A parte quelle che ho espresso in sede di analisi critica nel post intitolato «Una Filumena borghese stile melò», la versione televisiva di «Filumena Marturano» impone ulteriori riflessioni, che vanno ben al di là dell'oggetto spettacolare in discussione. E per cominciare, occorre sgombrare il campo, senza esitazione alcuna, dal «dubbio» avanzato dai soliti imbonitori travestiti da giornalisti: siamo di fronte, si chiedono tali pappagalli in servizio permanente effettivo, alla «tv che si fa teatro» (come sostiene Mauro Mazza, il direttore di Raiuno) oppure al «teatro che si fa tv»? È un dubbio improponibile, naturalmente. Perché, altrettanto naturalmente, né la tv può «farsi teatro» né il teatro può «farsi tv». Si tratta di due dimensioni e di due mezzi di comunicazione diametralmente opposti e assolutamente inconciliabili: l'una, la televisione, è basata sulla superficie, sull'immagine che appare; l'altro, il teatro, è basato sulla profondità, sul corpo che agisce. E dunque, la «Filumena Marturano» mandata in onda da Raiuno resta solo un prodotto televisivo, del tutto autonomo rispetto alla sostanza drammaturgica del testo di Eduardo e al destino ineludibile, il suo compiersi sul palcoscenico, che tocca a quello come a qualsiasi testo teatrale. Ciò detto, occorre un commento a due dichiarazioni rilasciate dal regista e protagonista maschile, Massimo Ranieri, e dalla protagonista femminile, Mariangela Melato. Il primo ha dichiarato che la Melato ha aperto la strada all'interpretazione del personaggio di Filumena Marturano da parte di attrici non napoletane; la seconda ha dichiarato di aver respinto la proposta d'interpretare quel personaggio fattale da Eduardo quando lei era agli inizi della carriera. Ebbene, le due dichiarazioni sono: quella di Ranieri palesemente infondata e quella della Melato abbondantemente opinabile. Chi ha aperto la strada all'interpretazione del personaggio di Filumena Marturano da parte di attrici non napoletane è stata, nel 1986, Valeria Moriconi; e in quanto alla proposta eduardiana di cui parla la Melato, appare assai difficile crederci: intanto perché Eduardo indicò sempre e soltanto nella Moriconi (lo disse più volte, ripeto, anche a me) «l'unica attrice non napoletana in grado di fare Filumena Marturano»; poi perché con la Moriconi Eduardo aveva un legame forte e nutrito di un affetto quale può intercorrere fra un padre e una figlia (Valeria, ricordiamolo, aveva cominciato con lui); e infine perché risulta davvero improbabile che Eduardo abbia potuto concepire anche soltanto la più lontana ipotesi di affidare Filumena Marturano (la definì, come sappiamo, «la più cara delle mie creature») a un'attrice pressoché esordiente. Ma c'è da chiedersi - ed è questo il punto decisivo - il vero motivo per cui la «Filumena Marturano» di Valeria Moriconi non sia mai stata ricordata (l'ho fatto solo io) in alcuna delle interviste giornalistiche e in alcuno dei servizi televisivi - numerosissimi le une e gli altri - relativi all'operazione di Raiuno. Una semplice dimenticanza? Sarebbe stata comunque vergognosa, perché Valeria Moriconi merita l'attenzione e il rispetto che si devono non solo a una grande attrice, ma anche e soprattutto a una persona spentasi prematuramente per una malattia crudele. Io non credo, però, che si sia trattato di una semplice dimenticanza. Credo, invece, che si sia trattato di un'omissione premeditata, da inquadrare nel più vasto disegno che il potere (economico, politico e, appunto, televisivo) sta portando avanti circa la cultura in genere e il teatro in particolare. Quando i responsabili della Rai e i loro corifei acquartierati nei giornali si son riempiti la bocca della «cultura finalmente riportata nella prima serata dei palinsesti televisivi», parlavano, giusto, della «cultura» quale essi la intendono: qualcosa, per l'appunto, che attiene alla superficie (comunque paludata) e non alla profondità (comunque articolata), all'apparenza (comunque motivata) e non alla sostanza (comunque praticata). È sotto gli occhi di tutti, del resto, il fenomeno della colonizzazione del teatro da parte della televisione, con l'ormai inarrestabile esercito dei tanti personaggi del piccolo schermo cooptati d'ufficio sui palcoscenici senz'alcuna ragione che non sia quella del possibile (voglio dire ipotetico) richiamo da loro esercitato sul pubblico. È questo il futuro della cultura, una marmellata insapore somministrata in dosi massicce a utenti abituati soltanto alla fruizione passiva indotta dalla televisione? Ed è questo il futuro del teatro, un'eterna fiction spacciata per drammaturgia, uno sceneggiato interminabile spacciato per prosa? Ci pensino, i teatranti. Incombono, sul teatro, pericoli ben più gravi di quelli che incarnano i tagli alle sovvenzioni. Enrico Fiore
Filumena, la televisione e il teatro
A parte quelle che ho espresso in sede di analisi critica nel post intitolato «Una Filumena borghese stile melò», la versione televisiva di «Filumena Marturano» impone ulteriori riflessioni, che vanno ben al di là dell'oggetto spettacolare in discussione. E per cominciare, occorre sgombrare il campo, senza esitazione alcuna, dal «dubbio» avanzato dai soliti imbonitori travestiti da giornalisti: siamo di fronte, si chiedono tali pappagalli in servizio permanente effettivo, alla «tv che si fa teatro» (come sostiene Mauro Mazza, il direttore di Raiuno) oppure al «teatro che si fa tv»? È un dubbio improponibile, naturalmente. Perché, altrettanto naturalmente, né la tv può «farsi teatro» né il teatro può «farsi tv». Si tratta di due dimensioni e di due mezzi di comunicazione diametralmente opposti e assolutamente inconciliabili: l'una, la televisione, è basata sulla superficie, sull'immagine che appare; l'altro, il teatro, è basato sulla profondità, sul corpo che agisce. E dunque, la «Filumena Marturano» mandata in onda da Raiuno resta solo un prodotto televisivo, del tutto autonomo rispetto alla sostanza drammaturgica del testo di Eduardo e al destino ineludibile, il suo compiersi sul palcoscenico, che tocca a quello come a qualsiasi testo teatrale. Ciò detto, occorre un commento a due dichiarazioni rilasciate dal regista e protagonista maschile, Massimo Ranieri, e dalla protagonista femminile, Mariangela Melato. Il primo ha dichiarato che la Melato ha aperto la strada all'interpretazione del personaggio di Filumena Marturano da parte di attrici non napoletane; la seconda ha dichiarato di aver respinto la proposta d'interpretare quel personaggio fattale da Eduardo quando lei era agli inizi della carriera. Ebbene, le due dichiarazioni sono: quella di Ranieri palesemente infondata e quella della Melato abbondantemente opinabile. Chi ha aperto la strada all'interpretazione del personaggio di Filumena Marturano da parte di attrici non napoletane è stata, nel 1986, Valeria Moriconi; e in quanto alla proposta eduardiana di cui parla la Melato, appare assai difficile crederci: intanto perché Eduardo indicò sempre e soltanto nella Moriconi (lo disse più volte, ripeto, anche a me) «l'unica attrice non napoletana in grado di fare Filumena Marturano»; poi perché con la Moriconi Eduardo aveva un legame forte e nutrito di un affetto quale può intercorrere fra un padre e una figlia (Valeria, ricordiamolo, aveva cominciato con lui); e infine perché risulta davvero improbabile che Eduardo abbia potuto concepire anche soltanto la più lontana ipotesi di affidare Filumena Marturano (la definì, come sappiamo, «la più cara delle mie creature») a un'attrice pressoché esordiente. Ma c'è da chiedersi - ed è questo il punto decisivo - il vero motivo per cui la «Filumena Marturano» di Valeria Moriconi non sia mai stata ricordata (l'ho fatto solo io) in alcuna delle interviste giornalistiche e in alcuno dei servizi televisivi - numerosissimi le une e gli altri - relativi all'operazione di Raiuno. Una semplice dimenticanza? Sarebbe stata comunque vergognosa, perché Valeria Moriconi merita l'attenzione e il rispetto che si devono non solo a una grande attrice, ma anche e soprattutto a una persona spentasi prematuramente per una malattia crudele. Io non credo, però, che si sia trattato di una semplice dimenticanza. Credo, invece, che si sia trattato di un'omissione premeditata, da inquadrare nel più vasto disegno che il potere (economico, politico e, appunto, televisivo) sta portando avanti circa la cultura in genere e il teatro in particolare. Quando i responsabili della Rai e i loro corifei acquartierati nei giornali si son riempiti la bocca della «cultura finalmente riportata nella prima serata dei palinsesti televisivi», parlavano, giusto, della «cultura» quale essi la intendono: qualcosa, per l'appunto, che attiene alla superficie (comunque paludata) e non alla profondità (comunque articolata), all'apparenza (comunque motivata) e non alla sostanza (comunque praticata). È sotto gli occhi di tutti, del resto, il fenomeno della colonizzazione del teatro da parte della televisione, con l'ormai inarrestabile esercito dei tanti personaggi del piccolo schermo cooptati d'ufficio sui palcoscenici senz'alcuna ragione che non sia quella del possibile (voglio dire ipotetico) richiamo da loro esercitato sul pubblico. È questo il futuro della cultura, una marmellata insapore somministrata in dosi massicce a utenti abituati soltanto alla fruizione passiva indotta dalla televisione? Ed è questo il futuro del teatro, un'eterna fiction spacciata per drammaturgia, uno sceneggiato interminabile spacciato per prosa? Ci pensino, i teatranti. Incombono, sul teatro, pericoli ben più gravi di quelli che incarnano i tagli alle sovvenzioni. Enrico Fiore