Incipit abortito di unaoperetta moraleincompiutaEra una casa: non mi apparteneva ed era nebbia attorno,una palizzata marcita ed erba che cresceva a flutti,le imposte erano inchiodate, qualche cane abbaiavalontano. La stagione buona era terminata e Iovagavo ai piedi delle alte montagne vicino alle abitazioni lasciate da piccola - media -alta borghesia.La scusa era quella di andare per funghi, ma la Realtàera di inalare il disfacimento, colarmi l'abbandono in bocca come gocce di citalopram. E proprio quello succedeva nel mio cervello mentre la giornata trasudava umidità e il cielo, ogni tanto, sganciava piccole gocce di pioggia sopra il vento che affluiva dalla valle. Pareva di essere nell'occhio di un ciclone asmatico (memore di antiche glorie maincapace di produrre ancora qualcosa in più del disagio) e la sensazione di qualcosa di fetido ma inoffensivo era forte tanto quanto il mio indugiare nei pressi della casa. Alcuni pipistrellientravano e uscivano da una fessura in alto, nelle soffitte, il tetto di strane lamiere macchiate di rossosvettava come un repertorio anni '70 su Marte.Non ero pronto a tanto cozzare di stili e climi,così, dopo essermi inoltrato, ancora poco, fra Villette e tormento languido, decisi di invertire la rotta, prendere la mia vecchia Toyota e avviarmiverso la città che, prigioniera come fosse degli spettri violenti e delle cupe prigioni urbane,non mi annichiliva quanto fiorellini pesti, alberiossuti e abitazioni con la saracinesca moraleabbassata.
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Incipit abortito di unaoperetta moraleincompiutaEra una casa: non mi apparteneva ed era nebbia attorno,una palizzata marcita ed erba che cresceva a flutti,le imposte erano inchiodate, qualche cane abbaiavalontano. La stagione buona era terminata e Iovagavo ai piedi delle alte montagne vicino alle abitazioni lasciate da piccola - media -alta borghesia.La scusa era quella di andare per funghi, ma la Realtàera di inalare il disfacimento, colarmi l'abbandono in bocca come gocce di citalopram. E proprio quello succedeva nel mio cervello mentre la giornata trasudava umidità e il cielo, ogni tanto, sganciava piccole gocce di pioggia sopra il vento che affluiva dalla valle. Pareva di essere nell'occhio di un ciclone asmatico (memore di antiche glorie maincapace di produrre ancora qualcosa in più del disagio) e la sensazione di qualcosa di fetido ma inoffensivo era forte tanto quanto il mio indugiare nei pressi della casa. Alcuni pipistrellientravano e uscivano da una fessura in alto, nelle soffitte, il tetto di strane lamiere macchiate di rossosvettava come un repertorio anni '70 su Marte.Non ero pronto a tanto cozzare di stili e climi,così, dopo essermi inoltrato, ancora poco, fra Villette e tormento languido, decisi di invertire la rotta, prendere la mia vecchia Toyota e avviarmiverso la città che, prigioniera come fosse degli spettri violenti e delle cupe prigioni urbane,non mi annichiliva quanto fiorellini pesti, alberiossuti e abitazioni con la saracinesca moraleabbassata.