E all’improvviso di nuovo, voglio la strada lunga della tua coscia sotto la mano, la coscia che ho tante volte percorso, la coscia sapida di sale e liscia di seme speso, e voglio il sapore di te, che cola a dissetarmi sotto la lingua (il luogo della voglia incalzante, la mia lingua) e voglio tutti gli ineffabili, soffici, posti cedevoli, la pancia e il collo e il posto da cui spunterebbero le ali se fossimo angeli, e noi lo siamo, e voglio di te tutte le parti capaci di sollevarsi le spalle e l’uccello e la lingua e il fiato e il tuo inaspettato aprirti tutto fonte, tutto desiderio, e tutto che comincia ogni volta per la prima volta, la prima, finchè mi chiedo come mai sappiamo persino quale parte siamo, sappiamo persino la terra che ci solleva, rauca, e ci porta fuori da noi stessi, come il suono sorgente d’un’alba d’estate quando tutto quanto ci unisce.