Vengo, adesso, al commento inviato a questo blog da Antonio Latella. E innanzitutto osservo che se il mio quadro della situazione è, come ha detto Andrea De Rosa, «molto fosco», quello delineato da Latella sembra un incubo dipinto da Hieronymus Bosch. Ma che cosa credeva, Latella, che - trasferendosi da Berlino a Napoli per dirigere il Teatro Nuovo - sarebbe arrivato, giusto il già citato Pangloss, nel «migliore dei mondi possibili»? E bastano pochi mesi di soggiorno nel «paradiso abitato da diavoli» scoperto da Goethe per decidere di gettare la spugna e dichiararsi, come Antonio mi ha scritto, «pronto ad andarmene»? Proprio per questo debbo respingere, con franchezza e fermezza massime, le considerazioni di Latella circa il «silenzio» e l'«ascolto». Basta ricordare, in proposito, quel che disse Leo de Berardinis nella dedica premessa alla «Quadrilogia di Santarcangelo» di Enzo Moscato. Disse del desiderio di Enzo di condurre gli spettatori - sul filo «di un canto nuovo, spremuto dalle macerie, dal dolore e dal sorriso» - a porsi «in ascolto in prossimità del silenzio». Ed io, che firmai l'introduzione a quella «Quadrilogia», osservai che, certo, stare in ascolto sul ciglio del silenzio è una grazia, ma precipitarvi, nel silenzio, è smarrimento e pena. Soprattutto quando il silenzio diventa sinonimo di omissione. Che cosa significa, dunque, il passo del commento di Latella che mi riguarda personalmente: «Quello che è successo è una sconfitta anche per te che nonostante le tue urla di dolore non sei stato capace di farti ascoltare»? Innanzitutto mi pare assolutamente fuori luogo l'espressione «urla di dolore». Sarebbe adatta a reazioni scomposte che non sono nelle mie abitudini. Io, e ormai da circa cinquant'anni, non lancio «urla di dolore», ma, da modesto marxista, cerco di sviluppare delle analisi che colleghino gli spettacoli al momento storico che attraversiamo sul piano economico, sociale, culturale e politico. Del resto, perché mai, se non fosse così, lo stesso Antonio avrebbe dovuto scrivermi che mi considera, bontà sua, un «grande uomo di cultura e grande critico che io stimo sopra tutti»? Se ne sono accorti persino illustri studiosi stranieri. E nel merito, visto che frequenta le contrade di lingua tedesca, rimando Antonio al volume di Anton Bierl «Die Orestie des Aischylos auf der modernen Bühne», pubblicato nel 1998 a Stoccarda. Perché, allora, dovrei considerarmi «sconfitto»? Un anonimo blogger, che non a caso si è chiamato «cheguevaraeramorto», mi ha mandato un video con i Modena City Ramblers che cantano «Bella ciao» davanti a una piazza piena di bandiere rosse e pugni chiusi. E mi ha ricordato il titolo del suo libro preferito, «Le battaglie non si perdono, si vincono sempre». A mia volta, ricordo a Latella due versi di «Dai monti di Sarzana», il canto, di autore anche lui anonimo, che parla dei partigiani anarchici del Battaglione Gino Lucetti: «Più forte sarà il grido che salirà lassù, / fedeli a Pietro Gori noi scenderemo giù». Quel grido un giorno arrivò, da un paese in cui i tedeschi andavano rastrellando gli uomini per portarli nei campi di concentramento. E i partigiani del Battaglione Lucetti lo ascoltarono e risposero: in formazione da parata, con le loro poche armi e in testa la bandiera nera dell'Anarchia, marciarono verso la valle. Sapevano perfettamente che cosa li aspettava. Li aspettavano i soldati nazisti con le mitragliatrici pesanti. Morirono tutti. Ma bisognava, per l'appunto, ascoltare quel grido e rispondere. Perché c'è sempre qualcuno che ascolta e risponde, se le domande sono quelle necessarie e vengono rivolte a chi deve e sa riceverle. Mi diceva Saul Cosenza, uno dei miei maestri di vita e segretario della Sezione Lenin del Partito Comunista in quella Castellammare di Stabia in cui Latella è nato, che quello che ciascuno di noi veramente è, è importante che lo sappia chi lo deve sapere. E sta' sicuro, concludeva Saul, che chi lo deve sapere lo sa. Io ho ascoltato e sono stato ascoltato: dalle vecchie dei villaggi di pastori della Grecia carcerata dai colonnelli, dai giovani che con me fecero parte della guardia armata di Álvaro Cunhal, il leggendario segretario del Partito Comunista portoghese che tornava dall'esilio parigino per appoggiare la «rivoluzione dei garofani», e nel mio tramonto, come l'Orazio del «Congedo», dagli attenti e appassionati allievi del laboratorio condotto da Carlo Cerciello all'Elicantropo. Che cosa vuoi che m'importi, caro Antonio, del piccolo mondo autoreferenziale del teatro, che continua a morire dell'illusione di essere il Mondo tout court? Ho detto ai ragazzi dell'Elicantropo che ciò che ho fatto di più stupido nella vita è stato fare il critico teatrale. E tuttavia persisterò a farlo, finché me lo permetteranno, con la stessa dedizione di quando cominciai e nel contempo senza mai dimenticare, giusto, il salutare ammonimento di Peter Brook: «Bisogna sempre mettere una distanza fra sé e il lavoro che si fa: altrimenti non ci si accorge degli errori che si commettono nel farlo». Perché, io, non debbo essere ascoltato dai politici per averne le sovvenzioni, in qualche modo diventando, di conseguenza, complice loro e dei loro lacchè, magari di quei lacchè che precedentemente, quando le sovvenzioni non me le avevano ancora date, avevo persino accusato di comportamenti da codice penale. Io debbo essere ascoltato dai lettori, spesso sconosciuti, che mi fermano in strada per discutere con me le mie recensioni. Le quali ultime, caro Antonio, dedicherò ai tuoi spettacoli con la stessa professionalità e la stessa indipendenza di giudizio che, come ho detto, riserverò a quelli di Andrea De Rosa. Enrico Fiore
La risposta ad Antonio Latella
Vengo, adesso, al commento inviato a questo blog da Antonio Latella. E innanzitutto osservo che se il mio quadro della situazione è, come ha detto Andrea De Rosa, «molto fosco», quello delineato da Latella sembra un incubo dipinto da Hieronymus Bosch. Ma che cosa credeva, Latella, che - trasferendosi da Berlino a Napoli per dirigere il Teatro Nuovo - sarebbe arrivato, giusto il già citato Pangloss, nel «migliore dei mondi possibili»? E bastano pochi mesi di soggiorno nel «paradiso abitato da diavoli» scoperto da Goethe per decidere di gettare la spugna e dichiararsi, come Antonio mi ha scritto, «pronto ad andarmene»? Proprio per questo debbo respingere, con franchezza e fermezza massime, le considerazioni di Latella circa il «silenzio» e l'«ascolto». Basta ricordare, in proposito, quel che disse Leo de Berardinis nella dedica premessa alla «Quadrilogia di Santarcangelo» di Enzo Moscato. Disse del desiderio di Enzo di condurre gli spettatori - sul filo «di un canto nuovo, spremuto dalle macerie, dal dolore e dal sorriso» - a porsi «in ascolto in prossimità del silenzio». Ed io, che firmai l'introduzione a quella «Quadrilogia», osservai che, certo, stare in ascolto sul ciglio del silenzio è una grazia, ma precipitarvi, nel silenzio, è smarrimento e pena. Soprattutto quando il silenzio diventa sinonimo di omissione. Che cosa significa, dunque, il passo del commento di Latella che mi riguarda personalmente: «Quello che è successo è una sconfitta anche per te che nonostante le tue urla di dolore non sei stato capace di farti ascoltare»? Innanzitutto mi pare assolutamente fuori luogo l'espressione «urla di dolore». Sarebbe adatta a reazioni scomposte che non sono nelle mie abitudini. Io, e ormai da circa cinquant'anni, non lancio «urla di dolore», ma, da modesto marxista, cerco di sviluppare delle analisi che colleghino gli spettacoli al momento storico che attraversiamo sul piano economico, sociale, culturale e politico. Del resto, perché mai, se non fosse così, lo stesso Antonio avrebbe dovuto scrivermi che mi considera, bontà sua, un «grande uomo di cultura e grande critico che io stimo sopra tutti»? Se ne sono accorti persino illustri studiosi stranieri. E nel merito, visto che frequenta le contrade di lingua tedesca, rimando Antonio al volume di Anton Bierl «Die Orestie des Aischylos auf der modernen Bühne», pubblicato nel 1998 a Stoccarda. Perché, allora, dovrei considerarmi «sconfitto»? Un anonimo blogger, che non a caso si è chiamato «cheguevaraeramorto», mi ha mandato un video con i Modena City Ramblers che cantano «Bella ciao» davanti a una piazza piena di bandiere rosse e pugni chiusi. E mi ha ricordato il titolo del suo libro preferito, «Le battaglie non si perdono, si vincono sempre». A mia volta, ricordo a Latella due versi di «Dai monti di Sarzana», il canto, di autore anche lui anonimo, che parla dei partigiani anarchici del Battaglione Gino Lucetti: «Più forte sarà il grido che salirà lassù, / fedeli a Pietro Gori noi scenderemo giù». Quel grido un giorno arrivò, da un paese in cui i tedeschi andavano rastrellando gli uomini per portarli nei campi di concentramento. E i partigiani del Battaglione Lucetti lo ascoltarono e risposero: in formazione da parata, con le loro poche armi e in testa la bandiera nera dell'Anarchia, marciarono verso la valle. Sapevano perfettamente che cosa li aspettava. Li aspettavano i soldati nazisti con le mitragliatrici pesanti. Morirono tutti. Ma bisognava, per l'appunto, ascoltare quel grido e rispondere. Perché c'è sempre qualcuno che ascolta e risponde, se le domande sono quelle necessarie e vengono rivolte a chi deve e sa riceverle. Mi diceva Saul Cosenza, uno dei miei maestri di vita e segretario della Sezione Lenin del Partito Comunista in quella Castellammare di Stabia in cui Latella è nato, che quello che ciascuno di noi veramente è, è importante che lo sappia chi lo deve sapere. E sta' sicuro, concludeva Saul, che chi lo deve sapere lo sa. Io ho ascoltato e sono stato ascoltato: dalle vecchie dei villaggi di pastori della Grecia carcerata dai colonnelli, dai giovani che con me fecero parte della guardia armata di Álvaro Cunhal, il leggendario segretario del Partito Comunista portoghese che tornava dall'esilio parigino per appoggiare la «rivoluzione dei garofani», e nel mio tramonto, come l'Orazio del «Congedo», dagli attenti e appassionati allievi del laboratorio condotto da Carlo Cerciello all'Elicantropo. Che cosa vuoi che m'importi, caro Antonio, del piccolo mondo autoreferenziale del teatro, che continua a morire dell'illusione di essere il Mondo tout court? Ho detto ai ragazzi dell'Elicantropo che ciò che ho fatto di più stupido nella vita è stato fare il critico teatrale. E tuttavia persisterò a farlo, finché me lo permetteranno, con la stessa dedizione di quando cominciai e nel contempo senza mai dimenticare, giusto, il salutare ammonimento di Peter Brook: «Bisogna sempre mettere una distanza fra sé e il lavoro che si fa: altrimenti non ci si accorge degli errori che si commettono nel farlo». Perché, io, non debbo essere ascoltato dai politici per averne le sovvenzioni, in qualche modo diventando, di conseguenza, complice loro e dei loro lacchè, magari di quei lacchè che precedentemente, quando le sovvenzioni non me le avevano ancora date, avevo persino accusato di comportamenti da codice penale. Io debbo essere ascoltato dai lettori, spesso sconosciuti, che mi fermano in strada per discutere con me le mie recensioni. Le quali ultime, caro Antonio, dedicherò ai tuoi spettacoli con la stessa professionalità e la stessa indipendenza di giudizio che, come ho detto, riserverò a quelli di Andrea De Rosa. Enrico Fiore