CONTROSCENA

Pugni in tasca e deserto nell'anima


«Io oggi penso a "I pugni in tasca" come a un dramma della sopravvivenza in una famiglia dove l'amore è del tutto assente. Si vive in un deserto di affetti senza nessuna prospettiva per il futuro, una situazione di immobilità assoluta che fa pensare a un carcere o a un manicomio senza speranza di guarigione, rieducazione, riabilitazione, rinascita».   Così Marco Bellocchio a proposito della sua riscrittura teatrale del celebre film che nel '65 gli diede la fama. E si affretta a precisare che parla di «carcere e manicomio interiori, perché non ci sono sbarre e le porte sono aperte». Dunque, Bellocchio mette (e giustamente) l'accento sui risvolti simbolici del testo in questione, respingendone con decisione ogni lettura in chiave realistica.   Sulle implicazioni e stratificazioni simboliche si fondava, del resto, anche il film. Basterebbe pensare alla sequenza in cui Alessandro spinge la madre cieca a morire in un burrone con dei crisantemi in mano. E direi che Stefania De Santis - regista dell'allestimento de «I pugni in tasca» che ErreTiTeatro30 presenta al Delle Palme - ha seguito le indicazioni dell'autore con una fedeltà non disgiunta dall'inventiva autonoma. Tanto per fare solo un esempio, la citata uccisione della madre non avviene a vista: ciò che riprende, appunto, l'espediente simbolico-rituale adottato dalla tragedia greca in occasione, poniamo, dell'uccisione di Agamennone e dei figli di Medea.   Del resto, è già estremamente indicativo, al riguardo, il bunker/labirinto - schiacciato fra due altissimi muri senza finestre - in cui lo scenografo Daniele Spisa chiude il microcosmo malato (si volge all'«esterno» solo il fratello Augusto, che lavora e frequenta una donna, Lucia) di quella famiglia, preda della follia del primogenito Leone e della pulsione omicida che in Alessandro s'accoppia con quella incestuosa verso la sorella Giulia.   Sigla eclatante di quest'assenza della vita e, per contro, della presente morte dell'anima è la gabbia piena di canarini finti che Leone trascina qua e là dall'inizio alla fine. E ad assicurare ulteriormente la sostanza e la tenuta dello spettacolo sta anche - insieme con le musiche di Ennio Morricone e i costumi di Giorgio Armani - la prova convincente degl'interpreti: Ambra Angiolini (Giulia), Pier Giorgio Bellocchio (Alessandro), Giovanni Calcagno (Leone), Aglaia Mora (Lucia), Fabrizio Rongione (Augusto) e Giulia Weber (la madre).   In particolare, la Angiolini rivela una maturità capace, tanto per dire, di controscene addirittura da manuale. Ed ecco, insomma, che cosa succede quando a scriverne la versione teatrale è lo stesso autore di un film.                                                    Enrico Fiore(«Il Mattino», 27 febbraio 2011)