Non bisogna mai dimenticare che la caratteristica decisiva dell'opera di Camus è l'ambiguità: un'ambiguità che discende dalla continua oscillazione fra il nichilismo e l'umanesimo. E ne costituisce una prova esaustiva «Caligola», ora alla Galleria Toledo - col titolo «Caligola on air» e la coproduzione dello Stabile di Napoli - nell'adattamento e per la regia di Orlando Cinque. Non a caso, del resto, in quel dramma s'avvertono echi dostoevskiani per un verso e tolstoiani per l'altro. E vi si dispiega, certo, la tragedia di una lucida intelligenza: Caligola non è pazzo, scatena il terrore e il caos solo perché - giunto a rendersi conto dell'irrimediabile assurdità che governa l'universo - vuole che se ne rendano conto tutti gli uomini. Ma, nella versione del '47 (la prima stesura del testo risaliva al '38-'39), in punto di morte Caligola confessa: «Mi sono sbagliato, la mia strada non è quella buona». E, nella prefazione all'edizione americana, Camus definì il dramma come «la storia del più tragico degli errori». Orlando Cinque, invece, non ha il minimo dubbio: per lui il Caligola di Camus è un «profeta folle» che si dedica all'«esercizio spietato e casuale del Male gratuito, del Male come spettacolo». E allora, giù con gli artifici e gli esibizionismi, peraltro nemmeno inediti e dirompenti: il reiterato aprirsi e chiudersi dei sipari esterno e interno; i personaggi che, giusto l'«on air» del titolo, a tratti vanno in onda da uno studio radiofonico o televisivo che sia, primo fra tutti un Caligola impegnato, dietro il microfono, in proclami vari e in una canzone sul se stesso in quanto «mostro»; gli attori che di tanto in tanto scendono nella platea illuminata per recitare a diretto contatto con gli spettatori... Il paradosso, poi, è che - in dispregio della «lettura» del testo e dell'idea registica di cui sopra - vengono a mancare proprio la consistenza e la tenuta degl'interpreti: alcuni, addirittura sul piano della pronuncia, sono francamente da dimenticare, mentre gli altri restano prigionieri di una recitazione o scolastica o stucchevolmente e inutilmente esibita. Accanto allo stesso Cinque (nei panni, è ovvio, di Caligola), ci sono Alessandra D'Elia (Cesonia), Vincenzo Del Prete (Elicone), Fernando Siciliano (Cassio) e Pietro Tammaro (Scipione). Ma il migliore, nel ruolo di Cherea, mi sembra Stefano Jotti. È l'unico che riesca a trasmettere in qualche modo l'ambiguità «ontologica» prospettata dalla scrittura di Camus. Enrico Fiore(«Il Mattino», 7 gennaio 2011)
La recita del "mostro" Caligola
Non bisogna mai dimenticare che la caratteristica decisiva dell'opera di Camus è l'ambiguità: un'ambiguità che discende dalla continua oscillazione fra il nichilismo e l'umanesimo. E ne costituisce una prova esaustiva «Caligola», ora alla Galleria Toledo - col titolo «Caligola on air» e la coproduzione dello Stabile di Napoli - nell'adattamento e per la regia di Orlando Cinque. Non a caso, del resto, in quel dramma s'avvertono echi dostoevskiani per un verso e tolstoiani per l'altro. E vi si dispiega, certo, la tragedia di una lucida intelligenza: Caligola non è pazzo, scatena il terrore e il caos solo perché - giunto a rendersi conto dell'irrimediabile assurdità che governa l'universo - vuole che se ne rendano conto tutti gli uomini. Ma, nella versione del '47 (la prima stesura del testo risaliva al '38-'39), in punto di morte Caligola confessa: «Mi sono sbagliato, la mia strada non è quella buona». E, nella prefazione all'edizione americana, Camus definì il dramma come «la storia del più tragico degli errori». Orlando Cinque, invece, non ha il minimo dubbio: per lui il Caligola di Camus è un «profeta folle» che si dedica all'«esercizio spietato e casuale del Male gratuito, del Male come spettacolo». E allora, giù con gli artifici e gli esibizionismi, peraltro nemmeno inediti e dirompenti: il reiterato aprirsi e chiudersi dei sipari esterno e interno; i personaggi che, giusto l'«on air» del titolo, a tratti vanno in onda da uno studio radiofonico o televisivo che sia, primo fra tutti un Caligola impegnato, dietro il microfono, in proclami vari e in una canzone sul se stesso in quanto «mostro»; gli attori che di tanto in tanto scendono nella platea illuminata per recitare a diretto contatto con gli spettatori... Il paradosso, poi, è che - in dispregio della «lettura» del testo e dell'idea registica di cui sopra - vengono a mancare proprio la consistenza e la tenuta degl'interpreti: alcuni, addirittura sul piano della pronuncia, sono francamente da dimenticare, mentre gli altri restano prigionieri di una recitazione o scolastica o stucchevolmente e inutilmente esibita. Accanto allo stesso Cinque (nei panni, è ovvio, di Caligola), ci sono Alessandra D'Elia (Cesonia), Vincenzo Del Prete (Elicone), Fernando Siciliano (Cassio) e Pietro Tammaro (Scipione). Ma il migliore, nel ruolo di Cherea, mi sembra Stefano Jotti. È l'unico che riesca a trasmettere in qualche modo l'ambiguità «ontologica» prospettata dalla scrittura di Camus. Enrico Fiore(«Il Mattino», 7 gennaio 2011)