CONTROSCENA

Gli occhiali di Emma Dante


Eugenia, la bambina «cecata» de «Il mare non bagna Napoli» di Anna Maria Ortese, viene presa da un vomito irrefrenabile quando finalmente inforca le lenti che aveva tanto desiderato. Invece «'O spicchiato», Nicola e il vecchio marito - protagonisti, nell'ordine, di «Acquasanta», «Il castello della Zisa» e «Ballarini», gli atti unici che compongono la «Trilogia degli occhiali» di Emma Dante data in «prima» nazionale al San Ferdinando - con le lenti sul naso ci stanno benissimo, non possono farne a meno.   Il «mezzo mozzo» disoccupato che parla col mare, il ragazzo ch'è diventato catatonico perché tolto dalla sua casa e la coppia di anziani che rovista nel passato sono i simboli di un'emarginazione complessiva rispettivamente declinata, per l'appunto, come povertà, malattia e vecchiaia. Ed ha ragione, Emma Dante, a dire che gli occhiali servono loro per «vedere una propria verità». Infatti (ne abbia o no coscienza l'autrice e regista palermitana) l'idea forte che guida i testi in questione s'identifica con l'archetipo «ve-el», la radice linguistica indoeuropea che - dai «Veda», gli antichissimi libri della sapienza indiani, fino all'Elios dei greci e all'«Occhio» di Bataille - implica il concetto della luce, del «vedere» e, perciò, della conoscenza.   «'O spicchiato» dice «'i lenti so' l'intelligenza mia», Nicola comincia a parlare e a «spiegarsi» solo quando inforca gli occhiali, il vecchio marito addirittura «ringiovanisce» quando a sua volta li indossa. Ma aggiungo subito che lo spettacolo in scena al San Ferdinando - coprodotto da Sud Costa Occidentale, Stabile di Napoli e Crt - è inferiore ai testi da cui discende. Lo appesantiscono lungaggini (vedi la pantomima delle due suore-infermiere), ridondanze esibite (vedi il protrarsi di due masturbazioni due) e manierismi (vedi le bamboline da carillon, equivalenti della macchinina de «Le pulle»).   Il momento più debole, e proprio sul piano linguistico, arriva con «Acquasanta», in cui il dialetto siciliano, che ancora oggi è capace di un'oltranza barocca, cede il passo a un abborracciato napoletano assai poco significante ed espressivo. L'acme poetico, invece, coincide con le lampadine che, accese a comando per fingere le stelle, oscillano lievi sui traffici inani dei due vecchi: sono i ricordi di Cardarelli, «melanconici e muti / fantasmi agitati da un vento funebre».   Bravissimi, comunque, gl'interpreti, da citare tutti insieme: Carmine Maringola («Acquasanta»), Onofrio Zummo, Claudia Benassi e Stéphanie Taillandier («Il castello della Zisa»«) ed Elena Borgogni e Sabino Civilleri («Ballarini»). Se la Dante si convincerà a qualche taglio e snellimento, ne guadagneranno anche loro.                                           Enrico Fiore(«Il Mattino», 27 gennaio 2011)