CONTROSCENA

Sul fiordo di Ibsen compare un podestà


«La voce di un Savonarola in un'era idolatra dell'arte». Così Strindberg definì «Brand», il dramma che nel 1885 diede a Ibsen la fama e l'agiatezza. E debuttò, quel dramma, in una sala di Stoccolma che si chiamava Nuovo Teatro. Ce n'è più che abbastanza, insomma, per collocare a pieno titolo l'allestimento di «Brand» diretto da Tommaso Tuzzoli nel progetto sul Fondamentalismo firmato da Latella e nella sala, il Nuovo Teatro Nuovo di via Montecalvario, che produce entrambi, il progetto e l'allestimento. Ma si fermano qui le affinità tra il testo di Ibsen e lo spettacolo (in replica a marzo) che ne è stato tratto per l'adattamento di Federico Bellini.   Al proprio impegno religioso, assoluto e intransigente, il pastore Brand sacrifica davvero tutto: rifiuta l'estrema unzione alla madre che non ha voluto separarsi dai suoi averi, lascia morire di freddo il figlioletto per non allontanarsi dal luogo della sua missione, getta via la chiave del tempio che ha costruito per non sottomettersi alla Chiesa di Stato. E morirà solo, travolto da una valanga. Ma, in effetti, ad ucciderlo è stato il titanismo che ha espresso in formule quali «Un giorno si vedrà chiaramente che il trionfo è la sconfitta», «Vittoria somma è perdere tutto», «Cadendo noi vinciamo».   Sono parole che potrebbero dire pari pari anche i kamikaze accolti da Latella nel suo progetto. Invece qui abbiamo un Brand che sembra un filosofo peripatetico, salvo, a un certo punto, allacciarsi con la sposa Agnes in un romantico «lento»; e al posto del borgomastro di Ibsen compare un «podestà»: mentre, beninteso, si continua a parlare di fiordi norvegesi e i costumi accolgono inequivocabili rimandi all'Ottocento.   A questo punto, chi sarebbe il Brand di Tuzzoli e Bellini, un Matteotti ammazzato tra le nevi scandinave o un Gramsci imprigionato nel lazzaretto-carcere che vagheggia l'ex borgomastro promosso podestà? E a che cosa serve lo spazio scenico nudo, con i tiranti e i proiettori a vista, se poi gli attori in campo adottano una recitazione di stampo accademico, le mille miglia lontana da quella che ci si aspetterebbe nell'area del teatro di ricerca? La verità è che si stenta molto a credere che questo spettacolo abbia qualche punto di contatto con uno Stabile d'innovazione come il Nuovo e con un regista «eversore» come Latella, del quale Tuzzoli è assistente.   Non resta che citare, per dovere di cronaca, i principali degl'interpreti di cui sopra: Massimiliano Loizzi (Brand), Caterina Carpio (Agnes) e Giovanni Franzoni (il «podestà»).                                              Enrico Fiore(«Il Mattino», 22 dicembre 2010)