Creato da giuseppedallamassara il 23/06/2010
Giuseppe

Editoriali

 

Libri

 

SHAKESPEARE ITALIANO

 

Garibaldi Europeista Corriere d.V. 4/7/ 2007

Il 'risorgimento del Risorgimento': sembra uno slogan l'auspicio emerso dalla mostra di Garibaldi inaugurata a Brescia il 3 maggio 2007, per i duecento anni dalla nascita dell'eroe.Tre le mostre in programma per festeggiare il personaggio, da considerarsi l'unico vero mito italiano, mito conquistato e non imposto. Unico al mondo, il mito di Garibaldi è creato dalla gente, che in lui ha visto l'eroe senz'altri interessi tranne quello degli altri: lottò per la libertà di espressione, religiosa, commerciale, politica, culturale; lui, repubblicano, che diceva: "se agli Inglesi va bene la Regina Vittoria, regina sia". Quanti i miti imposti, come sempre, nell'interesse del vincitore o di chi vorrebbe essere il vincitore. Miti costruiti con i media, con l'immagine, con i monumenti o con la bugia. Garibaldi invece fu mito da vivo e da morto, sempre acclamato dal basso, dalla gente: e così la qualità delle memorie (quadri, busti e tanto altro) spesso ci appare popolare, anche di bassa qualità: ma ci sono tracce di lui diffuse nelle case, custodite come reliquie, solo raramente monumentali.

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Articoli

 

Quaderni vicentini

 

QUALE ITALIANO

 

ARTICOLI

GIORGIONE E I SUOI PAESAGGI

del 29 ott. 2010  ( l'autore vi mostra come i grandi pittori già ai primi
del '500 ‘fotografavano' il paesaggio, già due secoli prima del Canaletto )

ALCIDE DE GASPERI
3/ 5 Novembre 2001
Quella sera di 75 anni fa o
Quella sera del 5 Novembre 1926


UN PONTE VICENTINO SULLE NUOVE EUROMONETE

pubblicato sul Giornale di Vicenza il 18.12.01

(Una ricerca fatta nel 2001 in occasione della nascita dell'EURO,
a quella potete tutti dare completezza, rintracciando le origini di quei disegni )


IL PATRIMONIO A RISCHIO

editoriale del Corriere d/S/Veneto del 12.03.2005

(Un'analisi sul futuro possibile di un patrimonio raccolto nel centodiecimila (110.000) chiese distribuite in Italia e che costituiscono il più grande museo al mondo . )

ANDREA MANTEGNA

 Editoriale del Corriere d/S/Veneto del 1.09.2006

( Anno di nascita del grande artista Veneto : mistero o errore )

ETICA, MORALE E WIKILEAKS

18.12.2010

(E' scoppiato il caso di Wikileaks: un fenomeno, un problema o cosa ?? )

 

TANTE PICCOLE PATRIE PER UNA SOLA ITALIA

 Corriere d./S/Veneto del 12.08.2009

(L'autore coglie l'occasione per sottolineare la ricchezza dei tanti campanili di una Italia unita)

QUALE  ITALIANO?
Ma che lingua usano i nostri lettori radio televisivi
(tra le concause alla disaffezione dalle notizie giornalistiche, dalla politica, dalla storia ecc.)

il 12 .04.2006
rivisto il 27.07.1010


 

 

UN PONTE IN VETRO

UN PONTE IN VETRO

Quanto ci vuole per fare un ponte nuovo

Quanti ponti in cantiere nel Veneto. I ponti segnano, dai tempi di Roma fino al secolo scorso, alcune tra le più belle pagine di architettura del Veneto. Tanti i veri capolavori, frutto dell'arte civile o militare: da quello di Rialto, al Ponte di Bassano, ai bei ponti di Chioggia, al veronese Ponte Pietra, passando per Ponte S. Michele a Vicenza. 

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EMILIO VEDOVA, una memoria

Foto di giuseppedallamassara



Avevamo guadagnato per tempo le prime file, noi ragazzi seduti per terra nell’Odeo del Padiglione Italia ai Giardini. Era la Biennale del 1970, forse. La giornata di apertura, o forse no. Ma certamente quell’attesa fu non tanto lunga quanto piena di emozione. Dalla cupola del salone, carica ancora del figurativo di Galileo Ghini (ultimi segni di uno spazio destinato sempre più all’astrattismo e alle avanguardie del mondo), cadevano due grandi teli ancora bianchi.  Erano le ‘tavolozze’ predestinate al sacrificio, a totale disposizione del Maestro.
Vuoi per la Biennale, per la Bevilacqua La Masa, per Pegghy Guggenheim, a Venezia erano presenti o passavano tutti.
In quei giorni, anni felici per Venezia, erano di casa o erano attirati o chiamati  da Mazzariol o da Scarpa, da Mazzotti o da Marchiori :  Wright, Le Corbusier,  Kahn.  Ma, di più, al convento della Carità  erano lì presenti per noi, vivi, al lavoro : Alberto Viani, Saetti, altri ancora e Vedova. 



Venezia era veramente capitale dell’arte.
L’attesa vibrante, la scena pronta: quando il maestro arrivò,  grande nella sua mole, con la sua grande barba, leonino, ci fece sentire piccoli, noi, da  terra tutto era ancora più grande, era enorme.
Troppa la curiosità di vedere dal vivo l’arte nuova.
Fu una performance, fu un evento fatto di gesti, di grandi gesti, con grandi barattoli di colore, con lunghi pennelli.
Emilio Vedova era emozione, padrone della scena, tra  grida, schizzi di colore che arrivavano sulle nostre camicie, ampi gesti e quei teli che non erano più bianchi.                    

 
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UBALDO OPPI

Foto di giuseppedallamassara

Tutto nasce da quel flash che di tanto in tanto mi sovvien al solo sentire il nome di Oppi.
Il pittore ‘vicentino’ nato però a Bologna il 25 lug. 1889 morì a Vicenza il 25 ott.1942 e va ricordato come uno dei fondatori del gruppo ‘Novecento’.
Già nel 1906 Oppi è già a Vienna per scoprire l’arte di Klimt e della Secessione.
Dal 1908 e ‘9 girerà l’Europa fino in Russia per esporre a Cà Pesaro nel 1910 e nel 1912 sarà a Parigi.
Ferito nella Grande Guerra sarà portato prigioniero a Mauthausen .
Nel 1921 espone a Parigi al Salon des Indipendents.
1923 è tra i fondatori del ‘Movimento Novecento’.
1924 partecipa alla Biennale di Venezia.
1925 lavora per chiese  e per quella di Bolzano (chi scrive trovò sotto la polvere i cartoni).
1927 lavora presso la Basilica del Santo a Padova.
Sarà richiamato nella II Guerra Mondiale
Nel 1942 è a Vicenza e nei pressi della sua Galleria di Piazzetta Gualdi morirà vicino ai suoi amici.
L’immagine che mi si accende è legata a quell’angolo di Palazzo Gualdi sulla omonima piazzetta di  Vicenza.  Sull’estrema sinistra vi è un portone voltato del palazzo che ospitò l’imperatore Carlo V e che oggi dà accesso alla sede dell’Ordine degli Avvocati.Di questa memoria è la ricostruzione grafica che qui accompagno. Quella sera fuori dell’antro, disseminati tra giardinetto, marciapiede e strada erano alcuni cavalletti (grandi) dove appoggiavano delle tele (grandi) con figure femminili (nude) .Mio padre mi accompagnava per mano come faceva a quella mia età (e non più) e lui blaterava, indicava, commentava, salutava quanti lo conoscevano e no  (per lo più legati al mondo della scuola che io cominciavo ad odiare o quasi ).A distanza di tanti anni mi torna quel nome che mi è sempre suonato strano, un suono al di fuori del pentagramma (questo amato invece da mia madre): Oppi.Vicenza curò in palazzo Chiericati una personale nel 19   e in questi giorni di fine 2011 Oppi torna assieme ai maestri vicentini del Novecento nel Museo della direttrice Avagnina e così accetto l’invito a ricostruire quella memoria.Ubaldo Oppi  morì proprio nella sua galleria e appoggiò la testa tra le mani di Virgilio Scapin, personaggio sempre curioso e assiduo suo sostenitore.  Oppi da Bologna a quattro anni giunse con la famiglia a Vicenza che qui veniva ad aprire negozio di scarpe nella centralissima via Cavour (oggi Emo).   Ubaldo era pure giovane giocatore di prima squadra del Calcio Vicenza.  Ma Ubaldo visse il suo momento d’artista come allievo di Klimt a Vienna e poi frequentando Milano, Parigi e il circolo dei romani del Gruppo Novecento. Era comunque rimasto molto legato alla ‘sua’ Vicenza che lo aveva adottato; no forse dobbiamo dire che lui aveva adottato come sua città. (Abbiamo sempre bisogno di una patria).Negli anni cinquanta sessanta, cioè morto l’artista e finita la devastante guerra che tanti lutti  e danni portò, quell’antro di piazzetta Gualdi già ‘vomitorio’ dell’antico teatro Berga



(romano a pieno titolo) continuò essere luogo d’arte. Era la galleria del ‘Gruppo  il Manipolo’, che riecheggiava (bene) aria di ‘ventennio’ ma invece significava e raggruppava un manipolo di amanti, cultori dell’arte e della pittura che ruotava attorno alla figura del filantropo Emanuele Zuccato uomo poeta, di teatro e attivista del ‘Cenacolo del Cavalletto’ con sede presso il vicino ristorante Bolognase di C.trà Catena.
Quella fucina stimolante d’arte era frequentata dai pittori Achille Beltrame, Carlo Potente, Mina Anselmi, Nerina Noro e Dall’Amico (che lavorava su legno) e quell’autore dei ritratti della bella Satterini.
In quel decennio (mi aggiorna il pittore detto Arci(angelo) Persano ancora oggi in  via Carpagnon) erano attive in città bel (18) diciotto gallerie d’arte dai nomi memorabili come la Calibano, la Bilancia, il Salotto e quante …
La galleria ‘Il Manipolo’ dopo la scomparsa di Oppi fu diretta dal giovane Otello De Maria con la voglia di sempre di raccogliere adepti dell’arte, curando nuovi allievi  prima al Manipolo e poi alla Soffitta, amata questa sino al suo ultimo giorno di vita.
Bocche maligne vogliono ricordare che il De Maria diceva di Oppi essersi ‘bruciato’, anzi diceva che ‘era chiacchierato’ perché usava la ‘dia’(positiva).
Come d’altra parte è oggi più che di moda.

 
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BENIGNI a VERONA

 

La sera del 9 settembre 2009 all’Arena di Verona era di scena Roberto Benigni con il suo Inferno dantesco.Era ancora una calda serata di fine stagione (teatrale) , ma lo spettacolo era di notevole calore per la presenza sul palco di quell’anfitrione che è Roberto Benigni che ci raccontava il ‘suo’ Inferno , intendo dire quello della Divina Commedia, di Dante Alighieri.Si concluse con un lunghissimo applauso, col tutti in piediEro (fortunatamente ) nelle prime file e a spettacolo concluso Benigni scese nel parterre per salutare le autorità presenti quali il sindaco Tosi (Flavio) e signora (sportiva quasi piccante in giallo) quanto lui era col solito spezzato verde (pantaloni) e marroncino(la giacca). A fianco era il vescovo di Verona mons. Giuseppe Zenti e qualcun altro .Trovatomi nel gruppo dopo i soliti dovuti, quanto banali, saluti al sindaco che mi era più vicino mi sono rivolto a sua eccellenza il Vescovo e chiesi “Monsignore… Ma le regole canoniche prevedono la possibilità di attribuire il titolo di Mons. A laici oltre ai soliti clerici ? “ Il sorriso si allargò al mons.( vero) che “ .. Ma a favore di chi .. questo auspicio ? “  … “ Ma a favore  chiaramente di Roberto Benigni (che mi ascoltava) .   Mi sembra che questa sera abbia fatto un sermone che non sentivo da tempo da qualsivoglia pulpito.”Così Benigni tra una (sua ) risata e l’altra .. “ E per il sindaco Tosi ?  “   Io : “ Mi sembra che l’abbiamo ‘lapidato’ abbastanza questa sera “  Difatti tra i condannati reali e potenziali aveva posto i tipi ‘leghisti’ e ‘sindaci’ vari. 

Il mese successivo, il 25 ottobre (2009) alla cerimonia di conferimento del Premio Galilei presso la monumentale Chiesa di S. Croce in Firenze veniva premiato anche Roberto Benigni. Ero ben collocato accanto al Sindaco Matteo Renzi con fascia in diagonale e il Cardinale Renato Raffaele Martino e il Maestro Giapponese  Sejj Ozawa .  Benigni naturalmente avrebbe chiuso la serata e dopo gli applausi di rito siamo saliti sul palco per stringere la mano al Maestro. Sindaco, Cardinale e Maestro e io un bel passo indietro. Ma quando Benigni mi vide con un gesto e il suo sguardo sorridente mi invitò ad unirmi e dopo il saluto rivolto al Cardinale disse “ Questo caro amico, mi ha proposto per il titolo di Mons. , ma ora lo dobbiamo chiedere a sua Eminenza il Cardinale”  Superato il primo imbarazzo  il Cardinale recuperò subito il sorriso e mi chiese quando e come successe .Fu un piacere raccontare il tutto telegraficamente e passare alle foto ricordo ormai di rito.Ma a Benigni mi usci ancora un ‘richiamo’ perché dissi “ Con tutti i tuoi richiami all’Italia e a Dante potrebbe essere utile e bello avere da te una riconferma di quanto andai a scrivere sul Corriere  ( 24.07.09) in merito alla nascita del tricolore italiano che tutti vedono nel 1797 (a Reggio Emilia) , anzi se mai al 1796 quando sventolò come bandiera di combattimento con i Cacciatori delle Alpi a fianco dei Rivoluzionari Napoleonici. Ma io ‘uscii’ (con l’editoriale del Corriere) dicendo che possiamo vantare un bel precedente , ben più antico e firmato proprio da Dante. Dante infatti vede il tricolore indossato dalla sua Beatrice nel canto XXVIII del Purgatorio riconoscendo in lei la meta del suo viaggio, riconoscendo in lei la terra madre, la Patria. E Benigni “ Che bello… Non l’avevo valutato così ! “ 

Nella primavera successiva ospite d’onore al Festival di S. Remo è proprio Roberto Benigni con il tema “La più bella del Mondo” (la nostra Costituzione) , ma quando giunse a citare il Tricolore io (davanti al televisore) ebbi a tremare gridando “Eccolo il ladro “   e lui “   il Tricolore nacque forse proprio con Dante che lo fece indossare a Beatrice … !”
In questi giorni di fine 2014 (16 Dic. “014 ) a chiusura delle due serate dedicate ai  10 Comandamenti l’autore della Vita è bella ci ha raccontato quella che tutti noi dovremmo raccontare ai nostri vicini e anche ai preti che dovrebbero raccontare sempre per essere un po’ più ascoltati, per maggior piacere e maggior sapere quello che abbiamo dimenticato in nome del nuovo dio denaro.
Dobbiamo ritrovare il piacere di riscoprire e sentire pronunciare le parole ‘amore, amare’ per il nostro prossimo, per il nostro ambiente, per la nostra terra, per la nostra storia.



 

 
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HO VISTO BARTALI

Foto di giuseppedallamassara

Così si usava: nei pomeriggi d’inizio d’estate.  L’appuntamento era attorno alla radio, quella del bar gelateria: l’appuntamento era col Giro d’Italia.

Mio fratello, il maggiore, era là e io piccolo lì sotto a tutti, anche perché a dir loro io non capivo niente. Ma per me l’appuntamento era con Gino Bartali. Molti altri invece erano con Fausto Coppi.

Io aspettavo soprattutto di sentire quel nome, di cogliere quanta fatica faceva, se era solo, se in fuga solitaria o se inseguiva il primo. Non mi importava (o meglio mi importava si ) ma importante, per me, era sentire che c’era, che lottava, mi sentivo il suo sudore addosso .

In realtà ho sempre avuto , forse ancora oggi, una simpatia per i perdenti o meglio per chi non avendo la vittoria facile, fa di tutto per  guadagnarsela, accetta la competizione e dà l’anima per emergere. Perché lo fa per passione, non solo perché ha le doti: da buon fortunato.

Bartali era questo, lo fu poi anche un Fiorenzo Magni, toscanaccio pure lui.

Ma Bartali, con Coppi, mi ha, anzi ci hanno regalato quello scambio di boracce, grandi, perché pur nemici, tutti e due dovevano farcela per battersi poi alla pari. Sotto quella foto da tanti anni ho scritto :< gli italiani che vorrei *> .

Ho ancora nelle orecchie il racconto di Gustavo, guardia svizzera, che alla salita di Lapio (nei Berici presso Fimon) , una salita allora di strada bianca e impossibile, visto il Ginataccio in difficoltà,  tentò di dare una spinta  e si prese una potente ‘sberla’ in faccia di cui il Gustavo andò fiero per tutta la vita.

Io lo vidi il Gino, in qualche tappa del Giro, dove mi accompagnava papà, ma pure da ‘fermo’, o meglio lo ricordo in particolare in un incontro pubblico dove mostrava con fierezza lo scudo crociato messo sul bavero della giacca.

Fu gran festa in tutta la Conca, ma quel che ricordo ancora fu la reazione che ebbi quando Lui , il Ginataccio scese proprio vicino per affaccendarsi tra la folla più o meno disinvolto e io guadagnai spazio tra la gente, lo raggiunsi, volevo proprio salutarlo e gli diedi la mano. Fu come fosse stato Padre Pio ( forse di più), ma mi chiedevo, perché, tu Gino Bartali, qui tra noi comuni, Tu devi stare su sul palco, sempre , anzi su una pedana più alta e la gente di sotto col naso all’in su a ripetere : < Eccolo lì il Bartali > .. ………….: <HO VISTO BARTALI>.

Proprio quest’anno abbiamo saputo un altro aspetto della generosità dio Gino Bartali che nel corso dell’ultima guerra ebbe a rischiare di suo per aiutare molti ebrei a salvarsi dalla deportazione. Oggi è riconosciuto tra ‘I giusti ‘ nel parco della Memoria degli ebrei di Gerusalemme.

 
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Quirino de Giorgio e il Genius Loci

Foto di giuseppedallamassara


                                                                                                                             
Quirino De Giorgio Architetto.
Architetto fascista ? difficile smentirlo. Ma la sua adesione alla cultura fascista nasceva senz’altro dal suo grande amore per l’Italia , che voleva vedere più bella. Il suo sogno e la sua ambizione era partecipare a quel rinnovamento, a quella rivoluzione. Il pensiero di ammodernare il territori e la città  (o paesi che fossero) era il suo pensiero dominante.
L’architettura tipicamente fascista se mai è quella fatta di assi principali, di facciate simmetriche, di cornicioni possenti, sormontati da sculture virili e simboliche, di piazze fatte per le adunate oceaniche, tutto di romana memoria, anche se nel medesimo ventennio si è dato spazio al futurismo e al razionalismo architettonico che ha espresso peraltro capolavori che si vanno oggi a riscoprire.
Quirino De Giorgio non mancò di realizzare fabbriche in linea o meglio, rispondenti ai temi ufficiali, ma il suo linguaggio architettonico più intimo, lo vedo nel suo esprimersi in forme organiche , a volte vernacolari. Il suo rapporto con il territorio , quello soprattutto padano è presente nei suoi disegni come nei suoi pensieri e a questi faccio specialmente riferimento, (che lui ad ogni occasione esprimeva sempre sotto voce, ma con ferma convinzione, e con motivate ricerche).
Le sue case , prive di cornicioni, di soli mattoni non intonacati, più ancora che a vista, sono l’espressione di De Giorgio ‘genius loci’ dell’architettura veneta della prima metà del ‘900, e più ancora dell’urbanistica veneta.



Di urbanistica infatti (a mio avviso) si dovrebbe parlare con De Giorgio.  Per lui era fondamentale il rapporto con il contesto, con l’ambiente, con le strade e i fossi esistenti o da farsi . La piazza di Vigonza non aspetta cerimonie o feste oceaniche, ma ogni sua flessuosità segue il cammino della gente, o l’andamento del fosso vero o disegnato, si piega per il piacere della forma organica, per creare giochi d’ombra, forme complesse , scorci sorpresa. E poi che dire del portico, che il monumento rifiuta, ma non la casa di campagna che invece lo cerca.


Il portico è un elemento urbanistico che De Giorgio insegue e propone sempre con l’insistenza di chi vuole fare città, fare contrada, per far comunicare la gente. Progetta portici sempre, non solo a Vigonza , per fortuna oggi vincolati, ma pure a Fontaniva e soprattutto negli anni ’60 a Camisano. Un portico possente, sostenuto dalle ali di una aquila è quello del cinema Mantegna, ma si battè perché la costruzione adiacente fosse realizzata in continuità per dare quella forma urbana che si conveniva ad un centro urbano già caratterizzato da portici che già davano quell’aria un po’ così, un pò cittadina. peraltro in sintonia con quanto disse poco prima il grande urbanista Giovanni Astengo (testimone chi scrive).
E che dire delle sue torri, come quella di Solesino, (anche se non firmata, mi risulta da lui ispirata) che certo non è la torre dell’arengario, ma piuttosto la più tipica torre civica di ‘comunale’ memoria, che fa da contrappunto al campanile così com’è nella storia d’Italia, o ancora più dolci sono le sue torri cilindriche che si rifanno chiaramente alle sue care torri di Altino  o di Caorle e non solo, sempre con l’obiettivo di creare pagine di storia urbanistica, di dare atmosfera a quel nucleo urbano.



Il mattone a vista poi altro non era che il voler dare dignità veneta alle case che ben conosceva sia se coperte da paglia com’erano i casoni o dai tetti poveri privi di cornici, com’erano tutte o quasi le case venete e di Venezia. Un mattone che sapeva e voleva legato come  Palladio e i suoi seguaci sapevano legare… senza malta .. o quasi ,  a conferma della sua piena conoscenza dell’identità del territorio.
Ancora, ….come dimenticare quel suo sogno, infranto dalla demolizione del dopoguerra, quello di lasciare alla città il grande teatro dei diecimila, ma soprattutto il suo ‘arco’ proposto nel 1938, arco che verrà riproposto per EUR 42 da Adalberto Libera nel 1940-42, e che verrà realizzato invece da Eero Saarinen (in grande) a Saint Louis nel 1948-64. Un segno, forse un sogno, tracciato nel cielo dal nostro Quirino. Non si dimentichi la passione del volo del nostro, passione che fu galeotta nell’accendere una particolare simpatia verso chi  scrive.
Sognava sì di Ricostruire e valorizzare le vecchie contrade, con la dignità dei tempi ‘moderni’ e dove anche il viale assumeva un ruolo e non da poco. La passione di De Giorgio per il Pino Marittimo o per il Pinus Pinea capace di dare disegno e monumentalità, cioè dignità alla strada, creando il viale ombroso, quasi a tunnel, senza togliere la prospettiva laterale e senza nulla togliere alle case , ma legandole invece anche se diverse una dall’altra, furono piccole battaglie, anche vinte in taluni centri del Veneto, dove ancora oggi si gode di quei viali alberati, magari dimenticando il ruolo di De Giorgio.



Se gli appassionati fotografi scoprono oggi nelle atmosfere create da De Giorgio situazioni giuste per fare ‘clic’ su effetti prospettici definiti anche sorprendenti, e che solo lo stesso De Giorgio sapeva fermare in pellicola è proprio perché le sue architetture sono pensate per esser lette dinamicamente, vuoi per un De Giorgio futurista e pilota , ma soprattutto perché di un organico per il quale la curva , il chiaroscuro, l’ombra creata dal vuoto del portico, del sottosquadro è il suo linguaggio.
La sua architettura va vista in 3D si direbbe oggi, con gli occhiali da tridimensionale e così mai sia fatta una foto in asse centrale , ma piuttosto di traverso , da terra in su e così via.
Grazie Quirino

                                                                                                                         
Alla cara Gina Tronben unita dall’amore al caro Quirino


 
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WIKIPEDIA

Teatro comunale Città di Vicenza

Nella primavera del 1978 l'imprenditore Gaetano Ingui rilanciò il dibattito sul teatro offrendo alla città una struttura "chiavi in mano" in cambio della realizzazione di un complesso commerciale-direzionale più albergo nell'area dell'ex Verdi. Il Comune prese tempo e bandì un altro concorso di idee. Fra i progetti spiccava quello del brasiliano Oscar Niemeyer, che prevedeva la costruzione di due torri cilindriche bianche in Campo Marzo; quello dei fratelli Dalla Massara, che disegnarono un complesso polifunzionale comprendente il teatro. Anche questo concorso tuttavia non ebbe esiti esecutivi. Sembra doveroso aggiungere che il progetto Niemayer non poteva essere realizzato perché proposto in area vincolata dal 1450 dalla famiglia Valmarana. come confermato dalle Sovrintendenze anche recenti. Il progetto dalla Massara era l'unico tra tutti i presentati: 'realizzabile'. Lo si costruiva infatti sulle orme del precedente Teatro Verdi e dove prima ancora era la vecchia Cavallerizza. Il progetto è ben illustrato nel bel volume di Antonio Di Lorenzo dal titolo "L'altalena dei sogni" , I 36 progetti per Vicenza. in questo si fa riferimento anche al Museo di Bilbao di F O Gehry , che però è del 1997.

https://it.wikipedia.org/wiki/Teatro_comunale_Citt%C3%A0_di_Vicenza

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thank you
Inviato da: en güzel oyunlar
il 05/12/2016 alle 00:37
 
Renzi:(
Inviato da: çok güzel oyunlar
il 05/12/2016 alle 00:36
 
Ottimo post. complimenti da Artecreo
Inviato da: minarossi82
il 11/11/2016 alle 18:30
 
articolo veramente ben scritto. I miei complimenti da lumaca
Inviato da: diletta.castelli
il 23/10/2016 alle 15:39
 
il tuo blog è veramente fatto bene complimenti. A presto...
Inviato da: sexydamilleeunanotte
il 05/10/2016 alle 16:26
 
 

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