CONTROSCENA

Gara di nudo da Tiffany


Piero Maccarinelli - regista della «Colazione da Tiffany» che Gli Ipocriti presentano al Diana - dichiara nelle sue note di tener presente, più che il celebre film di Blake Edwards con Audrey Hepburn, l'omonimo romanzo breve di Truman Capote nell'adattamento teatrale di Samuel Adamson. E ipotizza (per la verità ricalcando «Colazione con Audrey», il libro di Sam Wasson citato nel programma di sala) che dietro lo scrittore William Parsons e Holly Golightly si celino lo stesso Capote e sua madre Nina.   Uno, dunque, si aspetterebbe un gioco di doppi, una girandola di allusioni, un labirinto di scatole cinesi piene di sovrapposizioni e slittamenti di senso. E invece siamo alle solite. Contrariamente alle promesse, lo spettacolo consiste nel raccontino facile facile, con il puro scopo dell'intrattenimento, di una vicenda che oggi non intriga più di tanto: quella, appunto, dell'amore nato nell'anno di grazia 1943 tra William e Holly, venuta a New York dal Sud e perennemente «in transito» (così è scritto sulla sua cassetta della posta) fra una vita confusamente allegra, fatta anche di prostituzione a buon mercato, e il sogno di sposare un miliardario.   Una materia così anemica Maccarinelli tenta di rinvigorirla con tutti gli espedienti possibili: gli effetti di zoom che portano in primo piano il bancone del barista Joe Bell e la vetrina di Tiffany, la colonna sonora fatta dei più classici hits d'epoca e, specialmente, i nudi integrali di Holly e William, ossia di Francesca Inaudi e Lorenzo Lavia. E questi ultimi costituiscono, di fatto, l'unico aspetto interessante della rappresentazione.   Non si tratta di un entusiasmo da voyeur. Così come non si tratta dei gusti sessuali di chi scrive se qui si afferma che, nella gara fra i due attori desnudi, vince a man bassa la Inaudi: è che gestire con naturalezza e spiritosa disinvoltura la propria nudità per una buona manciata di minuti, ciò che fa la Francesca, fornisce una prova decisiva (starei per dire tangibile...) di come, fra le attrici trasferite dal grande schermo sul palcoscenico, lei sia una delle migliori.   Ma, naturalmente, la Inaudi sa fare anche altro, per esempio canta con risultati apprezzabili «Over the rainbow». Mentre, si sarà capito, Lorenzo Lavia appare alquanto impacciato, e non solo quando è nudo. Fra gli altri si distinguono Mauro Marino (l'agente hollywoodiano di second'ordine Berman), Anna Zapparoli (la frustrata cantante lirica Madame Spanella) e Pietro Masotti (il diplomatico brasiliano Josè Ybarra-Jaegar).                                          Enrico Fiore(«Il Mattino», 5 febbraio 2012)