Lo spettacolo in scena al Nuovo - «Tutto ciò che è grande è nella tempesta», coprodotto dallo stesso Nuovo e dallo Stabile napoletano - è biografico e autobiografico insieme: biografico perché concerne la vita di un filosofo, Martin Heidegger, e autobiografico perché il suo regista, Andrea De Rosa, è laureato per l'appunto in filosofia. Ma vediamo subito di che si tratta. Ci viene offerto un riassunto (dura appena un'ora) della vita e del pensiero di Heidegger, esaltato da cinque dei suoi allievi - fra i quali l'ebrea Hannah Arendt, che ne fu anche l'amante - di fronte al detrattore Thomas Bernhard. E quest'autentico bignami, è ovvio, non può che sfiorare, e alla men peggio, sia lo sfuggente privato di Heidegger, sia i capitali eventi pubblici occorsi all'epoca in Germania (vedi l'ascesa al potere di Hitler e la discussa compromissione dello stesso Heidegger con il nazismo), sia, infine, il complesso sistema filosofico da Heidegger edificato. Prendiamo (sono costretto anch'io al bignami) il concetto di «fondamento». È una delle parole-chiave del Novecento, e per Heidegger si traduce con essa il termine greco «arché», nel senso aristotelico, come risposta alle domande: «che cosa è?», «che cosa esiste?», «che cosa è vero?». Però, aggiunse Heidegger, è sbagliata l'idea che il fondamento sia principio di ragione. È un'idea che del fondamento coglie non la sua «essenza», ma quel che Heidegger chiama «malaessenza» (Umwesen). Nel testo di Federico Bellini, invece, le citazioni a volo d'uccello finiscono proprio per confondere il fondamento col principio di ragione. Ed eccoci, ora, alla regia di De Rosa. Ne elenco, ancora una volta in breve, le invenzioni principali: a cominciare dai baffi uguali a quelli di Heidegger che nella prima parte dello spettacolo connotano, per significare l'identificazione con lui, tutti i suoi allievi, maschi e femmine. Poi, nella seconda parte, vediamo Heidegger e la Arendt che s'addentrano, nella semioscurità, in una fitta selva di microfoni debitamente montati sulle aste. E mentre si sentono, registrati, brani del loro epistolario, i due si spogliano fino a restare nudi, salvo comparire, a un certo punto, con altri baffi, stavolta uguali a quelli di Hitler. Sopra le righe, s'intende, recitano Caterina Carpio, Daniele Fior, Giovanni Franzoni, Massimiliano Loizzi, Candida Nieri e Valentina Vacca. E questo è il finale: in un fragore assordante, e sull'onda della cavalcata delle Valchirie di Wagner, i microfoni (nei quali erano state gridate citazioni dall'universo mondo della letteratura, da Omero a Kafka, da Ariosto a Leopardi) vengono ammucchiati al centro come fossero i libri bruciati a Berlino nel '33. Oddio, è un paragone con l'oggi? Enrico Fiore(«Il Mattino», 18 febbraio 2011)
De Rosa e il bignami di Heidegger
Lo spettacolo in scena al Nuovo - «Tutto ciò che è grande è nella tempesta», coprodotto dallo stesso Nuovo e dallo Stabile napoletano - è biografico e autobiografico insieme: biografico perché concerne la vita di un filosofo, Martin Heidegger, e autobiografico perché il suo regista, Andrea De Rosa, è laureato per l'appunto in filosofia. Ma vediamo subito di che si tratta. Ci viene offerto un riassunto (dura appena un'ora) della vita e del pensiero di Heidegger, esaltato da cinque dei suoi allievi - fra i quali l'ebrea Hannah Arendt, che ne fu anche l'amante - di fronte al detrattore Thomas Bernhard. E quest'autentico bignami, è ovvio, non può che sfiorare, e alla men peggio, sia lo sfuggente privato di Heidegger, sia i capitali eventi pubblici occorsi all'epoca in Germania (vedi l'ascesa al potere di Hitler e la discussa compromissione dello stesso Heidegger con il nazismo), sia, infine, il complesso sistema filosofico da Heidegger edificato. Prendiamo (sono costretto anch'io al bignami) il concetto di «fondamento». È una delle parole-chiave del Novecento, e per Heidegger si traduce con essa il termine greco «arché», nel senso aristotelico, come risposta alle domande: «che cosa è?», «che cosa esiste?», «che cosa è vero?». Però, aggiunse Heidegger, è sbagliata l'idea che il fondamento sia principio di ragione. È un'idea che del fondamento coglie non la sua «essenza», ma quel che Heidegger chiama «malaessenza» (Umwesen). Nel testo di Federico Bellini, invece, le citazioni a volo d'uccello finiscono proprio per confondere il fondamento col principio di ragione. Ed eccoci, ora, alla regia di De Rosa. Ne elenco, ancora una volta in breve, le invenzioni principali: a cominciare dai baffi uguali a quelli di Heidegger che nella prima parte dello spettacolo connotano, per significare l'identificazione con lui, tutti i suoi allievi, maschi e femmine. Poi, nella seconda parte, vediamo Heidegger e la Arendt che s'addentrano, nella semioscurità, in una fitta selva di microfoni debitamente montati sulle aste. E mentre si sentono, registrati, brani del loro epistolario, i due si spogliano fino a restare nudi, salvo comparire, a un certo punto, con altri baffi, stavolta uguali a quelli di Hitler. Sopra le righe, s'intende, recitano Caterina Carpio, Daniele Fior, Giovanni Franzoni, Massimiliano Loizzi, Candida Nieri e Valentina Vacca. E questo è il finale: in un fragore assordante, e sull'onda della cavalcata delle Valchirie di Wagner, i microfoni (nei quali erano state gridate citazioni dall'universo mondo della letteratura, da Omero a Kafka, da Ariosto a Leopardi) vengono ammucchiati al centro come fossero i libri bruciati a Berlino nel '33. Oddio, è un paragone con l'oggi? Enrico Fiore(«Il Mattino», 18 febbraio 2011)