«Il teatro non mi è mai piaciuto molto, perché è evidentemente il contrario della vita: eppure ci torno sempre, e mi attira proprio perché è il solo posto nel quale si ammette subito che la vita è altrove». È sulla base di quest'affermazione dell'autore, paradossale unicamente all'apparenza, che si deve interpretare il bellissimo monologo di Koltès «La notte poco prima della foresta», ora presentato al Mercadante per la regia di Juan Diego Puerta Lopez. Siamo in una città imprecisata. E vi si consuma, sotto una metaforica pioggia, il delirio di uno «straniero» (forse un immigrato, forse un omosessuale, forse un barbone, non importa) rivolto all'invisibile ragazzo - «un angelo in mezzo a questo casino» - da lui abbordato all'angolo della strada. Un delirio che mescola furibondo, e pure tenerissimo, vecchie, arabi, mendicanti, froci, poliziotti, teppisti, puttane, lo schifo di odori, lo schifo di rumori, le zone delle chiacchiere, le zone del dispiacere... e persino un fantasma di donna là su un ponte, uno dei tanti ponti su uno dei tanti canali. Mi pare indubitabile, allora, che un simile testo, definito da qualcuno «una sola frase di quaranta pagine», trovi il suo leitmotiv - e sul filo di una poesia lacera, che tuttavia prorompe dal buio con l'impavida forza del sangue - nel correre correre correre spesso richiamato dallo «straniero»: giacché, se la vita è per l'appunto «altrove», non è possibile sostare in alcun luogo, ma sempre bisogna, invece, spostarsi il più velocemente possibile. Almeno nell'illusione di catturarla, la vita, nei minimi «interstizi» fra un passo e l'altro, prima che i «controllori» ce ne impongano una fittizia. Ma, come volevasi dimostrare, al Mercadante ci viene proposto il solito bozzetto naturalistico. In breve, lo «straniero alla vita» di Koltès si riduce a un semplice «straniero alla Francia», un clandestino debitamente incazzato, debitamente piegato in due dal freddo e debitamente sbalestrato dal vino. Non è, intendiamoci, che l'interprete, Claudio Santamaria, non s'impegni e non risulti, sul piano tecnico, anche molto bravo. Ma si vede che arriva dal cinema e dalla televisione. La sua è una recitazione tutta interna alle parole, aggrappata spasmodicamente ai loro significati più «normali». E insomma, vale lo stesso discorso che valse nel 2001 per Giulio Scarpati, protagonista, sempre al Mercadante, di un altro allestimento de «La notte poco prima della foresta» sempre prodotto, come questo, dai Balsamo. Enrico Fiore(«Il Mattino», 19 dicembre 2010)
Un Koltès di stampo cinetelevisivo
«Il teatro non mi è mai piaciuto molto, perché è evidentemente il contrario della vita: eppure ci torno sempre, e mi attira proprio perché è il solo posto nel quale si ammette subito che la vita è altrove». È sulla base di quest'affermazione dell'autore, paradossale unicamente all'apparenza, che si deve interpretare il bellissimo monologo di Koltès «La notte poco prima della foresta», ora presentato al Mercadante per la regia di Juan Diego Puerta Lopez. Siamo in una città imprecisata. E vi si consuma, sotto una metaforica pioggia, il delirio di uno «straniero» (forse un immigrato, forse un omosessuale, forse un barbone, non importa) rivolto all'invisibile ragazzo - «un angelo in mezzo a questo casino» - da lui abbordato all'angolo della strada. Un delirio che mescola furibondo, e pure tenerissimo, vecchie, arabi, mendicanti, froci, poliziotti, teppisti, puttane, lo schifo di odori, lo schifo di rumori, le zone delle chiacchiere, le zone del dispiacere... e persino un fantasma di donna là su un ponte, uno dei tanti ponti su uno dei tanti canali. Mi pare indubitabile, allora, che un simile testo, definito da qualcuno «una sola frase di quaranta pagine», trovi il suo leitmotiv - e sul filo di una poesia lacera, che tuttavia prorompe dal buio con l'impavida forza del sangue - nel correre correre correre spesso richiamato dallo «straniero»: giacché, se la vita è per l'appunto «altrove», non è possibile sostare in alcun luogo, ma sempre bisogna, invece, spostarsi il più velocemente possibile. Almeno nell'illusione di catturarla, la vita, nei minimi «interstizi» fra un passo e l'altro, prima che i «controllori» ce ne impongano una fittizia. Ma, come volevasi dimostrare, al Mercadante ci viene proposto il solito bozzetto naturalistico. In breve, lo «straniero alla vita» di Koltès si riduce a un semplice «straniero alla Francia», un clandestino debitamente incazzato, debitamente piegato in due dal freddo e debitamente sbalestrato dal vino. Non è, intendiamoci, che l'interprete, Claudio Santamaria, non s'impegni e non risulti, sul piano tecnico, anche molto bravo. Ma si vede che arriva dal cinema e dalla televisione. La sua è una recitazione tutta interna alle parole, aggrappata spasmodicamente ai loro significati più «normali». E insomma, vale lo stesso discorso che valse nel 2001 per Giulio Scarpati, protagonista, sempre al Mercadante, di un altro allestimento de «La notte poco prima della foresta» sempre prodotto, come questo, dai Balsamo. Enrico Fiore(«Il Mattino», 19 dicembre 2010)