Creato da cineciclista il 20/06/2010

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L'abraccio del serpente, film, Colombia, Venezuela, Argentina 2015, 125 min


Una grande avventura cinematografica dentro gli occhi e le vene di un lacerante conflitto storico tra due universi del pensiero e della sensibilità umana

EL ABRAZO DE LA SERPIENTE, manifesto film photo abraz serp_zpshvvwjyto.jpg

L’ABRACCIO DEL SERPENTE E LO SGUARDO ABISSALE DEL GIAGUARO

Riccardo Tavani

Siamo in Amazonia, dentro l’intrico di acque, selve, natura e storia cruenta dell’Amazonia. Una vasta, intricata estensione di foresta pluviale tropicale che si estende per 7 milioni di Kmq, partendo dalla zona più a nord dell’America Latina fino alla Bolivia e al Mato Grosso brasiliano: questa è l’Amazonia. El Abrazo de la serpiente, del regista colombiano Ciro Guerra, si svolge nella zona della foresta al confine con la Colombia. Prende le mosse dai diari scritti in due diversi periodi da due scienziati esploratori: l’etnologo tedesco Theodor Koch-Grunberg e il botanico americano Richard Evans Schultes. Il primo nel 1909, il secondo nel 1940. Il film, attraverso i sottotitoli, si snoda anche attraverso cinque diverse lingue: amazonico, spagnolo, tedesco, portoghese, latino.

Da questa base reale l’autore mette in scena un river-movie, l’avventura fluviale di viaggio e d’incontro – tanto affascinante quanto drammatico – tra questi due etno ricercatori e lo sciamano Karamakate. Quest’ultimo vive volontariamente isolato da tutti, in una capanna nel fitto più intricato della foresta. Il film lo ritrae prima – nel 1909 – giovane, forte, dal corpo nudo nel perizoma, muscolarmente scolpito, un tutt’uno con la sensibilità stessa del fiume, delle piante, degli animali, della terra umida sotto i suoi piedi; poi nel 1940, anziano, sempre più solo dentro la stessa capanna, calvo, nudo ma un po’ ingrossato e offuscato nei ricordi della vita e dell’arte sciamanica. È diventato un doppio vuoto di se stesso, uno chullachaqui, come è chiamato nella foresta.

Così due volte, a distanza di trent’anni, il guaritore amazonico si trova a incontrarsi, mescolarsi, scontrasi con l’incarnazione della scienza e della cultura occidentale e a misurarne la tragica, inconciliabile distanza dalla sua. Per Karamakate sapienza suprema è essere in simbiosi totale con la foresta, conoscere, rispettare, interagire con le sue leggi per una reciproca cura e sopravvivenza. L’Occidente, all’opposto, ha stabilito con Francesco Bacone – a cavallo tra il 1500 e il 1600 – l’unico reale scopo che deve perseguire una scienza moderna: conoscere le leggi della natura per meglio sottometterla, dominarla, sfruttarla ai propri fini.

Nel suo secondo viaggio in canoa tra i corsi, le rapide fluviali, l’intrico della selva e gli insediamenti umani a ridosso delle sponde, Karamakate recupera via via il ricordo del primo – quello con l’etnologo tedesco – e nello stesso tempo gli si fa definitivamente chiaro il nocciolo drammatico, avvelenato del suo contrasto con quegli “uomini doppi” che cercano una pianta rarissima e per lui sacra – la yakruna – dai poteri curativi straordinari. Dagli alberi che crescono vicino a essa sgorga un caucciù purissimo, di qualità ineguagliabile. Il percorso fluviale è anche un viaggio a ritroso nella storia di violenza, sopruso, sterminio, sottomissione brutale degli indigeni da parte dei colonizzatori colombiani, depredatori del prezioso caucciù amazonico. Sterminio umano, genocidio culturale e antropologico imposto tanto dalla spada e dai fucili, quanto dalla croce e dal saio religioso al loro seguito. La stessa rete di sciamani guaritori una volta sparsa per tutta la foresta è stata annientata. Karamakate è l’ultimo sopravvissuto, per questo vive volontariamente nel più totale isolamento.

 Pur in un nitido bianco e nero – il colore fotografico della realtà – si sente qui l’eco di altri grandi film amazonici, come Aguirre, furore di dio e Fitzcarraldo di Herzog, con la differenza che il punto di vista qui è quello dell’indigeno e non del bianco. C’è anche però sia Apocalypse Now di Coppola che il suo riferimento letterario Cuore di tenebra di Conrad, nell’esito di un sincretismo religioso folle che Karamakate rincontra tra i ragazzini – ora adulti – incontrati nel viaggio di trent’anni prima, sottomessi allo stupro culturale e alle sanguinose frustate sulla schiena impartite loro dai frati in una missione cattolica lungo il fiume.

Il vecchio sciamano accetta però la sfida drammatica dell’abbraccio del serpente, ossia con la visione malata del suo secondo accompagnatore, l’etno botanico americano Richard Evans Schultes. Karamakate cerca l'autenticità sepolta in lui, fuori dal suo doppio violento e profittatore. Sente che questa è la missione che gli ha affidato il Caapi, essenza superiore naturale e universale che è la totalità stessa dell’immane madre-foresta e che scardina la porta del tempo sulla soglia abissale del non-tempo. In una forte sequenza onirica che richiama 2001: Odissea nello spazio di Kubrik, non solo il personaggio del ricercatore ma soprattutto noi, spettatori occidentali, siamo colti dalla visione improvvisa del giaguaro che guarda tutta la foresta nel buio dentro di noi. Il nobile sguardo della fiera che libera dal serpente e restituisce la visione originaria, infinita dell’Universo.

Il film è stato candidato agli Oscar 2016 come Miglior Film Straniero.

 
 
 

I, Daniel Blake, film di ken Loach, GB - Francia 2016, 100 min

I, Daniel Blake, film, foto di scena photo Daniele Blake_zps93rqk6yu.jpg

Io, Daniel Blake, un nome contro un muro, lo Stato

Tavani

Serena l’arte e tremenda la vita: in questo contrasto si può riassumere la forza di I, Daniel Blake, il film che strappa la Palma d’Oro al Festival di Cannes 2016. Sì, la strappa, perché il contrasto c’è stato fino all’ultimo anche dentro la giuria presieduta dal regista e produttore australiano George Miller. E così Ken Loach, a 79 anni, si porta a casa per la seconda volta il premio, dopo quello del 2006 con il film storico sull’Irlanda Il vento che accarezza l’erba.

La serenità è nella forma che l’autore conferisce alla sua opera. Alle inquadrature, alla sequenza delle scene, al montaggio, ai dialoghi. Tutto scorre sullo schermo di luce pulita, con toni drammatici, cromatici e acustici discreti, ma proprio questo fa salire meglio – poco alla volta e da dentro l’immagine stessa – la tremenda crudeltà amministrativa dell’assistenza sociale capitalistica, qui nella sua versione più formale, ossia più squisitamente british. Una scelta stilistica, quella di Loach, che gli consente una tale internità alla realtà da sfumare davvero i confini tra questa e il cinema, come mera riproduzione fotografica esterna.

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Julieta, film, Spagna 2016

Julieta, di Almodovar, manifesto photo Julieta-o-la-trinita-dello-sguardo-800x445_zpsinraxkcn.jpg

Julieta o la trinità dello sguardo

di Riccardo Tavani

Fin dalla prima scena d’incontro casuale tra Julieta e Beatriz, un’amica d’infanzia di sua figlia Antia, si capisce che Pedro Almodóvar vuole andare alla radice buia di un senso dell’esistenza. La colonna sonora del suo abituale compositore Alberto Iglesias s’intona perfettamente a questa intenzione e ne valorizza ogni singola inquadratura e sequenza.

Un incontro casuale tra le strade di Madrid, mentre Julieta è in procinto di trasferirsi, di lì a pochi giorni, in Portogallo con Lorenzo, il suo compagno. Beatriz le dice che per caso – a sua volta – ha incontrato Antia in Italia, vicino al Lago di Como, e che ha tre figli. La donna, non solo annulla la partenza, ma lascia subito anche la sua bella casa per trasferirsi nello stesso vecchio palazzo in cui viveva con sua figlia Antia. Il film è la lunga lettera per immagini che una madre scrive a una figlia che l’ha abbandonata, facendole perdere ogni traccia della sua esistenza.

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Amleto - Cumberbacth

 photo Amleto Bowie_zpsfubsjbmk.jpgAmleto: il testo per immagini che ci scrive dentro

Riccardo Tavani

Ogni vera grande opera d’arte, in ogni campo, possiede la proprietà di dire sempre qualcosa di nuovo nel e del presente. Anzi, la vera grande opera d’arte è un presente perennemente in atto. Lo dimostra la messinscena di Amleto che il National Theatre Live realizza per il quattrocentesimo anniversario della morte di William Shakespeare. Una messinscena teatrale concepita fin dall’inizio per essere ripresa cinematograficamente, per mostrarsi dunque al contempo anche come un film per il grande schermo e per il più vasto pubblico internazionale. Così al presente insito nell’opera, il cinema offre il suo meccanismo tecnico e artistico in grado di avvolgere e svolgere perennemente il presente dentro il continuum stratificato delle sue immagini. 

Un’ambientazione moderna, quella realizzata dal regista Lyndsey Turner, che restituisce all’opera del bardo inglese tutta la sua radicale attualità poetica, etica, politica, esistenziale. E anche ironica, icasticamente, beffardamente ironica...

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Il tumulto di Dahlia Chan

 photo Tumulto copertina_zpspylvgu9w.jpgMartedì, 6 ottobre 2015, ore 18,30

 Libreria Fahrenheit 451, Campo de’ Fiori, 44, 00186 Roma, tel. 06-6875930

 Gualtiero Savelli&Riccardo Tavani

IL TUMULTO DI DAHLIA CHAN

Graphic Poem sul filo di rasoio di un ventaglio

 

Introduzione di Luigi Irdi, giornalista

Letture di Maddalena Recino, attrice

“Così cominciò a stagliarsi un treno, un ventaglio, un nome di fiore in carne di donna, una rivolta, un tumulto d’efferato amore in un albergo vicino alla stazione di una città fracassante…

Il resto è un pugno di parole sferrate all’orecchio della coscienza, frammenti grafici frammisti di equilibrio e caos lanciati negli occhi del veggente e raccolti in uno sguardo unico nella pagina finale” (da Nascita del genere Graphic Poem)

 
 
 
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