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Ora ci vogliono coraggio e fantasia

Post n°82 pubblicato il 24 Febbraio 2010 da romanodavide

Se si vuole risolvere un problema, la prima cosa da fare è riconoscerne l’esistenza. In viale Monza e in via Padova bisogna dunque dire come stanno le cose: lo Stato ha perso il controllo del territorio. Lo dico da persona che ha abitato in quella zona fino a tre anni fa, e che ha visto a partire dagli anni ’90 un’intera zona degradarsi, anno dopo anno. Prima l’arrivo della prostituzione e dei venditori di sigarette irregolari, poi gli spacciatori di droga che da piazzale Loreto a Pasteur ormai si dividono il territorio in maniera scientifica. E’ così che una bella zona della nostra città, nonostante le proteste dei suoi abitanti, si è vista abbandonare a se stessa dalla politica. Le cause del disastro? Vanno dalla numerosa – e soprattutto rapida – immigrazione, al mancato adeguamento della presenza delle forze dell’ordine alle mutate condizioni del territorio, oltre che ai mancati investimenti nel campo dell’integrazione. Diffidate di chi cerca di dare la colpa ad uno solo di questi fattori. Per questo fanno poco sperare le idee lanciate da taluni politici che chiedono solamente più pugno duro. Mi ricordano i generali di George W. Bush che in Iraq pensavano di risolvere tutto con il solo esercito e le maniere forti. La storia ci ha mostrato come è andata a finire. E infatti gli USA hanno dovuto aspettare l’arrivo del generale Petraeus per cominciare a vincere in Iraq: la formula del generale fu quella di non limitarsi a riprendere il controllo dei territori, ma di conquistare i cuori degli abitanti costruendo infrastrutture e dialogando con la società civile. E’ quello che serve anche alla zona 2 di Milano. Solo un pazzo può pensare che ristabilire la legalità non sia utile. Ma accanto a questo è necessario ricostruire il tessuto di un territorio che si è lacerato. Mi si permetta dunque una provocazione: se si vuole tornare a governare il territorio serve una “dottrina Petraeus” anche per viale Monza. Legalità e coinvolgimento della società civile. Per farlo però, servono coraggio e fantasia. Le istituzioni devono collaborare maggiormente con le realtà civili già presenti: dalle chiese (cattoliche certo, ma anche protestanti, se si vogliono coinvolgere tutti i sudamericani) al centro islamico di viale Padova, con il quale la politica deve fare un maggiore sforzo di dialogo. I centri religiosi infatti vanno aiutati a diventare come le chiese di frontiera: dei luoghi di attrazione verso la legalità e l’integrazione. Poi servono anche iniziative non identitarie ma trasversali: penso al ritorno del maestro Abbado a Milano e immagino quello che potrebbe fare per togliere dalle mani dei giovani i coltelli e metterci uno strumento musicale, così come ha fatto il maestro Abreu in Venezuela per 250 mila giovani. Visto il punto in cui siamo arrivati, il coraggio e la fantasia non sono più un’opzione, ma un dovere.

 

Davide Romano

Pubblicato su La Repubblica-Milano il 17 febbraio 2010

 
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La quasi sconfitta dei teppisti della Memoria

Post n°81 pubblicato il 27 Gennaio 2010 da romanodavide

Quest’anno il Giorno della Memoria lo vivrò con serenità. Se non rappresentasse la celebrazione di un avvenimento così grave, avrei addirittura scritto che sto per affrontarlo con il sorriso. Spero sarete in tanti a fare come me. Personalmente infatti, credo che la battaglia culturale per affermare la verità sulla Shoah sia arrivata ad un punto soddisfacente. Sì, lo so, bisogna sempre dire – ed è giusto farlo - che c’è ancora tanto da fare, che c’è ancora molta ignoranza, e che i gruppi negazionisti sono ancora combattivi. Tutto vero, ma mi pare anche giusto riconoscere che stiamo vincendo.

Almeno in occidente - poiché da alcune dittature mediorientali spira una pessima aria - il cinema, la televisione e la carta stampata sono tutti schierati dalla parte della verità storica. E’ insomma lecito, anzi doveroso, dire che i teppisti della storia stanno perdendo il confronto. I loro tentativi pseudostorici di cancellare l’uccisione di sei milioni di ebrei sono stati vani. Si erano illusi, dopo la sconfitta militare del nazi-fascismo, di potersi giocare una rivincita nel dibattito storico provando nelle maniere più assurde ad imbrogliare le carte. Anche questo tentativo è gli andato male. A parte singoli personaggi palesemente squilibrati, non esiste storico che prenda in considerazione le loro deliranti bugie. Non esiste testo scolastico che riporti le loro tesi, peraltro unanimemente condannate nel dibattito pubblico, tanto da fare notizia solo per la loro insensatezza.

In questi giorni in tutta Italia vengono organizzate manifestazioni per ricordare la Shoah, e a Milano in particolare, le numerose e commoventi iniziative della società civile testimoniano una città che ha memoria e attenzione; non solo per la comunità ebraica, ma soprattutto per se stessa, per la propria storia, per quello che è stato e non deve più accadere. So che di fronte a quanto ho appena scritto qualcuno storcerà il naso, temendo un effetto di “rilassamento”. Credo invece sia vero il contrario, la vittoria ci deve caricare: affermare che stiamo vincendo la guerra culturale contro il negazionismo nazistoide vuole dire che tutto il lavoro fatto sino ad ora sta funzionando. Significa dire che i molti sforzi e le tante fatiche fatte per perpetrare la memoria non sono state inutili. Solo se riconosciamo di aver vinto questa battaglia – che non è la guerra – possiamo onorare l’impegno di tante personalità della politica, della cultura e del mondo del lavoro. Dichiarare che stiamo vincendo la guerra al negazionismo significa anche rendere merito ai tanti sconosciuti che nel completo anonimato – senza l’ambito premio dell’intervista televisiva o comunque della celebrità – si muovono da decenni sul territorio, nel loro piccolo, come formiche operaie della memoria. Soprattutto a costoro va tutta la nostra riconoscenza, e sempre a loro dedichiamo questa vittoria della verità contro la menzogna.


Davide Romano

Pubblicato su La Repubblica-Milano il 26 gennaio 2010

 
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Risposta da un altro "diversamente italiano"

Post n°80 pubblicato il 15 Dicembre 2009 da romanodavide

Sono "diversamente italiano" come Pap Khouma, il mio connazionale nero che ha descritto in questi giorni le sue ripetute disavventure a Milano causate dal
diverso colore della sua pelle. Contrariamente a lui però, la mia diversità è
impressa nell´anima invece che nella pelle. Sono quindi in una situazione
specularmente opposta a quella di Khouma. Spesso quando dico di essere ebreo, la gente mi chiede:"ah, pensavo fossi italiano", oppure saltano direttamente alle loro conclusioni :"quindi sei israeliano!". Come se i "veri italiani" non potessero che essere bianchi e cattolici. All´inizio, lo ammetto, la cosa mi dava fastidio. Ma poi ho capito che in grandissima parte non erano errori dovuti a cattiveria, ma a semplice ignoranza e mancanza di abitudine a trattare con identità diverse. La stessa che Khouma subisce quando non viene riconosciuto come italiano negli uffici pubblici a causa del colore della sua pelle. Se per quello, a proposito di uffici pubblici, qualche anno fa ad una
coppia di miei amici che dovevano sposarsi è capitata una situazione
tragicomica. L´impiegata del Comune, alla richiesta della coppia di svolgere un
matrimonio ebraico, si è informata per sapere se i rabbini avessero l´autorità
per farlo. Una volta ottenuta l´informazione, la signora ha chiesto quasi
arrossendo:"e come si chiama, senza offesa, il rabbino?". Per l´impiegata,
evidentemente, la sola parola "rabbino" era già di per sé una parolaccia
paragonabile ad un´offesa. Ovviamente l´episodio avrebbe potuto essere
denunciato come antisemitismo se preso sul serio, ma non è venuto in mente a nessuno di farlo, non essendoci alcuna cattiveria nell´impiegata comunale.
Esattamente come negli impiegati comunali che di fronte alla pelle nera e alla
carta d´identità di Khouma non riescono a fare a meno di chiedergli il permesso di soggiorno. Sono certo che tra qualche anno, con l´aumento degli italiani di pelle nera, almeno quel tipo di problema sarà superato. Poi, certo, ci sono i casi più odiosi, quelli di chi quando vede un nero entrare nella sua auto o avvicinarsi ad una bici lo accusa di stare per rubarli. Una paranoia che mi ricorda la parallela accusa che mi viene fatta quando emerge che mi occupo di informazione, dove c´è sempre qualcuno che salta fuori con l´accusa che io con i miei correligionari controllerei i mass media del mondo intero. Su questo, concordo con Khouma, c´è ancora molto da lavorare.
A fronte di tutte queste discriminazioni però, sarebbe ingiusto non ricordare
anche i tanti milanesi generosi, che offrono solidarietà. Come qualche mese fa, quando ho visto con i miei occhi in una pasticceria milanese un bambino
chiamare "sporco negro" un cameriere. Quest´ultimo, giustamente, si è
arrabbiato con i genitori del ragazzo che non avevano reagito adeguatamente, e nella stanza è scoppiato l´applauso di tutti i clienti a difesa del cameriere.
Non dimentichiamo insomma che Milano è anche questo, e soprattutto che i bravi milanesi - come nel caso descritto - non fanno notizia. Ma ci sono, e sono
convinto siano la grande maggioranza.

Davide Romano

Pubblicato su La Repubblica-Milano il 14 dicembre 2009

 
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IO, AMICO DI ISRAELE, DICO SI' AI LUOGHI DI CULTO ISLAMICI

Post n°79 pubblicato il 15 Ottobre 2009 da romanodavide

Dopo il recente attentato alla caserma Santa Barbara chiedo alle istituzioni una risposta efficace: siano finalmente aperti luoghi di culto islamici nella nostra città. Lo chiedo in quanto segretario dell’associazione Amici di Israele e quindi come possibile obiettivo del terrorismo islamico, viste le nostre attività culturali e politiche a favore dello Stato Ebraico. E’ una richiesta che faccio in nome della libertà, ma anche della sicurezza. So che non tutti saranno d’accordo con me. So che saranno in diversi a chiedermi: ma come? proprio tu, sionista, dopo quell’attentato chiedi luoghi di culto per i musulmani?. A tutti risponderò che sì, proprio io, filoisraeliano fino all’osso, devo essere il primo a difendere i diritti dei miei cugini musulmani. Non potrei fare altrimenti: è una scelta basata principalmente su due motivazioni. La prima è proprio la mia vicinanza ad Israele, dove i musulmani dispongono di numerose moschee presso cui pregare. Contrariamente a quanto pensano taluni lo Stato Ebraico è una grande democrazia, capace di non cancellare le libertà fondamentali dei propri cittadini musulmani neppure di fronte all’orrore più vigliacco: quello del terrorismo islamico, che pure ha massacrato nelle maniere più terribili migliaia di civili israeliani. La seconda motivazione è invece relativa alla sicurezza. Davvero qualcuno – qui a Milano - pensa di aver trovato la formula magica per fermare il terrorismo islamico nel vietare le moschee? La comunità islamica è presente numerosa nella nostra città, e anche se non si apriranno luoghi di culto i fedeli musulmani – soprattutto i più fanatici – si ritroveranno comunque da altre parti, in luoghi magari meno conosciuti alle forze dell’ordine e quindi con minori controlli. E’ questo che deve farci paura: un islam senza regole come quello attuale, dove chiunque si può improvvisare imam e predicare integralismo. Proprio per questo è indispensabile che finalmente si giunga ad un registro degli imam che garantisca la loro preparazione e i contenuti dei loro insegnamenti. L’islam non è come il cattolicesimo, dove esiste un Papa che detta la linea da Roma. Ciascuna moschea fa storia a sé, tanto più in assenza di controlli. Proprio per questo è necessario coinvolgere le varie comunità islamiche in attività di integrazione che vadano  dall’alfabetizzazione alla questione femminile, e fare proprio dei luoghi di culto islamici il centro di tale politica. Solo così aiuteremo i moderati ad emergere, limitando il pericolo dell’integralismo. Per questo, con la bandiera di Israele in mano, dico sì ai luoghi di culto islamici a Milano.

Davide Romano

Pubblicato su La Repubblica - Milano del 14 ottobre 2009

 
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LA MORTE DEL DIALETTO E' UNA SCONFITTA PER TUTTI

Post n°78 pubblicato il 20 Agosto 2009 da romanodavide

I corsi di dialetto proposti dal segretario della Lega Nord Umberto Bossi hanno riscosso pareri negativi da parte di tutte le forze politiche. Questione chiusa, dunque? Non proprio,anzi.
I dialetti restano infatti un patrimonio che bisogna evitare di disperdere. Basta solo pensare alla ricchezza espressa dalla canzone milanese grazie alle voci di Nanni Svampa o Enzo Jannacci, giusto per ricordare i primi due talenti che vengono in mente. La lingua in cui ci si esprime è infatti patrimonio essenziale per la continuità delle tradizioni di un popolo. La comunità ebraica per esempio da millenni fa grandi sforzi perché non venga persa la conoscenza della lingua dei padri, indispensabile peraltro a pregare ed a leggere i testi sacri. La stessa cosa vale per la comunità arabo-islamica, che ha nella lettura del Corano un costante incentivo all’apprendimento dell’arabo. Per entrambe le comunità, così come per altre presenti sul nostro territorio, la lingua oltre che mezzo di preghiera è anche veicolo di cultura. Di più: se è vero come diceva Marshall McLuhan che “Il mezzo è il messaggio”, è altrettanto vero che la lingua (o il dialetto) è identità, oltre che fare comunità. Pensiamo ai nostri connazionali all’estero che hanno cercato di insegnare alle nuove generazioni l’italiano o, più spesso, anche solo il dialetto. Per loro era l’unico modo per mantenere l’identità italiana. E avevano ragione. Una volta perso l’uso della lingua o del dialetto, per i loro figli e nipoti accedere al proprio patrimonio culturale è diventato molto più difficile, e intere generazioni di italiani stanno gradualmente perdendo la propria identità. Bisogna per questo essere d’accordo con l’idea bossiana di portare il dialetto nelle scuole o con i test di dialetto per gli insegnanti? Certo che no. Ma attenzione a non buttare il bambino con l’acqua sporca. Se a Milano la questione del dialetto ormai non si pone quasi più (tra i giovani non lo parla più nessuno), così non è in provincia o nel resto della Lombardia, dove il tema è più presente di quanto si creda. Fa anzi ormai parte a pieno titolo di quegli elementi che differenziano la questione settentrionale da quella meridionale. Il motivo? semplice: perché il dialetto milanese rischia di scomparire, al contrario per esempio di quello napoletano o palermitano parlati quotidianamente anche dai giovani. Nelle città del sud l’immigrazione è stata molto minore e assai più lenta, tanto da portare i nuovi arrivati (italiani e non) a parlare il dialetto del luogo. Da noi invece l’uso del milanese è caduto in disuso. E si farebbe un grande errore a pensare che con la scomparsa di un dialetto si fa un dispetto alla Lega. Sarebbe invece una sconfitta per tutti, così come lo è ogni volta che una lingua o una cultura muore. Senza contare che è proprio la paura della perdita delle tradizioni che contribuisce a creare quello che il sociologo Bonomi chiama “lo spaesamento”, ovvero quella mancanza di identità che la politica leghista sa ascoltare molto bene.

Davide Romano

 Pubblicato su La Repubblica - Milano del 19 agosto 2009

 

 
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