CONTROSCENA

Gifuni tra Gadda e Carmelo Bene


Sono molte le parentele attribuibili e, di fatto, attribuite a Carlo Emilio Gadda: Contini, per esempio, gli attribuì quelle con Porta, Belli, Folengo, Rabelais, Joyce, Dossi, Céline e Grass; e adesso Fabrizio Gifuni - autore e protagonista de «L'ingegner Gadda va alla guerra», lo spettacolo in scena alla Galleria Toledo per la regia di Giuseppe Bertolucci - gli attribuisce, addirittura, quella con Shakespeare.   Il sottotitolo, infatti, recita «o della tragica istoria di Amleto Pirobutirro», fondendo l'eponimo antieroe del Bardo e quello gaddiano de «La cognizione del dolore», Gonzalo Pirobutirro d'Eltino. E si tratta di un accostamento, lo dico subito e senza esitazione alcuna, tanto vertiginoso quanto fondato. Basterebbe considerare che «La cognizione del dolore» (così come, del resto, l'altro romanzo capitale di Gadda, «Quer pasticciaccio brutto de via Merulana») è un testo incompiuto, ossia un frammento, e che in tal senso incompiuto è anche «Amleto», sotto il profilo sia del testo (puro catalogo dei relitti del mondo) sia del suo personaggio centrale (nudo paradigma del fallimento dell'uomo moderno).   Ebbene, l'acutezza di analisi qui dispiegata, e che Bertolucci traduce sul piano della rappresentazione con geometrica strategia, trova un perfetto riscontro nella «forma» assunta dall'interprete: quella di una marionetta disarticolata ed esagitata che si esprime, giusto, con una recitazione frammentata ed irta di sincopi.   Per la cronaca, lo spettacolo utilizza - a disegnare un ritratto dell'Italia che attiene alla satira, alla politica e, soprattutto, alla morale - i testi gaddiani «Giornale di guerra e di prigionia», relativo alla partecipazione dell'Ingegnere al primo conflitto mondiale, ed «Eros e Priapo», il pamphlet, ad un tempo feroce e comicissimo, dedicato alla psicopatologia erotica del fascismo. Ma, naturalmente, ciò che conta è la prova che in rapporto ad essi (e, s'intende, all'«Amleto» shakespeariano) fornisce Gifuni.   Non so rivolgere, a questa prova, elogio più esauriente del constatare che si colloca nella scia di Carmelo Bene. Gifuni cancella gli «enjambements» fra i vari elementi della frase, di modo che, liberate dalla prigione del significato, le parole diventano, da semplice veicolo di senso, esse medesime (ed anzi, esse soltanto) produttrici di senso.   È la «mostruosa miscela» (e di «mostruoso» parla Gifuni in merito alla propria «finzione») che La Bruyère individuò, per l'appunto, nelle operazioni di Rabelais.                                          Enrico Fiore(«Il Mattino», 11 febbraio 2012)