CONTROSCENA

"La ciociara" secondo Ruccello


«Gli arti staccati (quasi macabri ex-voto anatomici), e i corpi decapitati, i "frammenti" di armature, le teste mozze dei nostri pupi sembrano involontariamente alludere alla condizione stessa della cultura subalterna, condizione ancora tanto da ricostruire e da portare alla luce, per poter finalmente scorgere la vita che anima le mani, il movimento delle articolazioni delle braccia e delle gambe, per poter finalmente ascoltare la voce delle teste mozzate».   Così, nel 1981, Annibale Ruccello concludeva l'articolo pubblicato nella rivista «Campania Stagioni» a proposito dell'ingente e preziosissima raccolta di materiali riguardanti l'opera dei pupi napoletana che - appena nominato antropologo-ispettore presso il Museo di San Martino - aveva scoperto dimenticata in un deposito. Ed è facile dedurne, allora, che tra quegli arti staccati e quei corpi decapitati c'era tutto il teatro di Ruccello, c'erano tutte le sue figure «deportate» (come le definiva lui) dalla loro cultura originaria e autentica: dal protagonista de «Le cinque rose di Jennifer», emblema della mutazione che ha trasformato il «femmeniello» nel semplice travestito, alla Clotilde di «Ferdinando», che la conquista capitalistica del Mezzogiorno ha espropriato del suo status sociale e soprattutto, insieme con la lingua, della sua identità.   Ma, tra quegli arti staccati e quei corpi decapitati, c'era pure Cesira, la protagonista della commedia inedita «La ciociara» che nel 1985 Annibale Ruccello trasse dall'omonimo romanzo di Moravia e che, in un allestimento prodotto dal Bellini, debutta stasera in «prima» nazionale, al Goldoni di Venezia, per la regia di Roberta Torre e l'interpretazione nei ruoli principali di Donatella Finocchiaro (Cesira), Daniele Russo (Michele) e Martina Galletta (Rosetta).   Infatti, a Ruccello non interessava limitarsi a riscrivere in termini teatrali la trama di Moravia. Gl'interessava - giusti, per l'appunto, i suoi studi di antropologia (e giuste, ricordiamolo, le fondamentali ricerche sul campo che nel merito aveva svolto insieme con Roberto De Simone) - indagare su che cosa fossero diventati i personaggi del romanzo dopo la guerra. Sicché riprende Cesira e Rosetta nel 1955, mentre stanno litigando sull'acquisto della macchina preteso dalla figlia. Ormai le due donne sono preda del consumismo. E le loro vicende possono essere narrate solo in flashback.   Di conseguenza, Michele, il giovane antifascista di Moravia, può ricomparire unicamente come un fantasma. Ma non parla più, come nel romanzo, «del mondo nuovo che sarebbe venuto fuori dalla guerra». Perché - questo il punto decisivo della commedia - è diventato un vero e proprio alter ego (o portavoce che dir si voglia) di Annibale Ruccello. E basta a dimostrarlo il dialogo seguente, non a caso collocato in posizione fortemente icastica, già nella seconda scena.   Dice Michele: «Vedi, Cesira, Rosetta tua non è stata cambiata dai marocchini, dalla violenza, dalla guerra. Certo, tutto questo ha contribuito. Ma non solo per Rosetta. È tutto intorno che è cambiato. E se è così è giusto ormai che cambi anche lei». E quando Cesira replica: «Ma tu l'hai sentita prima? Hai visto come pretende? E te la ricordi com'era?», Michele spiega: «Mi dispiace, Cesira, ma è solo l'inizio. È solo l'inizio di un'orrenda rivoluzione che non è la bella rivoluzione che sognavo io. Questa è una rivoluzione invisibile, che corroderà inesorabilmente e impercettibilmente prima gli animi e poi i corpi stessi. Ha inizio adesso un processo di omologazione...».   Già. E prima di sparire, quell'inutile fantasma potrà solo sbottare, avvilito e disperato: «Non c'è speranza! Sai che ti dico? Comprala, comprala la macchina a tua figlia! E comprale tutto quello che vuole! È figlia a te! È tua figlia e vuole tutto quello che tu le hai insegnato a volere!». Perché Cesira è diventata un'altra delle mamme che Annibale Ruccello portò alla ribalta nelle «Piccole tragedie minimali»: quelle che son precipitate dalle fiabe della tradizione alla quotidianità insulsa dei nomi (Deborah, Ursula, Morgan, Isaura, Luis Antonio, Andrea Celeste, Dieguito...) affibbiati ai figli sulla traccia di un immaginario d'accatto diviso fra telenovelas e pallone.                                        Enrico Fiore(«Il Mattino», 2 febbraio 2011)