5. L’esigenza del mito e dell’universale Se «la lira suonata da Anfione richiama i pesanti massi di pietra per la costruzione dei bastioni di Tebe» (scrive il musicologo e compositore François-Bernard Mâche nel suo libro Musica, mito, natura. I delfini di Arione, Cappelli 1996), il muscoloso Ercole, «preferendo l’attività fisica all’armonia dei suoni, uccide Lino, suo maestro di musica, in seguito a un rimprovero» (pag. 23). Nella maggioranza dei miti la musica è destinata a salvare la vita dell’eroe, spesso attraverso l’intervento di animali da richiamati dalla musica stessa: «l’eroe si tuffa in mare da una scarpata per sfuggire agli inseguitori, rischiando forse un pericolo maggiore, ma l’intervento delle Nereidi, o di delfini, destati dalle note della musica, diventa provvidenziale». Nel mondo mitologico il potere dei suoni è condiviso da Apollo e Dioniso. Apollo rappresenta «la capacità di produrre dai suoni rasserenamento, equilibrio psichico e illuminazione, Dioniso invece rappresenta la capacità dei suoni di esaltare». La musica emerge «come attività che più si avvicina alle leggi di natura e che rimette in accordo la violenza selvaggia, ma innocente, dell’animale, con l’illuminazione poetica, e che permette di scansare le squallide trame della società umana e di liberarci da ogni tentativo di renderci asserviti» (pag. 20). Apollo e Mozart, Dioniso e Charlie Parker, Anfione e Jimi Hendrix: la mitizzazione, a quanto pare, è un processo inevitabile. Mâche sostiene che «la musica, più di ogni altra disciplina, è rimasta vicina alle origini mitiche». Questo desiderio di mito non ha confini di tempo e di spazio: da Bach a Pat Metheny, la storia della musica è costellata di miti. Alcuni miti compaiono in zone storicamente e geograficamente diverse fra loro. È possibile attribuire a detti miti il valore di universali mitologici? Per esempio, è universale «il tamburo che si rinviene presso i Bakundu del Camerun e contemporaneamente a Timorlaut, tra Australia e Nuova Guinea?». Oppure «l’imitazione ostinata del verso degli animali, pratica corrente in tutte le etnie del globo, non nasce forse da un mito o da un desiderio mitologico primitivo?», scrive Mâche (pag. 43). Ma questa «universalità dei modelli sonori» non può essere forse scorta anche nelle filastrocche ripetitive dei bambini, nelle scale musicali, nelle leggi armoniche di carattere generale? È vero che l’identificazione degli archetipi è un’operazione che richiede la purificazione dalle contaminazioni culturali e sociali, ma ci sono buoni motivi per ritenere che l’armonia sia più una scoperta che un’invenzione. La triade maggiore, per esempio, è insita negli armonici prima ancora che essa sia organizzata in strutture più o meno elaborate. Un sistema come la triade maggiore, esaminato come costruzione umana, apparterrebbe alla categoria degli oggetti artificiali, costruiti dall’uomo, mentre la stessa triade che emerge dagli armonici sarebbe del tutto naturale. È più o meno la stessa contraddizione rilevata da Jacques Monod in Il caso e la necessità (Mondadori 1970, pag. 6) quando immagina una sonda marziana che si trovi sulla Terra cercando di distinguere, attraverso l’applicazione di criteri di ripetizione e di regolarità, gli oggetti artificiali costruiti da una forma di vita intelligente da quelli naturali costruiti dalle forze fisiche: gli oggetti artificiali sono solitamente di forma regolare e si ripetono nello spazio e nel tempo per gli usi che il costruttore ha loro destinato, a differenza degli oggetti naturali che assumono piuttosto un assetto indefinito e irregolare. Ma quando la sonda marziana esaminerà alcuni cristalli di quarzo, commetterà un errore nel valutarli come costrutti artificiali, avendo essi una forma estremamente regolare. Anche un favo selvatico rientrerebbe nella categoria degli oggetti artificiali, benché esso rappresenti l’attività automatica di un essere naturale. «Non è una contraddizione – si domanda Monod – considerare “artificiale” il prodotto dell’attività automatica di un essere “naturale”?». Se la sonda di Monod ascoltasse il succedersi degli armonici di un suono, attraverso un sistema che “spezzasse” sufficientemente il suono nelle sue componenti fondamentali, è probabile che li considererà oggetti artificiali, destinati a ripetersi nel tempo e nello spazio per gli usi del costruttore, e impregnati della stessa regolarità che caratterizza il favo selvatico e i cristalli di quarzo.EdMax
La Musica Universale (di EdMax)
5. L’esigenza del mito e dell’universale Se «la lira suonata da Anfione richiama i pesanti massi di pietra per la costruzione dei bastioni di Tebe» (scrive il musicologo e compositore François-Bernard Mâche nel suo libro Musica, mito, natura. I delfini di Arione, Cappelli 1996), il muscoloso Ercole, «preferendo l’attività fisica all’armonia dei suoni, uccide Lino, suo maestro di musica, in seguito a un rimprovero» (pag. 23). Nella maggioranza dei miti la musica è destinata a salvare la vita dell’eroe, spesso attraverso l’intervento di animali da richiamati dalla musica stessa: «l’eroe si tuffa in mare da una scarpata per sfuggire agli inseguitori, rischiando forse un pericolo maggiore, ma l’intervento delle Nereidi, o di delfini, destati dalle note della musica, diventa provvidenziale». Nel mondo mitologico il potere dei suoni è condiviso da Apollo e Dioniso. Apollo rappresenta «la capacità di produrre dai suoni rasserenamento, equilibrio psichico e illuminazione, Dioniso invece rappresenta la capacità dei suoni di esaltare». La musica emerge «come attività che più si avvicina alle leggi di natura e che rimette in accordo la violenza selvaggia, ma innocente, dell’animale, con l’illuminazione poetica, e che permette di scansare le squallide trame della società umana e di liberarci da ogni tentativo di renderci asserviti» (pag. 20). Apollo e Mozart, Dioniso e Charlie Parker, Anfione e Jimi Hendrix: la mitizzazione, a quanto pare, è un processo inevitabile. Mâche sostiene che «la musica, più di ogni altra disciplina, è rimasta vicina alle origini mitiche». Questo desiderio di mito non ha confini di tempo e di spazio: da Bach a Pat Metheny, la storia della musica è costellata di miti. Alcuni miti compaiono in zone storicamente e geograficamente diverse fra loro. È possibile attribuire a detti miti il valore di universali mitologici? Per esempio, è universale «il tamburo che si rinviene presso i Bakundu del Camerun e contemporaneamente a Timorlaut, tra Australia e Nuova Guinea?». Oppure «l’imitazione ostinata del verso degli animali, pratica corrente in tutte le etnie del globo, non nasce forse da un mito o da un desiderio mitologico primitivo?», scrive Mâche (pag. 43). Ma questa «universalità dei modelli sonori» non può essere forse scorta anche nelle filastrocche ripetitive dei bambini, nelle scale musicali, nelle leggi armoniche di carattere generale? È vero che l’identificazione degli archetipi è un’operazione che richiede la purificazione dalle contaminazioni culturali e sociali, ma ci sono buoni motivi per ritenere che l’armonia sia più una scoperta che un’invenzione. La triade maggiore, per esempio, è insita negli armonici prima ancora che essa sia organizzata in strutture più o meno elaborate. Un sistema come la triade maggiore, esaminato come costruzione umana, apparterrebbe alla categoria degli oggetti artificiali, costruiti dall’uomo, mentre la stessa triade che emerge dagli armonici sarebbe del tutto naturale. È più o meno la stessa contraddizione rilevata da Jacques Monod in Il caso e la necessità (Mondadori 1970, pag. 6) quando immagina una sonda marziana che si trovi sulla Terra cercando di distinguere, attraverso l’applicazione di criteri di ripetizione e di regolarità, gli oggetti artificiali costruiti da una forma di vita intelligente da quelli naturali costruiti dalle forze fisiche: gli oggetti artificiali sono solitamente di forma regolare e si ripetono nello spazio e nel tempo per gli usi che il costruttore ha loro destinato, a differenza degli oggetti naturali che assumono piuttosto un assetto indefinito e irregolare. Ma quando la sonda marziana esaminerà alcuni cristalli di quarzo, commetterà un errore nel valutarli come costrutti artificiali, avendo essi una forma estremamente regolare. Anche un favo selvatico rientrerebbe nella categoria degli oggetti artificiali, benché esso rappresenti l’attività automatica di un essere naturale. «Non è una contraddizione – si domanda Monod – considerare “artificiale” il prodotto dell’attività automatica di un essere “naturale”?». Se la sonda di Monod ascoltasse il succedersi degli armonici di un suono, attraverso un sistema che “spezzasse” sufficientemente il suono nelle sue componenti fondamentali, è probabile che li considererà oggetti artificiali, destinati a ripetersi nel tempo e nello spazio per gli usi del costruttore, e impregnati della stessa regolarità che caratterizza il favo selvatico e i cristalli di quarzo.EdMax