Come già mi è capitato di obiettare a Igina Di Napoli, non l'ha detto il medico che bisogna parlare con me. Ma, se si decide di farlo, ho il diritto di pretendere che lo si faccia con attenzione e proprietà. E non mi pare che quel diritto sia stato rispettato, né dalla lettera di Andrea De Rosa né dal commento di Antonio Latella. Comincio dalla lettera di De Rosa. Il quale, finalmente, fa un passo avanti: dichiarando che la sua nomina a direttore del Teatro Stabile di Napoli «è stata effettuata da enti politici». E più avanti lo ribadisce, a scanso di qualsiasi equivoco: «La mia nomina è stata effettuata da organi politici». Che si voglia chiamarli «enti» od «organi», non v'è dubbio che si sia trattato della Regione, della Provincia e del Comune amministrati dal centrosinistra. E che cosa crede o vorrebbe farmi credere, De Rosa, che quella Regione, quella Provincia e quel Comune lo nominarono direttore del Teatro Stabile di Napoli perché risultava simpatico o perché - come si era espresso in precedenza - aveva «messo a segno qualcosa di interessante» con il suo «lavoro di regista»? Se lo crede, Andrea De Rosa è l'uomo più ingenuo del mondo, roba che al confronto il Candido di Voltaire diventa un'autentica incarnazione del cinismo; se vuol farlo credere a me, significa che per lui sono diventato, a mia volta, l'autentica incarnazione di Pangloss. Evidentemente, quella Regione, quella Provincia e quel Comune lo nominarono direttore del Teatro Stabile di Napoli soltanto perché apparteneva allo stesso schieramento politico che governava gli enti in questione. Con un eufemismo, potremmo parlare di lottizzazione, giusto per essere ottimisti e non usare il termine lobby. Ma in ogni caso, De Rosa, accettando l'incarico, non si pose il problema di che cosa avrebbe trovato nei meandri dello Stabile? Come poteva non sapere che avrebbe dovuto convivere con un organigramma già consolidato e frutto anch'esso della lottizzazione di cui sopra? De Rosa trovò - tanto per fare qualche esempio e per dirla papale papale - una signora, Laura Angiulli, che sedeva nel consiglio d'amministrazione dello Stabile e contemporaneamente gestiva in città un proprio teatro, la Galleria Toledo, che coproduce spettacoli con lo Stabile; e un critico teatrale, Giulio Baffi, che sedeva pure lui nel consiglio d'amministrazione dello Stabile e contemporaneamente non smetteva di fare il critico, dirigendo, peraltro, svariati festival, in città e fuori. È appena il caso di ricordare, a proposito di quest'ultimo punto, che Luca Doninelli, un fine intellettuale e scrittore, smise di fare il critico teatrale dell'«Avvenire» nel momento stesso in cui entrò nel consiglio d'amministrazione del Piccolo di Milano. E per concludere con gli esempi, conviene, poi, bellamente tacere circa le misteriosissime competenze giuridico-amministrative di un'altra componente del consiglio d'amministrazione dello Stabile napoletano, la signora Giuliana Gargiulo. Tale situazione De Rosa ha dovuto accettarla, non essendogli riservata la benché minima possibilità di modificarla. E c'è da considerare, per giunta, che la signora Laura Angiulli non ha mai cessato di dire dello Stabile (e quindi anche di De Rosa) tutto il male possibile, senza, beninteso, avere la coerenza e la dignità di dimettersi. Ma in ciò, del resto, le hanno fatto buona compagnia - a voce e persino per lettera - pure taluni (e talvolta autorevoli) componenti del comitato artistico dello Stabile medesimo, da Enzo Moscato e Renato Carpentieri al giovane Francesco Saponaro. Come fa, dunque, Mario Martone a meravigliarsi del voto contrario a De Rosa dei consiglieri d'amministrazione sopra citati? Ha dimenticato che - mentre io ho affiancato sin dal primo momento il lavoro suo e di Toni Servillo - quei signori lo ignoravano e addirittura negavano che avesse qualcosa da spartire con il teatro? Insomma, davvero non c'è niente di nuovo sotto il sole. E perciò risulta poco convincente, De Rosa, quando afferma: «MAI, dico MAI, ho messo in cartellone o fatto entrare in questo teatro spettacoli o progetti che non avessi deciso IO e solo io di far entrare». «La musica dei ciechi, poi le voci dal Vico Finale», piazzato in pole position, a Natale, nel cartellone 2010-'11 del Mercadante, non è lo stesso spettacolo con cui Baffi, consigliere d'amministrazione dello Stabile di Napoli, ha aperto nella veste di direttore artistico la rassegna «Città Spettacolo» di Benevento? E che cosa vogliamo dire, per restare in tema, dello spettacolo di John Turturro «Fiabe italiane (Italian Folktales)», coprodotto dallo Stabile di Napoli diretto da De Rosa e da quello di Torino diretto da Martone, sponsor di De Rosa? Lo stesso De Rosa mi aveva proposto di scrivere, per il magazine dello Stabile, un bilancio critico della stagione 2009-'10, da lui dedicata a Shakespeare e a Beckett. Ma dopo aver visto, al San Ferdinando, il citato spettacolo di Turturro, alle 14,14 del 2 febbraio scorso mandai all'indirizzo di posta elettronica di De Rosa, «direttore@teatrostabilenapoli.it», la seguente e-mail: «Caro Andrea, dopo aver subìto l’assoluta e risibile inconsistenza delle "Fiabe italiane" di Turturro (inconsistenza coprodotta dallo Stabile napoletano), ritengo impossibile e inutile scrivere per il vostro periodico la riflessione su Shakespeare e Beckett che mi avevi proposto e che ti avevo promesso». E alle 16,41 dello stesso giorno, sempre via e-mail, De Rosa mi rispose: «Carissimo Enrico, condivido in pieno il tuo giudizio sullo spettacolo e, credimi, faccio miei i tuoi aggettivi: è proprio uno spettacolo "risibile" e "inconsistente". Ma purtroppo di errori se ne fanno! La ragione di questa coproduzione la puoi immaginare; John Turturro era stato al Mercadante nel 2006 con "Souls of Naples/Questi fantasmi!" (spettacolo che io non riuscii a vedere), e si è creduto di dare una continuità a quel suo "primo passo" a Napoli; troppo tardi mi sono accorto che è stata una decisione presa, forse, con troppa leggerezza!». Che cosa si cela dietro l'espressione impersonale «si è creduto»? Lo aveva creduto De Rosa, che, per sua esplicita ammissione, non aveva nemmeno visto la precedente sortita napoletana di Turturro? O lo aveva creduto, al posto di De Rosa, qualcuno alla Regione, che ha poi finanziato, come sappiamo, le altre «cartoline» spedite dal divo italo-americano? Chiudo. Ovviamente, non c'è niente di personale in quanto ho scritto. Continuerò a seguire il lavoro registico di Andrea De Rosa con la professionalità e l'indipendenza di giudizio che costituiscono l'unica mia bandiera e l'unica mia divisa. Ma, per quanto mi riguarda, la discussione sull'estromissione di De Rosa dallo Stabile (inaccettabile, ripeto, per il modo in cui è avvenuta) finisce qui. Non m'interessa quello che, come volevasi dimostrare, è diventata: un referendum pro o contro De Rosa a seconda degli interessi personali dei singoli teatranti. Enrico Fiore
La risposta ad Andrea De Rosa
Come già mi è capitato di obiettare a Igina Di Napoli, non l'ha detto il medico che bisogna parlare con me. Ma, se si decide di farlo, ho il diritto di pretendere che lo si faccia con attenzione e proprietà. E non mi pare che quel diritto sia stato rispettato, né dalla lettera di Andrea De Rosa né dal commento di Antonio Latella. Comincio dalla lettera di De Rosa. Il quale, finalmente, fa un passo avanti: dichiarando che la sua nomina a direttore del Teatro Stabile di Napoli «è stata effettuata da enti politici». E più avanti lo ribadisce, a scanso di qualsiasi equivoco: «La mia nomina è stata effettuata da organi politici». Che si voglia chiamarli «enti» od «organi», non v'è dubbio che si sia trattato della Regione, della Provincia e del Comune amministrati dal centrosinistra. E che cosa crede o vorrebbe farmi credere, De Rosa, che quella Regione, quella Provincia e quel Comune lo nominarono direttore del Teatro Stabile di Napoli perché risultava simpatico o perché - come si era espresso in precedenza - aveva «messo a segno qualcosa di interessante» con il suo «lavoro di regista»? Se lo crede, Andrea De Rosa è l'uomo più ingenuo del mondo, roba che al confronto il Candido di Voltaire diventa un'autentica incarnazione del cinismo; se vuol farlo credere a me, significa che per lui sono diventato, a mia volta, l'autentica incarnazione di Pangloss. Evidentemente, quella Regione, quella Provincia e quel Comune lo nominarono direttore del Teatro Stabile di Napoli soltanto perché apparteneva allo stesso schieramento politico che governava gli enti in questione. Con un eufemismo, potremmo parlare di lottizzazione, giusto per essere ottimisti e non usare il termine lobby. Ma in ogni caso, De Rosa, accettando l'incarico, non si pose il problema di che cosa avrebbe trovato nei meandri dello Stabile? Come poteva non sapere che avrebbe dovuto convivere con un organigramma già consolidato e frutto anch'esso della lottizzazione di cui sopra? De Rosa trovò - tanto per fare qualche esempio e per dirla papale papale - una signora, Laura Angiulli, che sedeva nel consiglio d'amministrazione dello Stabile e contemporaneamente gestiva in città un proprio teatro, la Galleria Toledo, che coproduce spettacoli con lo Stabile; e un critico teatrale, Giulio Baffi, che sedeva pure lui nel consiglio d'amministrazione dello Stabile e contemporaneamente non smetteva di fare il critico, dirigendo, peraltro, svariati festival, in città e fuori. È appena il caso di ricordare, a proposito di quest'ultimo punto, che Luca Doninelli, un fine intellettuale e scrittore, smise di fare il critico teatrale dell'«Avvenire» nel momento stesso in cui entrò nel consiglio d'amministrazione del Piccolo di Milano. E per concludere con gli esempi, conviene, poi, bellamente tacere circa le misteriosissime competenze giuridico-amministrative di un'altra componente del consiglio d'amministrazione dello Stabile napoletano, la signora Giuliana Gargiulo. Tale situazione De Rosa ha dovuto accettarla, non essendogli riservata la benché minima possibilità di modificarla. E c'è da considerare, per giunta, che la signora Laura Angiulli non ha mai cessato di dire dello Stabile (e quindi anche di De Rosa) tutto il male possibile, senza, beninteso, avere la coerenza e la dignità di dimettersi. Ma in ciò, del resto, le hanno fatto buona compagnia - a voce e persino per lettera - pure taluni (e talvolta autorevoli) componenti del comitato artistico dello Stabile medesimo, da Enzo Moscato e Renato Carpentieri al giovane Francesco Saponaro. Come fa, dunque, Mario Martone a meravigliarsi del voto contrario a De Rosa dei consiglieri d'amministrazione sopra citati? Ha dimenticato che - mentre io ho affiancato sin dal primo momento il lavoro suo e di Toni Servillo - quei signori lo ignoravano e addirittura negavano che avesse qualcosa da spartire con il teatro? Insomma, davvero non c'è niente di nuovo sotto il sole. E perciò risulta poco convincente, De Rosa, quando afferma: «MAI, dico MAI, ho messo in cartellone o fatto entrare in questo teatro spettacoli o progetti che non avessi deciso IO e solo io di far entrare». «La musica dei ciechi, poi le voci dal Vico Finale», piazzato in pole position, a Natale, nel cartellone 2010-'11 del Mercadante, non è lo stesso spettacolo con cui Baffi, consigliere d'amministrazione dello Stabile di Napoli, ha aperto nella veste di direttore artistico la rassegna «Città Spettacolo» di Benevento? E che cosa vogliamo dire, per restare in tema, dello spettacolo di John Turturro «Fiabe italiane (Italian Folktales)», coprodotto dallo Stabile di Napoli diretto da De Rosa e da quello di Torino diretto da Martone, sponsor di De Rosa? Lo stesso De Rosa mi aveva proposto di scrivere, per il magazine dello Stabile, un bilancio critico della stagione 2009-'10, da lui dedicata a Shakespeare e a Beckett. Ma dopo aver visto, al San Ferdinando, il citato spettacolo di Turturro, alle 14,14 del 2 febbraio scorso mandai all'indirizzo di posta elettronica di De Rosa, «direttore@teatrostabilenapoli.it», la seguente e-mail: «Caro Andrea, dopo aver subìto l’assoluta e risibile inconsistenza delle "Fiabe italiane" di Turturro (inconsistenza coprodotta dallo Stabile napoletano), ritengo impossibile e inutile scrivere per il vostro periodico la riflessione su Shakespeare e Beckett che mi avevi proposto e che ti avevo promesso». E alle 16,41 dello stesso giorno, sempre via e-mail, De Rosa mi rispose: «Carissimo Enrico, condivido in pieno il tuo giudizio sullo spettacolo e, credimi, faccio miei i tuoi aggettivi: è proprio uno spettacolo "risibile" e "inconsistente". Ma purtroppo di errori se ne fanno! La ragione di questa coproduzione la puoi immaginare; John Turturro era stato al Mercadante nel 2006 con "Souls of Naples/Questi fantasmi!" (spettacolo che io non riuscii a vedere), e si è creduto di dare una continuità a quel suo "primo passo" a Napoli; troppo tardi mi sono accorto che è stata una decisione presa, forse, con troppa leggerezza!». Che cosa si cela dietro l'espressione impersonale «si è creduto»? Lo aveva creduto De Rosa, che, per sua esplicita ammissione, non aveva nemmeno visto la precedente sortita napoletana di Turturro? O lo aveva creduto, al posto di De Rosa, qualcuno alla Regione, che ha poi finanziato, come sappiamo, le altre «cartoline» spedite dal divo italo-americano? Chiudo. Ovviamente, non c'è niente di personale in quanto ho scritto. Continuerò a seguire il lavoro registico di Andrea De Rosa con la professionalità e l'indipendenza di giudizio che costituiscono l'unica mia bandiera e l'unica mia divisa. Ma, per quanto mi riguarda, la discussione sull'estromissione di De Rosa dallo Stabile (inaccettabile, ripeto, per il modo in cui è avvenuta) finisce qui. Non m'interessa quello che, come volevasi dimostrare, è diventata: un referendum pro o contro De Rosa a seconda degli interessi personali dei singoli teatranti. Enrico Fiore