È interessante notare che «20 novembre» - il monologo di Lars Norén che il Piccolo di Milano presenta al Nuovo - rimanda a un altro testo dell'acclamato autore svedese, datato 1994 e non a caso intitolato «Sangue». Infatti, «20 novembre» s'ispira alla vicenda di Sebastian Bosse, l'adolescente tedesco che nel 2006 sparò a insegnanti e compagni di scuola per poi uccidersi; e «Sangue» narrava di due coniugi che vanno entrambi a letto con un giovanotto sconosciuto che poi scoprono essere il figlio smarrito quando aveva sette anni e che, adesso, finirà per macellarli con un coltellaccio affilato. Evidentissima, dunque, appare la somiglianza fra i due personaggi in questione: son rimasti privi («20 novembre» lo dice esplicitamente, «Sangue» sotto metafora) dell'ascolto da parte dei genitori e, in genere, della società. Ma, venendo all'allestimento di «20 novembre» proposto al Nuovo, sembra che la regia di Fausto Russo Alesi voglia allontanare Sebastian Bosse dalla pura cronaca della sua personale vicenda per trasformarlo - vedi, almeno, la cintura di candelotti d'esplosivo che indossa - in un qualsiasi kamikaze dei giorni nostri (e nel terzo del progetto sul Fondamentalismo di Antonio Latella...). Ad ogni modo, intorno a Sebastian vengono sistemati sul palcoscenico manichini, attori e spettatori veri: a indicare da un lato la «sordità» e l'ipocrisia dell'ambiente in cui il ragazzo è cresciuto e dall'altro il ruolo di testimone affidato (come in un allestimento di «Sangue» diretto nel '98 da Werner Schroeter) al pubblico. E di conseguenza, il momento più alto e significativo dello spettacolo arriva quando Sebastian dice che la sua vera arma è la vita che ha vissuto. Fatte le debite differenze, mi è tornata in mente la definizione che Pratolini diede del suicidio di Luigi Incoronato: «Un grido d'aiuto troppo tardi ascoltato». Infine, la prova di Fausto Russo Alesi in quanto attore. Vanno benissimo, rispetto a quanto detto sopra, il tono e la cadenza da basso continuo che lui adotta in perfetta sincronia con l'impassibile scorrere su vari monitor di un conto alla rovescia. Ma perché, allora, quei reiterati e contraddittori e urlati scoppi di rabbia? Enrico Fiore(«Il Mattino», 12 novembre 2010)
Se lo studente è un kamikaze
È interessante notare che «20 novembre» - il monologo di Lars Norén che il Piccolo di Milano presenta al Nuovo - rimanda a un altro testo dell'acclamato autore svedese, datato 1994 e non a caso intitolato «Sangue». Infatti, «20 novembre» s'ispira alla vicenda di Sebastian Bosse, l'adolescente tedesco che nel 2006 sparò a insegnanti e compagni di scuola per poi uccidersi; e «Sangue» narrava di due coniugi che vanno entrambi a letto con un giovanotto sconosciuto che poi scoprono essere il figlio smarrito quando aveva sette anni e che, adesso, finirà per macellarli con un coltellaccio affilato. Evidentissima, dunque, appare la somiglianza fra i due personaggi in questione: son rimasti privi («20 novembre» lo dice esplicitamente, «Sangue» sotto metafora) dell'ascolto da parte dei genitori e, in genere, della società. Ma, venendo all'allestimento di «20 novembre» proposto al Nuovo, sembra che la regia di Fausto Russo Alesi voglia allontanare Sebastian Bosse dalla pura cronaca della sua personale vicenda per trasformarlo - vedi, almeno, la cintura di candelotti d'esplosivo che indossa - in un qualsiasi kamikaze dei giorni nostri (e nel terzo del progetto sul Fondamentalismo di Antonio Latella...). Ad ogni modo, intorno a Sebastian vengono sistemati sul palcoscenico manichini, attori e spettatori veri: a indicare da un lato la «sordità» e l'ipocrisia dell'ambiente in cui il ragazzo è cresciuto e dall'altro il ruolo di testimone affidato (come in un allestimento di «Sangue» diretto nel '98 da Werner Schroeter) al pubblico. E di conseguenza, il momento più alto e significativo dello spettacolo arriva quando Sebastian dice che la sua vera arma è la vita che ha vissuto. Fatte le debite differenze, mi è tornata in mente la definizione che Pratolini diede del suicidio di Luigi Incoronato: «Un grido d'aiuto troppo tardi ascoltato». Infine, la prova di Fausto Russo Alesi in quanto attore. Vanno benissimo, rispetto a quanto detto sopra, il tono e la cadenza da basso continuo che lui adotta in perfetta sincronia con l'impassibile scorrere su vari monitor di un conto alla rovescia. Ma perché, allora, quei reiterati e contraddittori e urlati scoppi di rabbia? Enrico Fiore(«Il Mattino», 12 novembre 2010)