MONICA

DIFFICILE


Difficile scrivere, più semplice non farlo, lasciare che tutto rimanga astratto, pensieri ed emozioni librate nell’aria e lasciate libere di scorrere dentro di noi come un torrente impetuoso, senza doverle intrappolare tra lettere e frasette che non renderanno mai tanto quanto qualcosa di vissuto con ogni atomo del nostro corpo, qualcosa che sentiamo nostro, qualcosa che sappiamo essere una scheggia del nostro essere. Ma fare sempre la cosa giusta non è noioso? Commettere degli errori non è così sbagliato, anzi spesso se ne siamo capaci impariamo di più da una sconfitta che da una vittoria, non potremmo nemmeno apprezzare l’ultima senza aver primo assaporato la prima. Spesso mi chiedo perchè siamo così... Così come vi chiederete.... così paurosi, così bravi a nascondere noi stessi quando varchiamo la porta di casa e usciamo, spesso abbiamo paura di varcare la nostra stessa porta, quella che ci porta a guardare dentro di noi, preferiamo nasconderci sotto mille veli, per essere accettati forse... perchè crediamo di non essere fatti nel modo corretto... ci sono così tanti motivi, poi scriviamo in diari, blog, quaderni, muri... scriviamo di noi, chi ci legge ci vede per quello che siamo, ma noi chi siamo? Io non ricordo più chi sono e te? Io esco e ogni trenta secondi vorrei mordermi la lingua e rimangiarmi ogni parola detta perchè sono convinta che sia una cazzata, io che non so accettare me stessa, io che scrivo tutto ciò e non so nemmeno perchè...
Ogni volta vorrei scrivere qualcosa di grandioso, ma non sono un genio e nemmeno faccio Marquez di cognome. Perchè scrivo? Me lo chiedo spesso, ho iniziato per sfogarmi, poi mi rendo conto che spesso scrivo per narcisismo, aspettando un complimento per ciò che ho creato, per rileggere e commuovermi un pò nel ricordare i perchè che mi hanno spinto a scrivere quel determinato scritto. Ma il sentirmi un minimo contenta di come scrivo anche se sempre insoddisfatta di come vorrei poter dare di più, non toglie come la mia vita venga riempita volontariamente, da me stessa, di infiniti problemi e paranoie che ormai fanno parte del mio modo di essere. Si può bere e pensare se lo si sta facendo nel modo giusto? Si può camminare e pensare se lo si sta facendo nel modo corretto? Si può afferrare un oggetto e pensare se lo si fa nel modo giusto? Essere o non essere? Dove sei William... mio caro amico, dolce compagno di gioventù ormai sfuggita. Posso io, che ho sempre odiato l’essere superficiale, preoccuparmi di cose così sciocche? Mi butto sempre via, perchè credo di non poter avere nulla che vada oltre al mediocre, ma allo stesso tempo sono strafottente, spesso odiosa. La vità è come la roulette russa, se non siamo capaci di gestirla diventa un gioco pericoloso che ci da scariche di adrenaline sconvolgenti a ogni clic del tamburo della pistola che sorridendo punta alla nostra tempia, ma quando il clic non arriva tutto si fa confuso e un grande suono ci rimbomba nella testa e forse una lacrima scende, il cuore che piano piano rallenta rimpiange di non poter più correre come un tempo, i polmoni senza ossigeno bruciano di rabbia per non poter più assaggiare aria di montagna ma il più grande rimpianto lo hai tu, uomo, che lasci il niente e nell’accorgerti di ciò vorresti alzarti e urlare, ma il tuo posto è per terra, immobile tra gli escrementi, uno tra tanti altri che non ha saputo imbrigliare la vita ma si è fatto imbrigliare da lei.