Disteso sdraiato completamente al suolo, sentirsi parte del terreno a tal punto da poter osservare con minuziosa attenzione la superficie irregolare. Espiri e inspiri con tempo cadenzato, ma breve nell’intervallo. Le lacrime solcano la parte superiore del naso, cosa assai normale se la guancia destra riposa sul fango, vorresti sprofondare di un altro braccio verso il basso, ma il senso di frustrazione ti fa capire che anche questo ti viene negato. Hai appena smesso di singhiozzare similmente a un infante, affamato di latte materno, ma nessun cibo adesso potrebbe entrare in quella fessura stretta stratta, che una volta chiamavi stomaco. La lingua esce carezzando con amabile pazienza il labbro superiore sporco di fluidi amari usciti dal naso, è proprio vero che la lingua ci vuol bene, chi mai saggerebbe una cosa del genere così come lei fa per noi? L’ultima cosa alla quale pensi sono i piedi, così distanti dalla testa, così inutili adesso che non vuoi andare da nessuna parte, i piedi sono un po’ gelosi, credo, le mani hanno avuto maggior importanza, hanno graffiato e strappato via capelli, si sono strette al petto, e più di una volta hanno percosso la terra, come se una botola potesse spalancarsi dopo quei colpi. Ricordi triste il perché sei li, qualche altra lacrima scende, e le labbra tornano a flettersi in quella smorfia che pensi nel cuore, ti renda davvero orribile. Le tue orecchie hanno sentito tutto, dal primo singhiozzo all’ultimo lamento, esse ti lasciano coscienza di ogni attimo, sottolineando ancor di più quel momento, sembrano darti per un breve istante l’illusione di ascoltare i discorsi altrui, come se non fossi te li a terra, come se quello che accade non stia accadendo a te. La pioggia fuori dal porticato inizia a scendere e le lacrime che credi, riempiano una pozza gigantesca intorno a te, altro non tornano ad essere ciò che sono, piccole gocce mescolate a quelle che riempiono fiumi e mari. Ti senti piccolo, sicuramente inutile, vorresti che l’acqua che cade ti porti via come farebbe con un piccolo sassolino, lasciandoti smarrire in questo grande, gigantesco mondo. Poi una voce chiama il tuo nome. Pensi. Ma com’è possibile, io così piccolo e insignificante, piccolo seme sparso dal vento della vita, no, le orecchie mi dicono che non è me quel che è a terra. La coscienza però mi riporta alla realtà, ma la domanda mi torna in mente, adesso che sento ancora chiamare il mio nome. Torno a chiedermi, ma com’è possibile udire il mio nome in questo grande tutto, Dio chiama il mondo con la voce del tuono, le foreste parlano con le fronde mosse dal vento verso le cascate con le loro risa giocose. Loro chiamano ciò che è importante, chi può pensare a me? E’ lei riconosco la voce è mia moglie. Espiro con forza questa volta le mani non sono rivolte a me, ne sono strette a formare un pungo, ma le uso per sollevarmi, braccia e spalle si flettono e poi distendono sollevando il busto, scuoto il capo e solo in quell’attimo ricordo di avere gambe e ginocchia che grazie a Dio si muovono. Prima un piede e poi l’altro posano la suola degli stivali a terra, mi ergo quasi fossi un gigante, e miro il terreno come se osservassi il paesaggio dall’alto di una montagna, eppure ero li, fino a pochi istanti fa? La porta di casa si apre, e lei con il viso stanco e affanno, mi chiede che avessi fatto. “Nulla” rispondo, “sono solo caduto, hai un marito pasticcione” ,le sorrido e metto la mano dietro la nuca, lei si tocca gli occhi ancora gonfi e ricambia il sorriso. Abbiamo perso il nostro bambino di pochi mesi nel grembo della mia dolce metà, e per quanto questo mi renda infelice, se vivo, e mi muovo è solo nel tentativo di vederle spuntare sul viso un altro sorriso, un Giorno, forse avremo dei bambini. Non oggi, certo, ma muovo un passo verso di lei, e torno a confortarla, dice che sono il suo Eroe, ma in vero è lei che è appena venuta a salvarmi dal nulla, e dalla disperazione di quell’attimo di sfogo, le dono un bacio e lei mentre entro mi dà uno sculaccione “guarda come ti sei ridotto, mica lavi te!” sorridiamo insieme e andiamo avanti. … Un'altra storia qui nella mia Taverna, San Diork il giovane garzone del bottegaio, ha condiviso con noi questa la sua storia, una storia di Eroi anche questa, dove il salvatore è salvato e la vita per quanto difficile e spietata, viene affrontata con amore. Torno a lavorare dietro il mio bancone dopo aver ricevuto in pegno questa nuova storia, e spero che un Dì gli Dei donino a questa coppia la felicità di un bambino. Buona notte.