Ero in forma strepitosa. Il periodo trascorso presso gli incursori della marina italiana sarebbe stata capace di rimettere in sesto chiunque. Joannesburg. Marco era li che mi aspettava. Strano, noi italiani quando siamo nella nostra patria, siamo regionalisti. All’estero, diventiamo tutti nazionalisti, pronti a darci una mano vicendevolmente. Marco, erano più di cinque anni che non lo vedevo. Mi ricordo quando decise di andare via dall’Italia. Disse che aveva perso gli stimoli, naturalmente questa perdita di stimoli, a mio parere, erano in parte dovuti alla ricca moglie sudafricana. Ci abbracciamo nel terminal internazionale. Salimmo in macchina, davanti e dietro noi viaggiavano due grossi fuoristrada neri, la scorta pensai, Marco come se avesse udito i miei pensieri confermò la mia supposizione. Viaggiammo per alcune ore. Disse che aveva preferito il viaggio in auto all’aereo da turismo che in meno di venti minuti ci avrebbe portato a casa sua, perché voleva che mi rendessi conto di cosa era il Sudafrica. Conoscevo già gran parte di quel continente che non finiva mai di stupirmi. Avevo studiato carte geografiche, foto satellitari e quant’altro fossi riuscito a reperire, nulla di tutto questo può prepararti in alcun modo a quello che ti trovi a guardare. Arrivammo a casa di Marco. Casa naturalmente era un termine riduttivo. Una tenuta di qualche centinaio di ettari immerso nella savana del Sud Africa, il corpo principale della casa, in perfetto stile boero aveva un estensione impressionante, mi venne assegnata una dependance che se trasportata a Roma avrebbe fornito un comodo appartamento per almeno 5 famiglie. Era la sua nuova vita. Sposato con una ragazza che avrebbe ereditato una fetta di un patrimonio incalcolabile. Questo significava viaggi, appartamenti nelle maggiori città del mondo, aereo ed elicottero privato e tanto altro ancora. Ma non voglio parlare del mio fortunato amico, voglio fare un diario di un viaggio, uno dei tanti che ho fatto al servizio della mia nazione. Voglio farlo, in un periodo nel quale sembra quasi che ci vergogniamo di dirci italiani. Io non mi vergogno, anzi sono orgoglioso di esserlo. Questo nonostante i nostri dirigenti non diano di noi una bella immagine. Fortunatamente l’Italia non sono loro, siamo noi. Una doccia ed un veloce cambio d’abito. Seduto sulla veranda della dependance, assisto allo spettacolo del calare della notte. Un fenomeno che vivi in tutto il mondo, ma in Africa è particolare, veloce, qualche minuto prima, osservi un sole infuocato che precipita dietro l’orizzonte, qualche minuto dopo, sei avvolto da una coltre d’oscurità rischiarata da un firmamento alieno all’occhio di noi europei. La croce del sud. Mi ha sempre affascinato quella costellazione, quella croce luminosa appesa lassù da mani invisibili. Passi sulla ghiaia del viale, Marco è venuto a prendermi per la cena, avrebbe potuto mandare uno dei servitori a chiamarmi, no, è voluto venire lui. Miriam sua moglie si trova a New York, lui è solo, sempre che solo si possa dire di un uomo che solo per il mantenimento della casa, del parco che la circonda, ha intorno a se centinaia di persone. E voluto venire lui, immagina il motivo del mio viaggio, non ha la certezza, ma immagina. Quando lo chiamai da Roma, non dissi nulla, gli dissi solo che sarei stato di passaggio da lui. Rispose che sarebbe stato felice di accogliermi, rammaricandosi solo di non poter accompagnare sua moglie negli States. Forse il suo era un finto rammarico, se non ricordo male, anche lui come me non ha mai amato le metropoli, come dargli torto vedendo come e dove viveva. Dopo cena, rigorosamente italiana, unica variante il vino, naturalmente sudafricano, ci accomodammo nel suo studio, perfetto stile inglese, con ampie poltrone di cuoio invecchiato. Mentre sorseggiavamo un vecchio cognac che probabilmente aveva il costo di un mio stipendio mensile, Marco mi chiese chiaramente cosa mi servisse per il mio viaggio. Sapevo che mi avrebbe parlato chiaramente, venivamo dalla stessa scuola di vita, ci intendevamo come se il tempo senza vederci fossero state cinque ore, non cinque anni. Quando gli parlai di quello che mi sarebbe servito non fecce una piega. Mi disse solo che l’indomani saremmo andati a caccia. Premetto, sono un appassionato pescatore subacqueo ma non ho mai avuto dimestichezza con la caccia. Partimmo presto la mattina, andammo in un angolo remoto della tenuta, abbattemmo due giovenche di bufalo ed alcune grosse antilopi che guide e battitori macellarono subito. Pranzammo con filetto di antilope alla brace, caricammo il resto della carne su di un pk che ci aveva raggiunto. Uscimmo dalla tenuta diretti a nord. Dopo qualche ora arrivammo in un villaggio poverissimo. Marco scese dalla macchina, lo imitai immediatamente, sembrava di casa in quel posto. Venimmo fatti accomodare sotto un albero enorme posto al centro del kral. Ci vennero portate delle zucche piene di una bevanda, Marco mi disse che era una sorta di birra fermentata fabbricata dai locali. Era calda ed acida, la mandai giù quasi tutta d’un fiato. Gli anziani si fecero intorno, Marco disse loro della carne che avevamo portato, ad un gesto di uno degli anziani, le donne si misero ordinatamente in fila davanti al pk carico. Mi ero sbagliato, non era un villaggio povero, erano semplicemente un popolo che voleva vivere come i loro antenati. Anzi, per i canoni africani, erano ricchi, possedevano enormi mandrie di bovini, i giovani andavano al pascolo badando agli armenti, gli uomini maturi, erano quasi tutti impiegati nell’industria d’estrazione mineraria. Avevano fisici eccezionali, io che non sono alto, arrivavo a malapena all’altezza dei loro toraci lisci. Marco espose alcune mie richieste, il vecchio, che seppi dopo era il capo della comunità scosse la testa, non poteva aiutarci direttamente, ma ci indicò chi poteva farlo. Ci accampammo appena fuori il villaggio. All’alba riprendemmo il cammino. Nuovamente verso nord. Dopo otto ore di sentieri sterrati arrivammo nei pressi di un grosso kopi. Un filo di fumo saliva verso l’alto, segno della presenza umana. Non vedevo animali al pascolo, in tutti i paesi africani che avevo visitato, non mi era mai accaduto di vedere un accampamento di africani dove non ci fossero animali. Ci fermammo circa due chilometri dalla collina di granito, sembrava la gobba di un enorme leviatano che sporgeva in un verde mare. M’kobo, la nostra guida partì velocemente verso il fumo che saliva pigramente verso il cielo. Passarono alcune ore e lo vedemmo tornare velocemente verso di noi. Aveva trovato la persona che ci era stata indicata dal vecchio.
AFRICA
Ero in forma strepitosa. Il periodo trascorso presso gli incursori della marina italiana sarebbe stata capace di rimettere in sesto chiunque. Joannesburg. Marco era li che mi aspettava. Strano, noi italiani quando siamo nella nostra patria, siamo regionalisti. All’estero, diventiamo tutti nazionalisti, pronti a darci una mano vicendevolmente. Marco, erano più di cinque anni che non lo vedevo. Mi ricordo quando decise di andare via dall’Italia. Disse che aveva perso gli stimoli, naturalmente questa perdita di stimoli, a mio parere, erano in parte dovuti alla ricca moglie sudafricana. Ci abbracciamo nel terminal internazionale. Salimmo in macchina, davanti e dietro noi viaggiavano due grossi fuoristrada neri, la scorta pensai, Marco come se avesse udito i miei pensieri confermò la mia supposizione. Viaggiammo per alcune ore. Disse che aveva preferito il viaggio in auto all’aereo da turismo che in meno di venti minuti ci avrebbe portato a casa sua, perché voleva che mi rendessi conto di cosa era il Sudafrica. Conoscevo già gran parte di quel continente che non finiva mai di stupirmi. Avevo studiato carte geografiche, foto satellitari e quant’altro fossi riuscito a reperire, nulla di tutto questo può prepararti in alcun modo a quello che ti trovi a guardare. Arrivammo a casa di Marco. Casa naturalmente era un termine riduttivo. Una tenuta di qualche centinaio di ettari immerso nella savana del Sud Africa, il corpo principale della casa, in perfetto stile boero aveva un estensione impressionante, mi venne assegnata una dependance che se trasportata a Roma avrebbe fornito un comodo appartamento per almeno 5 famiglie. Era la sua nuova vita. Sposato con una ragazza che avrebbe ereditato una fetta di un patrimonio incalcolabile. Questo significava viaggi, appartamenti nelle maggiori città del mondo, aereo ed elicottero privato e tanto altro ancora. Ma non voglio parlare del mio fortunato amico, voglio fare un diario di un viaggio, uno dei tanti che ho fatto al servizio della mia nazione. Voglio farlo, in un periodo nel quale sembra quasi che ci vergogniamo di dirci italiani. Io non mi vergogno, anzi sono orgoglioso di esserlo. Questo nonostante i nostri dirigenti non diano di noi una bella immagine. Fortunatamente l’Italia non sono loro, siamo noi. Una doccia ed un veloce cambio d’abito. Seduto sulla veranda della dependance, assisto allo spettacolo del calare della notte. Un fenomeno che vivi in tutto il mondo, ma in Africa è particolare, veloce, qualche minuto prima, osservi un sole infuocato che precipita dietro l’orizzonte, qualche minuto dopo, sei avvolto da una coltre d’oscurità rischiarata da un firmamento alieno all’occhio di noi europei. La croce del sud. Mi ha sempre affascinato quella costellazione, quella croce luminosa appesa lassù da mani invisibili. Passi sulla ghiaia del viale, Marco è venuto a prendermi per la cena, avrebbe potuto mandare uno dei servitori a chiamarmi, no, è voluto venire lui. Miriam sua moglie si trova a New York, lui è solo, sempre che solo si possa dire di un uomo che solo per il mantenimento della casa, del parco che la circonda, ha intorno a se centinaia di persone. E voluto venire lui, immagina il motivo del mio viaggio, non ha la certezza, ma immagina. Quando lo chiamai da Roma, non dissi nulla, gli dissi solo che sarei stato di passaggio da lui. Rispose che sarebbe stato felice di accogliermi, rammaricandosi solo di non poter accompagnare sua moglie negli States. Forse il suo era un finto rammarico, se non ricordo male, anche lui come me non ha mai amato le metropoli, come dargli torto vedendo come e dove viveva. Dopo cena, rigorosamente italiana, unica variante il vino, naturalmente sudafricano, ci accomodammo nel suo studio, perfetto stile inglese, con ampie poltrone di cuoio invecchiato. Mentre sorseggiavamo un vecchio cognac che probabilmente aveva il costo di un mio stipendio mensile, Marco mi chiese chiaramente cosa mi servisse per il mio viaggio. Sapevo che mi avrebbe parlato chiaramente, venivamo dalla stessa scuola di vita, ci intendevamo come se il tempo senza vederci fossero state cinque ore, non cinque anni. Quando gli parlai di quello che mi sarebbe servito non fecce una piega. Mi disse solo che l’indomani saremmo andati a caccia. Premetto, sono un appassionato pescatore subacqueo ma non ho mai avuto dimestichezza con la caccia. Partimmo presto la mattina, andammo in un angolo remoto della tenuta, abbattemmo due giovenche di bufalo ed alcune grosse antilopi che guide e battitori macellarono subito. Pranzammo con filetto di antilope alla brace, caricammo il resto della carne su di un pk che ci aveva raggiunto. Uscimmo dalla tenuta diretti a nord. Dopo qualche ora arrivammo in un villaggio poverissimo. Marco scese dalla macchina, lo imitai immediatamente, sembrava di casa in quel posto. Venimmo fatti accomodare sotto un albero enorme posto al centro del kral. Ci vennero portate delle zucche piene di una bevanda, Marco mi disse che era una sorta di birra fermentata fabbricata dai locali. Era calda ed acida, la mandai giù quasi tutta d’un fiato. Gli anziani si fecero intorno, Marco disse loro della carne che avevamo portato, ad un gesto di uno degli anziani, le donne si misero ordinatamente in fila davanti al pk carico. Mi ero sbagliato, non era un villaggio povero, erano semplicemente un popolo che voleva vivere come i loro antenati. Anzi, per i canoni africani, erano ricchi, possedevano enormi mandrie di bovini, i giovani andavano al pascolo badando agli armenti, gli uomini maturi, erano quasi tutti impiegati nell’industria d’estrazione mineraria. Avevano fisici eccezionali, io che non sono alto, arrivavo a malapena all’altezza dei loro toraci lisci. Marco espose alcune mie richieste, il vecchio, che seppi dopo era il capo della comunità scosse la testa, non poteva aiutarci direttamente, ma ci indicò chi poteva farlo. Ci accampammo appena fuori il villaggio. All’alba riprendemmo il cammino. Nuovamente verso nord. Dopo otto ore di sentieri sterrati arrivammo nei pressi di un grosso kopi. Un filo di fumo saliva verso l’alto, segno della presenza umana. Non vedevo animali al pascolo, in tutti i paesi africani che avevo visitato, non mi era mai accaduto di vedere un accampamento di africani dove non ci fossero animali. Ci fermammo circa due chilometri dalla collina di granito, sembrava la gobba di un enorme leviatano che sporgeva in un verde mare. M’kobo, la nostra guida partì velocemente verso il fumo che saliva pigramente verso il cielo. Passarono alcune ore e lo vedemmo tornare velocemente verso di noi. Aveva trovato la persona che ci era stata indicata dal vecchio.