«Non possiamo stare sempre a discutere sul nulla, bisogna muoversi». È questa la battuta-chiave di «2 fratelli», il testo che, insignito del Premio Riccione, nel 1999 rivelò all'Italia e all'Europa il talento straordinario di Fausto Paravidino. E non a caso la pronuncia Erica, la ragazza che convive con i due fratelli Boris e Lev, va a letto con entrambi e finirà uccisa dal secondo: perché, in effetti, è impossibile uscire dalla metaforica cucina in cui i tre s'ubriacano di parole senza scopo così come senza prospettive appare la loro vita. La scrittura di Paravidino, contratta e veloce, ricalca la tipica «comunicazione» fra i giovani d'oggi. Ma non si tratta di un ricalco realistico, stanti l'allusività e l'ironia che spostano continuamente quella scrittura verso un «altrove»: il desiderio inespresso (vedi il sistematico richiamo a regole da stabilire e da rispettare) di un mondo finalmente riconoscibile e comprensibile. Ancora non a caso, del resto, Boris e Lev mandano e ricevono, al posto delle lettere, cassette registrate. È il tentativo di fissare, delle parole, se non il significato almeno il suono. Insomma, siamo di fronte a un «triangolo» sospeso fra Sartre e Pinter; e che - prigioniero com'è di una routine tanto estrema quanto ineffettuale - affoga in una quotidianità nient'affatto «quotidiana». Si capisce, quindi, perché il pregio non comune di «2 fratelli» stia nella circostanza ch'è un testo assolutamente comico: solo la sottolineatura per contrasto, e in misura parimenti estrema, poteva rendere la tragedia che qui si dipana, senza remissione in quanto inscritta nella «normalità». Ma, rispetto a tutto questo, è un po' deludente l'allestimento del testo di Paravidino che Interno 5 presenta all'Elicantropo. La regia di Giuseppe Cerrone e Antonio Piccolo, collocando gli spettatori nella cucina in cui si svolge l'azione, persegue proprio il realismo che l'autore batte in breccia; e, d'altro canto, imprime alla rappresentazione toni e cadenze risentiti sino al punto di approdare, in qualche momento, a un'autentica isteria. Per intenderci, è come se si stesse recitando «Ricorda con rabbia» di Osborne. Mi affretto ad aggiungere, però, che i limiti dello spettacolo appena descritti non sminuiscono l'impegno e la tenuta degl'interpreti in campo: Stefano Ferraro (Boris), Raffaele Ausiello (Lev) e Simona Di Maio, naturalmente nel ruolo di Erica. Enrico Fiore(«Il Mattino», 30 dicembre 2010)
Un "triangolo" che affoga nel quotidiano
«Non possiamo stare sempre a discutere sul nulla, bisogna muoversi». È questa la battuta-chiave di «2 fratelli», il testo che, insignito del Premio Riccione, nel 1999 rivelò all'Italia e all'Europa il talento straordinario di Fausto Paravidino. E non a caso la pronuncia Erica, la ragazza che convive con i due fratelli Boris e Lev, va a letto con entrambi e finirà uccisa dal secondo: perché, in effetti, è impossibile uscire dalla metaforica cucina in cui i tre s'ubriacano di parole senza scopo così come senza prospettive appare la loro vita. La scrittura di Paravidino, contratta e veloce, ricalca la tipica «comunicazione» fra i giovani d'oggi. Ma non si tratta di un ricalco realistico, stanti l'allusività e l'ironia che spostano continuamente quella scrittura verso un «altrove»: il desiderio inespresso (vedi il sistematico richiamo a regole da stabilire e da rispettare) di un mondo finalmente riconoscibile e comprensibile. Ancora non a caso, del resto, Boris e Lev mandano e ricevono, al posto delle lettere, cassette registrate. È il tentativo di fissare, delle parole, se non il significato almeno il suono. Insomma, siamo di fronte a un «triangolo» sospeso fra Sartre e Pinter; e che - prigioniero com'è di una routine tanto estrema quanto ineffettuale - affoga in una quotidianità nient'affatto «quotidiana». Si capisce, quindi, perché il pregio non comune di «2 fratelli» stia nella circostanza ch'è un testo assolutamente comico: solo la sottolineatura per contrasto, e in misura parimenti estrema, poteva rendere la tragedia che qui si dipana, senza remissione in quanto inscritta nella «normalità». Ma, rispetto a tutto questo, è un po' deludente l'allestimento del testo di Paravidino che Interno 5 presenta all'Elicantropo. La regia di Giuseppe Cerrone e Antonio Piccolo, collocando gli spettatori nella cucina in cui si svolge l'azione, persegue proprio il realismo che l'autore batte in breccia; e, d'altro canto, imprime alla rappresentazione toni e cadenze risentiti sino al punto di approdare, in qualche momento, a un'autentica isteria. Per intenderci, è come se si stesse recitando «Ricorda con rabbia» di Osborne. Mi affretto ad aggiungere, però, che i limiti dello spettacolo appena descritti non sminuiscono l'impegno e la tenuta degl'interpreti in campo: Stefano Ferraro (Boris), Raffaele Ausiello (Lev) e Simona Di Maio, naturalmente nel ruolo di Erica. Enrico Fiore(«Il Mattino», 30 dicembre 2010)