Ci sono giorni come questo che ho dentro una solitudine “desertica” (non so se si usa come termine ma rende l’idea), di quelle che a prima vista sembrano incolmabili, quelle profonde e assolutamente insaziabili. A niente in questi momenti vale la ragione, cercare di vedere le cose che ho, gli affetti che mi circondano, perché niente è tanto grande e devastante come la sensazione di questa solitudine fatta di gente. La conosco ormai non mi spaventa più di tanto, la tengo dentro e cerco di non contrastarla più di tanto, altrimenti come un figlio ribelle mi si rivolta contro, anche se quando arriva colma ogni pensiero ogni ragione come l’acqua in un bicchiere non lascia spazio a niente e diventa la padrona indiscussa dei miei pensieri. Ho imparato ormai …..in questi momenti non devo fare progetti ne tanto meno trarre conclusioni, ne cercare di capire, ma mettere in aspettativa i pensieri fermarli un momento perché niente avrà tanta luce da illuminare questa zona buia della mia mente.E’ una solitudine che parte da lontano ne conosco le radici, ma comunque ne subisco l’influenza, mi avvolge e mi lega mani e piedi. Ha pretese precise e risvolti sempre uguali, mi isola dalle persone e dalle cose, pretende tutto da me e in cambio non da’ niente se non un senso di inadeguatezza alla situazione contingente che in quel momento (quando arriva) sto vivendo. Tende a mostrare le cose che non ho e che vorrei, i miei fallimenti assumano dimensioni gigantesche in questi momenti diventano mostri e i miei errori sembrano le uniche cose che sono riuscita a collezionare in questi anni, con i figli, con gli amici, con i sentimenti, è come una sorta di anestesia al contrario.Non posso che stare appitonata dentro me stessa e aspettare che qualche raggio di sole riesca a filtrare tra le assi che formano questa prigione, che da costruttrice dilettante mi sono fatta.Assolutamente inutile qualsiasi tentativo di scrollarla come si fa con le briciole sulla tovaglia dopo il pranzo. Ma ogni volta che poi se ne va mi lascia una forza diversa, perché mi ha permesso di starmi dentro, di restare con quella parte vera di me, con la matrice. Questi momenti mi confondono e nascondano anche al più tenace ricercatore le parti belle, mentre esaltano le cose ingestibili del mio carattere, le cose che non mi piacciono, che non vorrei, i bisogni che come neonati affamati non sentano ragione. Rapporti che non vanno, che si trascinano legati a fili sottili di ragnatela che neanche la forza di un elefante potrebbe recidere, e io non sono ne ragnatela ne elefante. Inutile negarlo ci sono e le vedo come soprammobili un po’ polverosi di un vecchio salotto anni sessanta, fanno parte della mia vita, formano le mie giornate i miei pensieri fanno sì che io sia quello che sono.Questi momenti, questa solitudine è terapeutica però, perché mi apre quella porticina minuscola che spesso si tende a non vedere o a coprire. E’una cantina con scale ripide e insicure, ma non c’è alternativa devi scendere per vederne il contenuto, farti avvolgere dall’odore di muffa di cose ristagnanti, che decisamente vorresti non sentire, vorresti non vedere. E per questo li hai nascosti. Ma dall’altra parte ha il fascino della scoperta solo lì c’è il baule della nonna pieno di abiti e cappelli colorati e stravaganti, oggetti passati di moda ma che sono il tuo vissuto, che sono parte integrante di quello che sei. Adesso sono seduta con il baule aperto, come tante altre volte. Vorrei essere altrove, non lo nego, ma so che adesso è solo qui che posso stare. Non devo avere paura del buio perché vederlo mi permetterà di apprezzare quel sole di fine settembre che ingiallirà le foglie degli alberi fino a farle cadere, che cambierà i colori del panorama e permetterà una nuova stagione della mia vita. Momenti che sembrano sempre uguali e ripetitivi mentre li stai vivendo, ma che hanno risvolti sorprendenti, metamorfosi utili per ogni istante vissuto, proprio come il susseguirsi delle stagioni.
....Dentro di me
Ci sono giorni come questo che ho dentro una solitudine “desertica” (non so se si usa come termine ma rende l’idea), di quelle che a prima vista sembrano incolmabili, quelle profonde e assolutamente insaziabili. A niente in questi momenti vale la ragione, cercare di vedere le cose che ho, gli affetti che mi circondano, perché niente è tanto grande e devastante come la sensazione di questa solitudine fatta di gente. La conosco ormai non mi spaventa più di tanto, la tengo dentro e cerco di non contrastarla più di tanto, altrimenti come un figlio ribelle mi si rivolta contro, anche se quando arriva colma ogni pensiero ogni ragione come l’acqua in un bicchiere non lascia spazio a niente e diventa la padrona indiscussa dei miei pensieri. Ho imparato ormai …..in questi momenti non devo fare progetti ne tanto meno trarre conclusioni, ne cercare di capire, ma mettere in aspettativa i pensieri fermarli un momento perché niente avrà tanta luce da illuminare questa zona buia della mia mente.E’ una solitudine che parte da lontano ne conosco le radici, ma comunque ne subisco l’influenza, mi avvolge e mi lega mani e piedi. Ha pretese precise e risvolti sempre uguali, mi isola dalle persone e dalle cose, pretende tutto da me e in cambio non da’ niente se non un senso di inadeguatezza alla situazione contingente che in quel momento (quando arriva) sto vivendo. Tende a mostrare le cose che non ho e che vorrei, i miei fallimenti assumano dimensioni gigantesche in questi momenti diventano mostri e i miei errori sembrano le uniche cose che sono riuscita a collezionare in questi anni, con i figli, con gli amici, con i sentimenti, è come una sorta di anestesia al contrario.Non posso che stare appitonata dentro me stessa e aspettare che qualche raggio di sole riesca a filtrare tra le assi che formano questa prigione, che da costruttrice dilettante mi sono fatta.Assolutamente inutile qualsiasi tentativo di scrollarla come si fa con le briciole sulla tovaglia dopo il pranzo. Ma ogni volta che poi se ne va mi lascia una forza diversa, perché mi ha permesso di starmi dentro, di restare con quella parte vera di me, con la matrice. Questi momenti mi confondono e nascondano anche al più tenace ricercatore le parti belle, mentre esaltano le cose ingestibili del mio carattere, le cose che non mi piacciono, che non vorrei, i bisogni che come neonati affamati non sentano ragione. Rapporti che non vanno, che si trascinano legati a fili sottili di ragnatela che neanche la forza di un elefante potrebbe recidere, e io non sono ne ragnatela ne elefante. Inutile negarlo ci sono e le vedo come soprammobili un po’ polverosi di un vecchio salotto anni sessanta, fanno parte della mia vita, formano le mie giornate i miei pensieri fanno sì che io sia quello che sono.Questi momenti, questa solitudine è terapeutica però, perché mi apre quella porticina minuscola che spesso si tende a non vedere o a coprire. E’una cantina con scale ripide e insicure, ma non c’è alternativa devi scendere per vederne il contenuto, farti avvolgere dall’odore di muffa di cose ristagnanti, che decisamente vorresti non sentire, vorresti non vedere. E per questo li hai nascosti. Ma dall’altra parte ha il fascino della scoperta solo lì c’è il baule della nonna pieno di abiti e cappelli colorati e stravaganti, oggetti passati di moda ma che sono il tuo vissuto, che sono parte integrante di quello che sei. Adesso sono seduta con il baule aperto, come tante altre volte. Vorrei essere altrove, non lo nego, ma so che adesso è solo qui che posso stare. Non devo avere paura del buio perché vederlo mi permetterà di apprezzare quel sole di fine settembre che ingiallirà le foglie degli alberi fino a farle cadere, che cambierà i colori del panorama e permetterà una nuova stagione della mia vita. Momenti che sembrano sempre uguali e ripetitivi mentre li stai vivendo, ma che hanno risvolti sorprendenti, metamorfosi utili per ogni istante vissuto, proprio come il susseguirsi delle stagioni.