Circa la revoca ad Andrea De Rosa del mandato di direttore del Teatro Stabile di Napoli e l'affidamento di quel mandato a Luca De Fusco, la maggior parte dei commentatori ha parlato di un colpo di mano del centrodestra. E certo, sono fermamente d'accordo. Ma con la stessa fermezza aggiungo che, nell'analisi dell'episodio, occorre andare oltre la denuncia delle modalità inaccettabili con cui è avvenuta la sostituzione di De Rosa con De Fusco. Nel corso del dibattito che ho aperto su questo blog a proposito della cultura e del suo rapporto con il teatro, un dibattito in cui si sono impegnati quasi esclusivamente Carlo Cerciello e per l'appunto Andrea De Rosa, mi è parso assolutamente inevitabile insistere sulla considerazione seguente: l'agonia della cultura e del teatro dipende non tanto dai tagli alle sovvenzioni pubbliche quanto dal fatto che entrambi, la cultura e il teatro, si son ridotti ad essere nient'altro che ostaggi della politica, e per giunta della politica di bassissimo rango che oggi ci tocca. Ho aggiunto che, al riguardo, la colpa imperdonabile del sistema teatrale nel suo complesso (sale pubbliche e private, impresari, produttori, direttori artistici, autori, registi, attori e, perché no?, critici) è quella di costituirsi come un piccolo mondo autoreferenziale che s'illude di essere un grande mondo, anzi il Mondo tout court. Ciò che produce due conseguenze disastrose: da un lato i teatranti si rifiutano strenuamente di scorgere le manovre di colonizzazione perseguite dalla politica nei loro confronti e, dall'altro, preferiscono - invece di combattere quella politica - acconciarsi ai suoi voleri e, appunto, alle sue modalità, abbandonandosi disinvoltamente, giorno dopo giorno, ai tre mali endemici che stanno uccidendo il teatro: l'omertà, l'ipocrisia e il compromesso. De Rosa mi rispose che della situazione delineavo «un quadro molto fosco» e che, per quanto lo riguardava personalmente, lui, senza essersi in alcun modo proposto, «era stato chiamato a dirigere il Teatro Stabile di Napoli», «immagino», aggiunse, «per aver messo a segno qualcosa di interessante con il mio lavoro di regista». E a me fu sin troppo facile replicargli: «Chi ti ha "chiamato"? e nell'ambito di quale logica o strategia? e nel quadro di quale area o schieramento politici? e quante delle energie creative che hai a disposizione devi e dovrai sacrificare per difendere da ingerenze e imposizioni le preziose qualità intellettuali e artistiche che più volte, e con convinzione assoluta, ti ho riconosciuto?». A questa replica, e agl'interrogativi semplici e concretissimi in essa contenuti, Andrea De Rosa non ha mai risposto. Invano, e per più giorni, ho riproposto sul blog quegl'interrogativi, anche sulla spinta ricevuta da molti teatranti che li condividevano. Sarei curioso di vedere come De Rosa, alla luce di quanto gli è capitato, risponderebbe oggi. E sarei curioso pure di vedere come commenterebbe il comportamento dei membri del consiglio d'amministrazione dello Stabile che adesso gli hanno voltato la faccia dopo averlo osannato quando alla Regione Campania c'era una maggioranza politica di centrosinistra. Non è la prova indiscutibile, questo comportamento, della perdurante devastazione (ideale, morale e, per l'appunto, culturale) indotta dall'omertà, dall'ipocrisia e dal compromesso di cui dicevo? Debbo aggiungere che, fra i membri del consiglio d'amministrazione dello Stabile di cui sopra, c'è anche il personaggio dal quale, in epoca non sospetta, consigliai a De Rosa di guardarsi. Ce l'ho ancora davanti agli occhi mentre, la sera del giorno che aveva visto l'ufficializzazione della nomina di De Rosa, saltava di gioia nel foyer del Mercadante. Che pena. E che vergogna. Non mi resta che chiudere manifestando ad Andrea tutta la mia solidarietà e tutto il mio affetto. Ma, beninteso, lo stringo in un abbraccio dettato dalla mia incrollabile fede comunista: se non si cambia radicalmente questa società, gli episodi del genere continueranno a verificarsi. E non ce ne potremo né meravigliare né scandalizzare. Enrico Fiore
Il golpe allo Stabile di Napoli
Circa la revoca ad Andrea De Rosa del mandato di direttore del Teatro Stabile di Napoli e l'affidamento di quel mandato a Luca De Fusco, la maggior parte dei commentatori ha parlato di un colpo di mano del centrodestra. E certo, sono fermamente d'accordo. Ma con la stessa fermezza aggiungo che, nell'analisi dell'episodio, occorre andare oltre la denuncia delle modalità inaccettabili con cui è avvenuta la sostituzione di De Rosa con De Fusco. Nel corso del dibattito che ho aperto su questo blog a proposito della cultura e del suo rapporto con il teatro, un dibattito in cui si sono impegnati quasi esclusivamente Carlo Cerciello e per l'appunto Andrea De Rosa, mi è parso assolutamente inevitabile insistere sulla considerazione seguente: l'agonia della cultura e del teatro dipende non tanto dai tagli alle sovvenzioni pubbliche quanto dal fatto che entrambi, la cultura e il teatro, si son ridotti ad essere nient'altro che ostaggi della politica, e per giunta della politica di bassissimo rango che oggi ci tocca. Ho aggiunto che, al riguardo, la colpa imperdonabile del sistema teatrale nel suo complesso (sale pubbliche e private, impresari, produttori, direttori artistici, autori, registi, attori e, perché no?, critici) è quella di costituirsi come un piccolo mondo autoreferenziale che s'illude di essere un grande mondo, anzi il Mondo tout court. Ciò che produce due conseguenze disastrose: da un lato i teatranti si rifiutano strenuamente di scorgere le manovre di colonizzazione perseguite dalla politica nei loro confronti e, dall'altro, preferiscono - invece di combattere quella politica - acconciarsi ai suoi voleri e, appunto, alle sue modalità, abbandonandosi disinvoltamente, giorno dopo giorno, ai tre mali endemici che stanno uccidendo il teatro: l'omertà, l'ipocrisia e il compromesso. De Rosa mi rispose che della situazione delineavo «un quadro molto fosco» e che, per quanto lo riguardava personalmente, lui, senza essersi in alcun modo proposto, «era stato chiamato a dirigere il Teatro Stabile di Napoli», «immagino», aggiunse, «per aver messo a segno qualcosa di interessante con il mio lavoro di regista». E a me fu sin troppo facile replicargli: «Chi ti ha "chiamato"? e nell'ambito di quale logica o strategia? e nel quadro di quale area o schieramento politici? e quante delle energie creative che hai a disposizione devi e dovrai sacrificare per difendere da ingerenze e imposizioni le preziose qualità intellettuali e artistiche che più volte, e con convinzione assoluta, ti ho riconosciuto?». A questa replica, e agl'interrogativi semplici e concretissimi in essa contenuti, Andrea De Rosa non ha mai risposto. Invano, e per più giorni, ho riproposto sul blog quegl'interrogativi, anche sulla spinta ricevuta da molti teatranti che li condividevano. Sarei curioso di vedere come De Rosa, alla luce di quanto gli è capitato, risponderebbe oggi. E sarei curioso pure di vedere come commenterebbe il comportamento dei membri del consiglio d'amministrazione dello Stabile che adesso gli hanno voltato la faccia dopo averlo osannato quando alla Regione Campania c'era una maggioranza politica di centrosinistra. Non è la prova indiscutibile, questo comportamento, della perdurante devastazione (ideale, morale e, per l'appunto, culturale) indotta dall'omertà, dall'ipocrisia e dal compromesso di cui dicevo? Debbo aggiungere che, fra i membri del consiglio d'amministrazione dello Stabile di cui sopra, c'è anche il personaggio dal quale, in epoca non sospetta, consigliai a De Rosa di guardarsi. Ce l'ho ancora davanti agli occhi mentre, la sera del giorno che aveva visto l'ufficializzazione della nomina di De Rosa, saltava di gioia nel foyer del Mercadante. Che pena. E che vergogna. Non mi resta che chiudere manifestando ad Andrea tutta la mia solidarietà e tutto il mio affetto. Ma, beninteso, lo stringo in un abbraccio dettato dalla mia incrollabile fede comunista: se non si cambia radicalmente questa società, gli episodi del genere continueranno a verificarsi. E non ce ne potremo né meravigliare né scandalizzare. Enrico Fiore