Ne «I promessi sposi alla prova» di Testori - ora al Mercadante, in un allestimento prodotto dalla Compagnia Sandro Lombardi, dal Metastasio e dallo Stabile di Torino - vengono messi in scena degli attori e un regista (ma è molto di più, tanto che l'autore lo chiama «il Maestro») impegnati, per l'appunto, nelle prove della tragedia ricavata dal capolavoro manzoniano. Ma quest'ultimo è solo un pretesto; o, meglio, costituisce (l'«alla prova» va inteso, quindi, e nel senso letterale specificamente riferito al teatro e nel senso della verifica rispetto a qualcosa) una cartina di tornasole circa la cancellazione che va operando la barbarie culturale d'oggi. Che cosa si vada cancellando Testori lo indicò nel primo giorno di prove dell'allestimento varato nel 1984 da Franco Parenti: «[...] questa memoria che spero si alzi su, in qualche modo, da un testo come "I promessi sposi alla prova", è quella tal memoria senza la quale il presente non è nominabile, è cecità, annaspamento, servitù a nuovi padroni che ripetono, ingranditi, i vecchi errori ed è soprattutto un presente che non ha, come dire, le spalle e il cuore per spingersi verso il futuro». È la Parola, allora, che occorre riconquistare: quella che il Maestro definisce «la divina, umile, gloriosa, gutturale, sacra, mormorante, urlata, incasinata, calpestata, strozzata, assassinata, ma, poi, redenta parola»: quella, insomma, ch'è la metafora e il motore (certo, anche in senso biblico) della Vita. Ed ecco perché Federico Tiezzi, regista dello spettacolo in scena al Mercadante, ha perfettamente ragione nel puntare sull'interscambio fra l'«interno» (la dimensione del teatro nel teatro propria del testo) e l'«esterno» (la dimensione della Storia, e della testimonianza che nella Storia ha reso l'uomo Testori). Si spiegano così, poniamo, il palcoscenico sul palcoscenico con relativo secondo sipario da un lato e, dall'altro, il grande quadro di Tanzio da Varallo che a un certo punto cala dall'alto per alludere all'eccelsa competenza di Testori come critico d'arte. Voglio dire, in breve, che su questa strada si va ben oltre la compiutezza formale dell'allestimento e la pur strepitosa prova degl'interpreti, primi fra tutti lo stesso Sandro Lombardi (il Maestro), Massimo Verdastro (Don Rodrigo) e Iaia Forte (Gertrude). Omaggio migliore non poteva darsi a colui che fu uno dei protagonisti assoluti della cultura italiana del secondo Novecento. E viene in mente ciò che Testori disse poco prima di morire: «In questi anni è stato come se non ci fossi, ma l'importante però è che io non abbia mentito, mai, e che non mi sia mai piegato per non essere isolato». Una lezione per tanti degli intellettuali di adesso. Enrico Fiore («Il Mattino», 16 gennaio 2011)
Gli sposi manzoniani secondo Testori
Ne «I promessi sposi alla prova» di Testori - ora al Mercadante, in un allestimento prodotto dalla Compagnia Sandro Lombardi, dal Metastasio e dallo Stabile di Torino - vengono messi in scena degli attori e un regista (ma è molto di più, tanto che l'autore lo chiama «il Maestro») impegnati, per l'appunto, nelle prove della tragedia ricavata dal capolavoro manzoniano. Ma quest'ultimo è solo un pretesto; o, meglio, costituisce (l'«alla prova» va inteso, quindi, e nel senso letterale specificamente riferito al teatro e nel senso della verifica rispetto a qualcosa) una cartina di tornasole circa la cancellazione che va operando la barbarie culturale d'oggi. Che cosa si vada cancellando Testori lo indicò nel primo giorno di prove dell'allestimento varato nel 1984 da Franco Parenti: «[...] questa memoria che spero si alzi su, in qualche modo, da un testo come "I promessi sposi alla prova", è quella tal memoria senza la quale il presente non è nominabile, è cecità, annaspamento, servitù a nuovi padroni che ripetono, ingranditi, i vecchi errori ed è soprattutto un presente che non ha, come dire, le spalle e il cuore per spingersi verso il futuro». È la Parola, allora, che occorre riconquistare: quella che il Maestro definisce «la divina, umile, gloriosa, gutturale, sacra, mormorante, urlata, incasinata, calpestata, strozzata, assassinata, ma, poi, redenta parola»: quella, insomma, ch'è la metafora e il motore (certo, anche in senso biblico) della Vita. Ed ecco perché Federico Tiezzi, regista dello spettacolo in scena al Mercadante, ha perfettamente ragione nel puntare sull'interscambio fra l'«interno» (la dimensione del teatro nel teatro propria del testo) e l'«esterno» (la dimensione della Storia, e della testimonianza che nella Storia ha reso l'uomo Testori). Si spiegano così, poniamo, il palcoscenico sul palcoscenico con relativo secondo sipario da un lato e, dall'altro, il grande quadro di Tanzio da Varallo che a un certo punto cala dall'alto per alludere all'eccelsa competenza di Testori come critico d'arte. Voglio dire, in breve, che su questa strada si va ben oltre la compiutezza formale dell'allestimento e la pur strepitosa prova degl'interpreti, primi fra tutti lo stesso Sandro Lombardi (il Maestro), Massimo Verdastro (Don Rodrigo) e Iaia Forte (Gertrude). Omaggio migliore non poteva darsi a colui che fu uno dei protagonisti assoluti della cultura italiana del secondo Novecento. E viene in mente ciò che Testori disse poco prima di morire: «In questi anni è stato come se non ci fossi, ma l'importante però è che io non abbia mentito, mai, e che non mi sia mai piegato per non essere isolato». Una lezione per tanti degli intellettuali di adesso. Enrico Fiore («Il Mattino», 16 gennaio 2011)