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Il teatro visto da Enrico Fiore

 

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Cirillo e Pacebbene nel carcere dell'anima

Post n°626 pubblicato il 29 Ottobre 2012 da arieleO
 

«Mi piace pensare che questa storia racconti di una città rimasta intrappolata in una cultura odiosa, obsoleta, volgare e che non riesca più a rialzarsi e a ricordare la sua bellezza. Mi piace pensare che questo testo sia un monito, un grido di dolore di chi non riesce più ad amare la comunità cui appartiene ma non può nulla, o nulla gli riesce, per combatterne il degrado».
   Così, fra l'altro, Pierpaolo Sepe nelle note di regia a proposito dell'allestimento di «Uscita di emergenza» di Manlio Santanelli che ha aperto la stagione del Piccolo Bellini. E davvero non si sarebbe potuto inquadrare meglio il nucleo concettuale e il carattere anfibologico (tale, cioè, da consentirne una doppia interpretazione) della splendida commedia in parola.
   Infatti, la stanza in cui vivono (e si torturano a vicenda e tuttavia in qualche modo si amano) l'ex suggeritore teatrale Cirillo e l'ex sagrestano Pacebbene, quella stanza - situata al centro di un quartiere colpito dal bradisismo, minaccia perennemente di crollare - è, insieme, un luogo reale, fisico, e un luogo dell'anima, anzi l'anima «tout court». E si capisce, allora, che i personaggi in questione non sono che le due facce di una sola medaglia, rappresentano, in breve, le pulsioni contrastanti, ma inscindibili le une dalle altre, alimentate dalla lacerata condizione esistenziale dell'uomo contemporaneo e anche, per giunta, di quella specie particolarissima che è l'«homo neapolitanus»: ragione e fede, dubbio e certezza, protervia e smarrimento.
   Non a caso, nella loro squallida stamberga Cirillo e Pacebbene possono tranquillamente scambiarsi il posto del letto senza che cambi la sostanza opaca della propria singola individualità e, naturalmente, della propria singola solitudine. E tutto questo Sepe lo illumina e sottolinea con una serie d'invenzioni assolutamente pregnanti: vedi gli specchi che invadono lo spazio scenico, giacché a Cirillo e Pacebbene potrebbe applicarsi pari pari l'osservazione sartriana circa le serve di Genet («ciascuna di esse non vede nell'altra che se stessa distante da sé»); e vedi, sempre a titolo d'esempio, l'ironia straziata che su questo microcosmo chiuso getta, con la voce impostata di Enzo De Muro Lomanto, il «Me ne vogl'i' all'America» di «'A canzone 'e Napule».
   Ottima, infine, la prova di Ernesto Mahieux (Cirillo) e Rino Di Martino (Pacebbene): perché scavata in una carnalità che continuamente tracima nell'iperbole surreale. Insomma, uno degli ormai rarissimi spettacoli intelligenti e coinvolgenti insieme.

                                                   Enrico Fiore

(«Il Mattino», 29 ottobre 2012)

 
Rispondi al commento:
arieleO
arieleO il 02/12/12 alle 12:16 via WEB
Gentile amico, la mia recensione si fondava sul come lo spettacolo mi si è presentato alla "prima". Se Lei lo ha visto in una delle repliche, è probabilissimo che Le si sia presentato con forme e ritmi diversi: capita spesso che gli attori si lascino trascinare dalla voglia, diciamo così, di rendersi "graditi" e, dunque, diventino complici del pubblico sul piano di un atteggiamento "evasivo" rispetto ai contenuti profondi del testo. Forse, insomma, abbiamo ragione tutti e due. In ogni caso, La ringrazio dell'attenzione. E colgo l'occasione per inviarLe i miei più cordiali saluti. Enrico Fiore
 
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