CONTROSCENA

Il teatro, la critica e gli attori


Pubblico integralmente la riflessione che uno dei suoi allievi ha inviato a Carlo Cerciello in margine all’incontro che ho tenuto sabato scorso con i partecipanti alle attività laboratoriali dell’Elicantropo. È una riflessione di cui ringrazio l’autore vivamente, perché – al di là degli apprezzamenti che mi vengono rivolti – contiene una saggezza e una passione che, manifestati da un giovane, costituiscono, nei tempi grami che ci toccano, un’autentica iniezione di fiducia.    «C’è sempre una sorta di velato distacco tra il mondo degli attori e quello dei critici, questi ultimi visti talvolta come giudici supremi in grado di decidere le sorti future dei lavoratori dello spettacolo. Si guarda  magari con sospetto al loro lavoro, ed è forse colpa degli attori che non sanno cosa si cela dietro le scelte di un critico, mentre il critico, invece, conosce bene il complesso sistema che è alla base di un’opera teatrale. L’incontro con il critico Enrico Fiore, avvenuto oggi 4 dicembre 2010 al Teatro Elicantropo di Napoli, ci ha offerto non solo un panorama dettagliato delle responsabilità che un critico ha di fronte ad un prodotto culturale, ma anche un quadro generale della situazione disastrosa in cui versa il teatro dei giorni nostri.   L’idea di mandare in onda in prima serata su Raiuno una nuova versione della celebre opera eduardiana “Filumena Marturano” ha destabilizzato non poco il mondo del teatro, soprattutto se a piroettare sullo schermo è un materiale drammaturgico raffreddato e ammalato, svuotato dell’originaria carnalità che permette a Filumena e a Domenico di scambiarsi reciprocamente e ambiguamente i ruoli di vittima e carnefice.   Vuoi che la Lega permetta ad un’opera napoletana di apparire in tivù solo se epurata dai miasmi dialettali imponendo un italiano regionale, vuoi che la politica si stia accaparrando la benevolenza di quei pochi coscienziosi che fino a poco tempo fa non guardavano la televisione perché non trasmetteva teatro, di certo l’intenzione di chi siede sul trono è di sottrarre al teatro l’ultimo e indispensabile requisito che gli è rimasto e che giustifica la sua esistenza: il contatto umano. E lo dico perché Ranieri ci ha promesso (o minacciato) che lavorerà ancora su altre opere di Eduardo, e ancora una volta saremo costretti a sorbirci  uno showman il cui unico lavoro sul personaggio sarà stato quello di pettinarlo e impomatarlo. E persino la Melato, che è nota attrice di mestiere, doveva capire che non poteva indossare un vestito troppo stretto per le sue misure  (nonostante l’abbia adattato come meglio poteva); un candore celtico come il suo non si sporca nel fango di un sobborgo napoletano: diventa assurdo.   La parola del maestro Fiore si è spostata poi sul rapporto tra Pirandello ed Eduardo in una sinergia maestro-allievo, dediti entrambi all’analisi fredda e inquietante della borghesia italiana. Più interessanti però non erano i fatti noti, quanto le relazioni che l’ironico maestro Fiore ha avuto nel corso della sua carriera col caro Eduardo, trasmettendoci un’immagine di lui autentica, terrena, vicina, notevolmente tangibile, evidenziando il suo rigore, la serietà unica e inimitabile di un guerriero delle arti sceniche, una trinità composta da autore-regista-attore priva di qualsiasi forma di autoreferenzialità.   Ma l’incontro, a mio modesto parere, ha raggiunto vertici estatici nell’approfondimento dei requisiti ineccepibili che un critico deve acquisire per essere tale. Con la mia totale approvazione, il maestro (magari involontariamente)  ha evidenziato l’importanza che la letteratura e la filologia hanno sul lavoro della critica teatrale.  Partendo proprio dalla storpiatura linguistica attuata da Ranieri nella sua versione opinabile di “Filumena Marturano”, si è passati all’importanza che ha in sé il testo; una drammaturgia, ma anche una semplice poesia o un racconto si reggono su di un’impalcatura unica, irripetibile e immutabile. Tutte le opere del grande teatro sono, a mio parere, dei contenitori che si riempiono  delle tracce del tempo e si fanno carico ogni volta delle problematiche storiche per educare il pubblico, perché in fondo le storie si ripetono e i temi dell’uomo sono comunque gli stessi. Il rispetto dell’autore, soprattutto se defunto, consiste proprio nel accogliere il testo letterario così com’è, limitandosi a riempirlo dei segni del tempo.    Questa è la grandezza eterna del teatro: in un determinato tempo della storia dell’uomo, un testo scende in mezzo ai mortali, si rifà teatro, rinasce come fenice, ritorna come il diavolo in nuove vesti, nutre lo spirito e sparisce come la vita.    E non posso dimenticare l’analisi strutturale e storica che il critico ha posto su di un verso della “Divina Commedia” di Dante, a mio parere degna opera di teatro, bagaglio della storia umana e “itinerarium in mentis Deum”, serbatoio di stili linguistici che vanno dal “sermo humilis” all’aulico, galleria di figure, ossia adempimenti di personaggi biblici precedenti, che hanno conservato la loro storia terrena per acquisire  nel mondo ultraterreno la profezia degli eventi storici prossimi rivelati a Dante nel suo cammino.    Il teatro non è semplicemente tecnica recitativa, è un paiolo carico di storia, letteratura, filosofia, religione, psicologia, scienza, arte… e come tale, il critico deve saper riconoscere i sapori e testare la qualità dei prodotti.   In un’epoca come la nostra, vessata dalla spettacolarizzazione della morte e del dolore, dall’ossessivo varietà insensato, dai telegiornali deformativi, dai talk show che diventano nuovi strumenti di tortura dell’umanità, il teatro cerca di riscoprire il senso, le virtù, l’ordine, la perfezione e per questo la massa assonnata dalla sudditanza lo rende genere di nicchia, lo accantona, lo relega al silenzio, come fa il burattinaio alla baracca quando i bambini si scoprono affascinati dai videogiochi pericolosi.    Un evento, quello del maestro Fiore, che chiede di essere ripetuto»..                                          Marco Sgamato