Siamo di fronte alla «comicità del plebeo che, elevatosi al rango della classe di mezzo, la borghesia, vivacemente la investe dal basso, rendendone assurdi gli esemplari di costume». Così Vittorio Viviani a proposito de «Lo scarfalietto». E infatti, proprio con quella commedia - datata 1881 e tratta, come sappiamo, da «La boule» di Meilhac e Halévy - si realizza per la prima volta e appieno la «riforma» voluta e perseguita da Eduardo Scarpetta: il passaggio dalle maschere ai ruoli, grazie al quale, tanto per parlare del personaggio-chiave, giusto un piccolo-borghese, Felice Sciosciammocca, viene a sostituire il Pulcinella popolano di Petito. Il risultato è un gioco teatrale sapiente e meccanico insieme, poiché messo in moto da Scarpetta allo scopo di procurare al suo destinatario, appunto la borghesia, un divertimento in pari tempo duraturo e - giacché fondato sulla ripetitività - rassicurante e consolatorio. Di qui la fissità dei ruoli di cui sopra, impostati come vere e proprie macchiette. E nel merito direi che Geppy Gleijeses - regista dell'allestimento de «Lo scarfalietto» che lo Stabile di Calabria e il Quirino di Roma presentano al Bellini - davvero non poteva far meglio. Alla fissità dei ruoli rimanda il fatto che, nell'impianto scenico dello stesso Gleijeses, i personaggi escono dalle pagine polverose di un libro; e all'acuta osservazione di Vittorio Viviani rimanda la prova notevole dei tre interpreti principali in campo, Lello Arena (Felice), Marianella Bargilli (Amalia) e, appunto, Geppy Gleijeses (Gaetano Papocchia e Anselmo Tartaglia). Ecco, in breve, un Felice tanto pavido quanto tracotante, un'Amalia trasformata in un'autentica virago-zombi e un Papocchia e un Tartaglia imprigionati in pantomime da marionetta: e si tratta proprio di una comicità plebea che, grazie alla tecnica (l'espressività degli attori) e alla stilizzazione (il disegno della regia), sa mutarsi in modelli storicamente accertati e rappresentativi. Da citare, fra gli altri, almeno Gianni Cannavacciuolo (Rafaniel e l'usciere), Gina Perna (Dorotea Papocchia) e Gino De Luca (Michele Pascone e Carmelo). Insomma, uno spettacolo da vedere. Enrico Fiore(«Il Mattino», 17 novembre 2010)
Scarpetta, la farsa e il costume
Siamo di fronte alla «comicità del plebeo che, elevatosi al rango della classe di mezzo, la borghesia, vivacemente la investe dal basso, rendendone assurdi gli esemplari di costume». Così Vittorio Viviani a proposito de «Lo scarfalietto». E infatti, proprio con quella commedia - datata 1881 e tratta, come sappiamo, da «La boule» di Meilhac e Halévy - si realizza per la prima volta e appieno la «riforma» voluta e perseguita da Eduardo Scarpetta: il passaggio dalle maschere ai ruoli, grazie al quale, tanto per parlare del personaggio-chiave, giusto un piccolo-borghese, Felice Sciosciammocca, viene a sostituire il Pulcinella popolano di Petito. Il risultato è un gioco teatrale sapiente e meccanico insieme, poiché messo in moto da Scarpetta allo scopo di procurare al suo destinatario, appunto la borghesia, un divertimento in pari tempo duraturo e - giacché fondato sulla ripetitività - rassicurante e consolatorio. Di qui la fissità dei ruoli di cui sopra, impostati come vere e proprie macchiette. E nel merito direi che Geppy Gleijeses - regista dell'allestimento de «Lo scarfalietto» che lo Stabile di Calabria e il Quirino di Roma presentano al Bellini - davvero non poteva far meglio. Alla fissità dei ruoli rimanda il fatto che, nell'impianto scenico dello stesso Gleijeses, i personaggi escono dalle pagine polverose di un libro; e all'acuta osservazione di Vittorio Viviani rimanda la prova notevole dei tre interpreti principali in campo, Lello Arena (Felice), Marianella Bargilli (Amalia) e, appunto, Geppy Gleijeses (Gaetano Papocchia e Anselmo Tartaglia). Ecco, in breve, un Felice tanto pavido quanto tracotante, un'Amalia trasformata in un'autentica virago-zombi e un Papocchia e un Tartaglia imprigionati in pantomime da marionetta: e si tratta proprio di una comicità plebea che, grazie alla tecnica (l'espressività degli attori) e alla stilizzazione (il disegno della regia), sa mutarsi in modelli storicamente accertati e rappresentativi. Da citare, fra gli altri, almeno Gianni Cannavacciuolo (Rafaniel e l'usciere), Gina Perna (Dorotea Papocchia) e Gino De Luca (Michele Pascone e Carmelo). Insomma, uno spettacolo da vedere. Enrico Fiore(«Il Mattino», 17 novembre 2010)