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« Il laboratorio dei diale...Eduardo in forma di sceneggiato »

Omaggio a Napoli fra la Ortese e Ronconi

Post n°577 pubblicato il 30 Aprile 2012 da arieleO
 

Galatea Ranzi - mattatrice dello spettacolo che, prodotto dal Biondo in collaborazione con il Centro Teatrale Santacristina, Luca Ronconi ha tratto dal racconto di Anna Maria Ortese «Mistero doloroso» (è in scena al Bellini di Palermo) - si muove tra e su gigantesche specchiere infrante e impolverate. E ci si accorge subito che quelle specchiere sono le stesse che comparivano nella «Semiramide» allestita da Ronconi per l'apertura della stagione lirica al San Carlo. Qual è, dunque, il collegamento fra l'opera di Rossini e il testo della Ortese?
   Dice Ronconi: «Più che di collegamento, parlerei di analogia. Se nella "Semiramide" si dichiara come improponibile l'amore della regina di Babilonia per Arsace, che in realtà è suo figlio Ninia, in "Mistero doloroso" Ferrantina, che è la vera protagonista, considera un autentico sacrilegio, un delitto di lesa maestà il trasporto che la figlia bambina Florida prova per il principe Cirillo, nipote del re e possibile pretendente al trono di Spagna. E poi, gli specchi rimandano al carattere dei napoletani: che sempre si espandono, si riflettono nel mondo».
   Già, il racconto della Ortese - ambientato alla fine del Settecento fra il borgo di Santa Lucia e i gradoni di Chiaia - è una vera e propria, ed alta e acuta e sottile, dichiarazione d'amore per Napoli. E vi si accampa per l'appunto un gioco di specchi: i personaggi si specchiano in Napoli e Napoli si specchia nei personaggi. Ed è qui che si esalta la regia di Ronconi. L'attrice protagonista legge dal libro i passi narrativi, quelli più scopertamente letterari, e per il resto lo abbandona, il libro, identificandosi con i vari personaggi fino ad assumerne (quasi come un'estensione del suo corpo) anche i minimi gesti delle faccende quotidiane: tanto che, se per esempio cuce, cuce la veste che le sta addosso.
   Inutile, a questo punto, sprecare parole sulla grande prova fornita da Galatea Ranzi. Piuttosto, ecco un rapidissimo accenno all'ennesimo, e lancinante e commovente, gioco di specchi messo in campo dalla regia: l'ultimo passo della Ortese - «non c'erano risposte, al mondo, salvo questi strani gridi - come, nella profonda sincerità di un sogno, che forse è il vero, mandano talora i molto giovani, i fanciulli» - lo sentiamo dalla voce registrata di Ronconi, tuttavia ferma pur nel soffio dell'emozione.
   Alla fine, nel testo della Ortese, Florida si uccide gettandosi in un pozzo come il «femmeniello» della «Gatta Cenerentola» di Roberto De Simone: perché il seme bisogna sotterrarlo se vogliamo che dia frutti. Si conferma, quindi, l'atmosfera sospesa e fiabesca che connota questo racconto. E commenta Ronconi: «Torniamo all'analogia fra "Semiramide" e "Mistero doloroso". Lì c'imbattevamo in una Babilonia leggendaria, qui c'imbattiamo in una città altrettanto fantastica, giusto la Napoli della fine del Settecento: quel Settecento che, non a caso, continua a vivere proprio attraverso la testimonianza resa dal San Carlo».
   «D'altronde - continua Ronconi - oggi il San Carlo costituisce quasi un emblema dello scarto stabilito dalla Ortese a favore dei francesi rispetto ai Borbone. Ricordiamo, in proposito, le parole riferite a Cirillo: "Si vergognava della sua grande Famiglia; senza stare dalla parte dei Francesi, intimamente li sentiva superiori. Era turbato". Cirillo, in breve, rappresenta la coscienza che, comunque, lo splendore e la ragione finiranno in ogni modo per prevalere sul grigiore e la decadenza. Vedi, ripeto, l'azione svolta dal San Carlo».
   Appunto, il San Carlo. Al Massimo napoletano sperano molto che Ronconi voglia allestirvi una terza opera dopo «La clemenza di Tito» e la «Semiramide». E lui, Ronconi: «Sono felice di questa speranza. E sarò ancora più felice se si tradurrà in una proposta. Dipenderà dalla direzione artistica del teatro. Io posso dire solo che a Napoli mi son trovato a mio agio. E di conseguenza la mia disponibilità verso il San Carlo c'è. E ci sarà sempre».
   Insomma, qui, a questi livelli, davvero diventano carne le parole conclusive della Ortese: «Là, nell'acqua stellata dei sogni, vivono gli ultimi regni, passano gli ultimi arcangeli. Il resto, non è che una grande noia».

                                            Enrico Fiore

(«Il Mattino», 30 aprile 2012) 

 
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