Epigono di un giornoQuesta era la mia casa, e qui ho cresciuto delle sapienti ragnatele, scassinato baci, prelevato gioieDa queste parti mi risentivo se ero chiamatoper colazione, pranzo, cena. Esploravo aree,disegnavo modelli, intuivo persino progettiHo avuto un'infanzia d'un bianco abbacinante,screpolatura da cui bevevo, ombra d'umiditàche mi riceveva con tutti gli onori Nulla era in sfacelo, qualcosa affiorava sempree ora, seduto sul cofano di quest'auto la osservo come nuovo condominioCi sono venuto apposta, per ridere e piangereper annodarmi un groppo in gola come una cravatta, troppo stretta troppo astutaOsservo la nuova verniciatura: una buona manoservirebbe anche a me, che mi illudo sopra un passato di fiabe finite in scheggeIo, che ti devo tutto, castello mio. Io che ti vedo in sogno tutte le notti e che mastico vetro come fosse paneIo, che sbatto la portiera e accelero per le stradinele mani come ragni,il domani come ieri