Si conferma con «Requie a l'anema soja...» - dà il titolo allo spettacolo di Alfonso Santagata in scena al Nuovo e comprendente anche «Il cilindro» - che gli atti unici inscritti nella «Cantata dei giorni pari» costituiscono il vero e proprio laboratorio (insieme drammaturgico e linguistico) nel quale Eduardo sperimenta i contenuti e le forme di quelli che poi saranno i suoi testi maggiori. Basta considerare che la pantomima di Enrico, il commesso viaggiatore rimasto solo e terrorizzato nell'appartamento in cui poche ore prima è morto il suo padrone di casa, anticipa con ogni evidenza quella di Pasquale Lojacono all'inizio di «Questi fantasmi!». E non è un caso che - rispetto a «Requie a l'anema soja...», datato 1926 e ribattezzato nel '52 «I morti non fanno paura» - «Il cilindro», datato 1965, trasformi la morte, che lì risultava depotenziata e svilita da una vita assai più forte e crudele (è l'accoltellamento di un condomino che libera Enrico dalla paura del defunto), nell'artificio (la finta morte di Rodolfo, marito della finta prostituta Rita) inteso, con l'aiuto dell'intimidatorio cilindro da teatro di Agostino Muscariello, a gabbare i gonzi e, quindi, ad assicurare la sopravvivenza quotidiana. In breve, «Il cilindro» dimostra come, a distanza di trentanove anni dall'approccio del '26, Eduardo abbia ormai perfettamente appreso la lezione pirandelliana. E Santagata sottolinea tutto questo con invenzioni oltremodo pertinenti: a partire dall'ambiente astratto (è, giusto, l'astrattezza del teorema) in cui viene calata l'azione, con i personaggi e gli arredi che si stagliano nel vuoto e nel nero come i «ready-made» di Duchamp. Né da meno appare la prefica «en travesti» Virginia (ancora la maschera pirandelliana!) che fa da collegamento fra i due atti unici in questione. E molto bravi sono gl'interpreti: accanto allo stesso Santagata (Enrico e Agostino), un'eccellente Giovanna Giuliani (Amalia e Rita) e, via via, Massimiliano Poli (Rodolfo e Pietro Tuppo), Johnny Lodi (Virginia e Attilio), Rossana Gay (Carmela e Bettina) e Francesco Pennacchia (il portiere Nicola e i clienti di Rita). Insomma - in questa magrissima stagione - uno dei rari spettacoli da non perdere. Enrico Fiore(«Il Mattino», 7 marzo 2013)
Eduardo fra Pirandello e Duchamp
Si conferma con «Requie a l'anema soja...» - dà il titolo allo spettacolo di Alfonso Santagata in scena al Nuovo e comprendente anche «Il cilindro» - che gli atti unici inscritti nella «Cantata dei giorni pari» costituiscono il vero e proprio laboratorio (insieme drammaturgico e linguistico) nel quale Eduardo sperimenta i contenuti e le forme di quelli che poi saranno i suoi testi maggiori. Basta considerare che la pantomima di Enrico, il commesso viaggiatore rimasto solo e terrorizzato nell'appartamento in cui poche ore prima è morto il suo padrone di casa, anticipa con ogni evidenza quella di Pasquale Lojacono all'inizio di «Questi fantasmi!». E non è un caso che - rispetto a «Requie a l'anema soja...», datato 1926 e ribattezzato nel '52 «I morti non fanno paura» - «Il cilindro», datato 1965, trasformi la morte, che lì risultava depotenziata e svilita da una vita assai più forte e crudele (è l'accoltellamento di un condomino che libera Enrico dalla paura del defunto), nell'artificio (la finta morte di Rodolfo, marito della finta prostituta Rita) inteso, con l'aiuto dell'intimidatorio cilindro da teatro di Agostino Muscariello, a gabbare i gonzi e, quindi, ad assicurare la sopravvivenza quotidiana. In breve, «Il cilindro» dimostra come, a distanza di trentanove anni dall'approccio del '26, Eduardo abbia ormai perfettamente appreso la lezione pirandelliana. E Santagata sottolinea tutto questo con invenzioni oltremodo pertinenti: a partire dall'ambiente astratto (è, giusto, l'astrattezza del teorema) in cui viene calata l'azione, con i personaggi e gli arredi che si stagliano nel vuoto e nel nero come i «ready-made» di Duchamp. Né da meno appare la prefica «en travesti» Virginia (ancora la maschera pirandelliana!) che fa da collegamento fra i due atti unici in questione. E molto bravi sono gl'interpreti: accanto allo stesso Santagata (Enrico e Agostino), un'eccellente Giovanna Giuliani (Amalia e Rita) e, via via, Massimiliano Poli (Rodolfo e Pietro Tuppo), Johnny Lodi (Virginia e Attilio), Rossana Gay (Carmela e Bettina) e Francesco Pennacchia (il portiere Nicola e i clienti di Rita). Insomma - in questa magrissima stagione - uno dei rari spettacoli da non perdere. Enrico Fiore(«Il Mattino», 7 marzo 2013)