«Il malato immaginario» è il lancinante e beffardo minuetto d'addio di un autore che gioca con la morte, la guarda in faccia e sorride. Infatti, Molière morì, la sera del 17 febbraio 1673, poco dopo aver smesso di recitare nella quarta rappresentazione di quella commedia, come sappiamo l'ultima che scrisse. E dunque non bisogna mai dimenticare, di fronte al testo in questione, che se immaginarie sono le malattie del personaggio protagonista, Argante, non lo erano affatto quelle di chi lo aveva creato e, da attore, gli dava vita in scena. Insomma, qui l'immaginario è solo, e nella realtà, quello a cui spalanca le porte un malato chiuso nella ragnatela delle proprie sofferenze: le quali, poi, si riassumono nella solitudine e nell'irrazionale paura della morte. E da tanto discendevano (giusta la forma di «comédie-ballet» che l'opera aveva in origine) la fuga nel canto e nella danza, totalmente astratti. Era una fuga che traduceva l'impossibilità, per Molière, di raccontare - al cospetto della corte!.. - il Tragico in genere e la sua tragedia personale in aggiunta. Non a caso, d'altronde, questa è l'unica commedia in cui Molière porti alla ribalta rapporti fra medici e pazienti non finti (come, poniamo, in «Le médecin malgré lui»), ma esattamente individuati sul piano storico. E direi che Marco Bernardi - regista dell'allestimento de «Il malato immaginario» che lo Stabile di Bolzano presenta al Bellini - sottolinea un simile quadro con invenzioni esemplarmente icastiche: a partire dagli autentici incubi che rispetto ad Argante incarnano la figlia Angelica e la moglie Belinda, alla fine del primo tempo e all'inizio del secondo mascherate, rispettivamente, da Angelo della Morte e da Diavolo. In breve, parliamo di un allestimento tanto godibile sul versante comico quanto inquietante sotto il profilo della dimensione drammatica in cui, per i motivi suddetti, si rovescia il senso del comico. E s'intende che perfettamente in linea risultano gl'interpreti: accanto a Paolo Bonacelli (un Argante sospeso fra l'accidia, il sarcasmo e l'angoscia), vanno citati almeno Patrizia Milani (Tonina) e Roberto Tesconi (il dottor Purgon). Enrico Fiore(«Il Mattino», 21 gennaio 2011)
Un malato assai poco immaginario
«Il malato immaginario» è il lancinante e beffardo minuetto d'addio di un autore che gioca con la morte, la guarda in faccia e sorride. Infatti, Molière morì, la sera del 17 febbraio 1673, poco dopo aver smesso di recitare nella quarta rappresentazione di quella commedia, come sappiamo l'ultima che scrisse. E dunque non bisogna mai dimenticare, di fronte al testo in questione, che se immaginarie sono le malattie del personaggio protagonista, Argante, non lo erano affatto quelle di chi lo aveva creato e, da attore, gli dava vita in scena. Insomma, qui l'immaginario è solo, e nella realtà, quello a cui spalanca le porte un malato chiuso nella ragnatela delle proprie sofferenze: le quali, poi, si riassumono nella solitudine e nell'irrazionale paura della morte. E da tanto discendevano (giusta la forma di «comédie-ballet» che l'opera aveva in origine) la fuga nel canto e nella danza, totalmente astratti. Era una fuga che traduceva l'impossibilità, per Molière, di raccontare - al cospetto della corte!.. - il Tragico in genere e la sua tragedia personale in aggiunta. Non a caso, d'altronde, questa è l'unica commedia in cui Molière porti alla ribalta rapporti fra medici e pazienti non finti (come, poniamo, in «Le médecin malgré lui»), ma esattamente individuati sul piano storico. E direi che Marco Bernardi - regista dell'allestimento de «Il malato immaginario» che lo Stabile di Bolzano presenta al Bellini - sottolinea un simile quadro con invenzioni esemplarmente icastiche: a partire dagli autentici incubi che rispetto ad Argante incarnano la figlia Angelica e la moglie Belinda, alla fine del primo tempo e all'inizio del secondo mascherate, rispettivamente, da Angelo della Morte e da Diavolo. In breve, parliamo di un allestimento tanto godibile sul versante comico quanto inquietante sotto il profilo della dimensione drammatica in cui, per i motivi suddetti, si rovescia il senso del comico. E s'intende che perfettamente in linea risultano gl'interpreti: accanto a Paolo Bonacelli (un Argante sospeso fra l'accidia, il sarcasmo e l'angoscia), vanno citati almeno Patrizia Milani (Tonina) e Roberto Tesconi (il dottor Purgon). Enrico Fiore(«Il Mattino», 21 gennaio 2011)