fidanzato in pectore che intona «Me chiamme ammore» con la voce e le mosse di Peppino Di Capri.   Basta per convincervi a vedere «La vera storia di Giulietta e Romeo», in scena al Totò? Se non basta, aggiungo che nel triplice ruolo di autore, regista e coprotagonista dello spettacolo in questione c'è Giacomo Rizzo, l'ultimo rappresentante di rango della gloriosa scuola del varietà napoletano. E infatti, il primo tempo consiste, praticamente, in un prologo che ha proprio lo scopo di tessere l'elogio di quel genere: si va dalla macchietta doc («'O nnammurato mio» di Viviani e «Canzone pettegola» di Boselli) ai ricorrenti, ma sempre irresistibili, cavalli di battaglia del mattatore.   La parte del leone la fanno, al riguardo, la macchietta «'A guardaporta» e, soprattutto, una prova de «La figlia di Iorio» in cui Rizzo ricalca, con ogni evidenza, il ruolo del suggeritore che si accollava, al fianco dei fratelli Giuffré, in quella «Francesca da Rimini» che costituisce senza alcun dubbio uno degli spettacoli più divertenti (se non il più divertente in assoluto) mai allestiti a Napoli.   Nel secondo tempo, poi, s'accampa il non meno trascinante riattraversamento della tragedia shakespeariana sulla base della parodia di una nutrita antologia di canzoni-chiave, napoletane e non. E anche qui, giovandosi dei funzionali arrangiamenti di Tony Sorrentino eseguiti dal vivo, Rizzo-Romeo spopola a man bassa, persino mettendoci un pizzico d'autoironia. Brava (salvo qualche strillo di troppo) anche Carla Schiavone nel ruolo di Giulietta. E non sfigurano i «Cappelletti» Antonio Romano e Simona Esposito. A tutti gli applausi diluvianti di un teatro davvero pieno come il proverbiale uovo.                                              Enrico Fiore(«Il Mattino», 28 dicembre 2012)