Mario Scaccia - spentosi l'altra notte a 91 anni nella sua Roma - è stato un attore attore: nel senso che è stato, insieme, un interprete dotato di straordinaria capacità espressiva e, proprio sotto il profilo etimologico del termine, uno che agisce, che partecipa attivamente a una vicenda reale. Voglio dire che, pur essendo uno dei più illustri rappresentanti della tradizione, Scaccia ha saputo sempre metterla in discussione, e cioè spingerla e costringerla a confrontarsi con il presente e le urgenze (o le mode che fossero) dell'attualità. Basta considerare, in proposito, la sua esperienza nel campo dei classici: nel 2004, poniamo, fu un esemplare Tiresia nell'allestimento dell'«Edipo re» presentato nel Teatro Greco di Siracusa, ma nel '97 era stato anche colui che in un'altra grande «sala» dell'antichità, l'Anfiteatro di Pompei, aveva offerto (in veste di regista oltre che d'interprete nel ruolo di Euclione) un «Rock Aulularia» che, nientemeno, tratteggiava i personaggi di Plauto giusto come celebri star del rock e del pop. Grazie alle somiglianze fra gli attori prescelti e le star musicali evocate, il Lare della casa di Euclione diventava Vasco Rossi e Stafila si trasformava in Zucchero, senza contare le «controfigure» di Elton John e degli Spandau Ballet. Del resto, non è stato certo l'eclettismo che ha fatto difetto a Mario Scaccia nel corso della sua lunghissima (circa settant'anni) carriera. Scaccia, tanto per citare solo qualche autore e qualche titolo, ha alternato Molière («La scuola delle mogli») e Beckett («Aspettando Godot»), von Kleist («La brocca rotta») e Rosso di San Secondo («Le esperienze di Giovanni Arce, filosofo»), Dürrenmatt («Romolo il Grande») e Diego Fabbri («Inquisizione»), Ariosto («Il Negromante») e Bruno («Il Candelaio»). Per non parlare, naturalmente, del memorabile Shylock de «Il mercante di Venezia» di Shakespeare, dell'altrettanto indimenticabile Fra' Timoteo de «La Mandragola» di Machiavelli, impersonato per oltre mezzo secolo, e - in omaggio alla sua città - del «Chicchignola» di Petrolini e del «Nerone» di Terron. Ma il grandissimo Mario (che faccia quella sua, sempre attraversata da un lampo fra il pacioso e il mefistofelico!) si distinse - ad onta dell'impegno costante sul palcoscenico, fin da quando, nel '61, aveva costituito con Valeria Moriconi, Mauri ed Enriquez la mitica Compagnia dei Quattro - anche nel cinema, a partire da «Tempi nostri» di Blasetti nel '54, e in televisione, interpretando fra l'altro i personaggi di Plon-Plon, di Capitan Sandracca e del Dottore negli sceneggiati «Ottocento», «La Pisana» e «Le avventure di Pinocchio». Tuttavia, il tratto dominante, nell'uomo come nell'artista, era forse la modestia che derivava dalla naturalezza, starei per dire dalla «souplesse», con cui Scaccia riusciva a fare anche le cose più difficili. Ricordo quando, nell'aprile del 2005, diede al Comunale di Caserta l'ennesimo allestimento de «La Mandragola». Si trattava, è ovvio, di teatro «all'antica italiana»: ciò che significava cura artigianale della messinscena, estremo rispetto per il testo e per la lingua nella quale era scritto (il meraviglioso impasto di raffinato volgare cinquecentesco e fiorentino parlato), esaltazione della teatralità intrinseca del copione. E in Scaccia, 86 anni suonati, mai un'incertezza, mai una pigrizia, mai una sciatteria. Eppure, allorché, al termine dello spettacolo, andai a fargli i miei complimenti nel camerino, lui si schermì con un semplice: «Che vuole, ormai la commedia mi esce da sola». Adesso, valga a chiudere questo ritratto l'ultima scena dei «Mémoires» allestiti a Venezia, nel 2004, da Maurizio Scaparro. Mario Scaccia, abbandonato su una poltrona, s'identificava con l'autore, circordato come lui dai fantasmi della vita al tramonto. Avevamo tutti le lacrime agli occhi. Perché sentimmo sul viso l'alito salso di quel vento dell'Adriatico che, nell'esilio di Parigi, non smise mai di cullare i sogni e la nostalgia di Goldoni. Enrico Fiore(«Il Mattino», 27 gennaio 2011)
Addio a Mario Scaccia
Mario Scaccia - spentosi l'altra notte a 91 anni nella sua Roma - è stato un attore attore: nel senso che è stato, insieme, un interprete dotato di straordinaria capacità espressiva e, proprio sotto il profilo etimologico del termine, uno che agisce, che partecipa attivamente a una vicenda reale. Voglio dire che, pur essendo uno dei più illustri rappresentanti della tradizione, Scaccia ha saputo sempre metterla in discussione, e cioè spingerla e costringerla a confrontarsi con il presente e le urgenze (o le mode che fossero) dell'attualità. Basta considerare, in proposito, la sua esperienza nel campo dei classici: nel 2004, poniamo, fu un esemplare Tiresia nell'allestimento dell'«Edipo re» presentato nel Teatro Greco di Siracusa, ma nel '97 era stato anche colui che in un'altra grande «sala» dell'antichità, l'Anfiteatro di Pompei, aveva offerto (in veste di regista oltre che d'interprete nel ruolo di Euclione) un «Rock Aulularia» che, nientemeno, tratteggiava i personaggi di Plauto giusto come celebri star del rock e del pop. Grazie alle somiglianze fra gli attori prescelti e le star musicali evocate, il Lare della casa di Euclione diventava Vasco Rossi e Stafila si trasformava in Zucchero, senza contare le «controfigure» di Elton John e degli Spandau Ballet. Del resto, non è stato certo l'eclettismo che ha fatto difetto a Mario Scaccia nel corso della sua lunghissima (circa settant'anni) carriera. Scaccia, tanto per citare solo qualche autore e qualche titolo, ha alternato Molière («La scuola delle mogli») e Beckett («Aspettando Godot»), von Kleist («La brocca rotta») e Rosso di San Secondo («Le esperienze di Giovanni Arce, filosofo»), Dürrenmatt («Romolo il Grande») e Diego Fabbri («Inquisizione»), Ariosto («Il Negromante») e Bruno («Il Candelaio»). Per non parlare, naturalmente, del memorabile Shylock de «Il mercante di Venezia» di Shakespeare, dell'altrettanto indimenticabile Fra' Timoteo de «La Mandragola» di Machiavelli, impersonato per oltre mezzo secolo, e - in omaggio alla sua città - del «Chicchignola» di Petrolini e del «Nerone» di Terron. Ma il grandissimo Mario (che faccia quella sua, sempre attraversata da un lampo fra il pacioso e il mefistofelico!) si distinse - ad onta dell'impegno costante sul palcoscenico, fin da quando, nel '61, aveva costituito con Valeria Moriconi, Mauri ed Enriquez la mitica Compagnia dei Quattro - anche nel cinema, a partire da «Tempi nostri» di Blasetti nel '54, e in televisione, interpretando fra l'altro i personaggi di Plon-Plon, di Capitan Sandracca e del Dottore negli sceneggiati «Ottocento», «La Pisana» e «Le avventure di Pinocchio». Tuttavia, il tratto dominante, nell'uomo come nell'artista, era forse la modestia che derivava dalla naturalezza, starei per dire dalla «souplesse», con cui Scaccia riusciva a fare anche le cose più difficili. Ricordo quando, nell'aprile del 2005, diede al Comunale di Caserta l'ennesimo allestimento de «La Mandragola». Si trattava, è ovvio, di teatro «all'antica italiana»: ciò che significava cura artigianale della messinscena, estremo rispetto per il testo e per la lingua nella quale era scritto (il meraviglioso impasto di raffinato volgare cinquecentesco e fiorentino parlato), esaltazione della teatralità intrinseca del copione. E in Scaccia, 86 anni suonati, mai un'incertezza, mai una pigrizia, mai una sciatteria. Eppure, allorché, al termine dello spettacolo, andai a fargli i miei complimenti nel camerino, lui si schermì con un semplice: «Che vuole, ormai la commedia mi esce da sola». Adesso, valga a chiudere questo ritratto l'ultima scena dei «Mémoires» allestiti a Venezia, nel 2004, da Maurizio Scaparro. Mario Scaccia, abbandonato su una poltrona, s'identificava con l'autore, circordato come lui dai fantasmi della vita al tramonto. Avevamo tutti le lacrime agli occhi. Perché sentimmo sul viso l'alito salso di quel vento dell'Adriatico che, nell'esilio di Parigi, non smise mai di cullare i sogni e la nostalgia di Goldoni. Enrico Fiore(«Il Mattino», 27 gennaio 2011)