CONTROSCENA

"Toledo suite", l'in-canto di Moscato


«Chanson, / toi qui ne veux rien dire / et toi qui me dis tout». La canzone che non vuole dir niente e che invece ci dice tutto. È la straziata e pure dolcissima contraddizione che ricorre dall'inizio alla fine nei versi (scritti da Marguerite Duras) di «India song», uno dei brani compresi nello spettacolo, «Toledo suite», che Enzo Moscato presenta nel Ridotto del Mercadante. E potrebbero benissimo, quelle parole, essere assunte come un'epigrafe, giacché proprio sull'ossimoro - ad un tempo spiazzante e stimolante - si fonda e si regge l'allestimento.   Qui, infatti, la musica va intesa come la soglia fra il tormento di un'asfissia subita e il conforto di un'evasione sognata. E non a caso, allora, della musica vengono chiamate a parlare - fra una canzone e l'altra - le puttane che comparivano, per l'appunto, in «Toledo suite», il testo dell'88 che faceva parte di «Tiempe sciupate»: le puttane chiuse «rint'a cchelli celle 'e monache in peccato».   Torna alla mente il passo capitale di «Cantà», il recital che proprio al Mercadante Moscato presentò nel '99: «Chi canta sa bene di non appartenersi. O lo presume. Sa di non potere essere libero. Qualcosa lo trattiene: l'imponderabile, da cui solo il gorgheggio prende le distanze». E parliamo, dunque, di una coerenza tanto ferrea quanto appassionata, che si esprime anche attraverso l'interazione fra l'interprete, ciò che fa e i raffinatissimi disegni-segni di Mimmo Paladino proiettati sul velatino.   Uno di essi, in particolare, rappresenta un uomo filiforme dal cui piede destro sprizza un ventaglio di linee che si perdono a cascata nel nulla. Ed è il preciso corrispettivo del Moscato che si nasconde dietro l'orchestra quando legge i suoi testi (le «celle») e viene alla ribalta quando esegue le canzoni (le «distanze»). Perché il ricco florilegio delle canzoni medesime (si va da «Cerasella» a «To the little radio», da «Lusingame» a «Youkali») non si traduce mai in un'evasione consolatoria.   Contribuiscono, al riguardo, anche le spezzature e le dissonanze - di nuovo l'ossimoro - che tramano i preziosi arrangiamenti di Pasquale Scialò. E mentre lo spettacolo, insieme tagliente e affascinante, è capace persino d'impagabile ironia (quando, poniamo, riversa su «Anema e core» il fatidico «To be or not to be» shakespeariano), ci vien fatto di riflettere su quanto per Napoli e per noi tutti sia in generale importante, e in questi tempi stupidamente chiassosi soprattutto, la straordinaria presenza assente di Moscato.   Si commuove, Enzo, se gli accade di pensare al fratello Salvio gravemente malato. E a Salvio dedichiamo, senza parole, le citate parole della Duras.                                               Enrico Fiore(«Il Mattino», 20 febbraio 2011)