"L'attesa. Lei arrivava sempre in ritardo, e sempre passando da una strada diversa dalla sua. Anche Berlino può diventare misteriosa. E quel lampione sotto il tiglio ammicca strizzando un occhio. Buio, aromi, pace. E il rapido passante lì al crocicchio ha l'ombra minacciosa di un rapace sparviero. Vento, e la luna dondola: il cielo ha liquide movenze blu: fantasma di Venezia, pali, gondole, bautte, ponti, - il mondo a testa in giù. Ti prego, non violare mai le regole del gioco, la magia dell'illusione. Coltiva l'eresia più irragionevole, fai del miracolo la tua ragione di vita. Credi - -Compariva dal buio, sempre inattesa per gli occhi, come un'ombra che di colpo si separi dal proprio elemento. All'inizio la luce cadeva solo sulle caviglie: avanzava a piccoli passi, la punta di un piedi contro il tallone dell'altro, come se camminasse su una fune. Il suo corto abitino estivo aveva il colore della notte - il colore dei lampioni, delle ombre, dei tronchi degli alberi, del marciapiede lucente: più pallido delle sue braccia, più scuro del suo volto. Fëdor Konstantinovič la baciava sulle morbide labbra, e lei allora reclinava per un attimo la testa sulla sua clavicola e poi, sciogliendosi in fretta dall'abbraccio, gli camminava accanto, dapprima col viso offuscato da una grande tristezza, come se nelle venti ore della loro separazione fosse accaduta un'inaudita disgrazia; un po' per volta si riprendeva, ed ecco che finalmente sorrideva - con un sorriso che non aveva mai durante il giorno. Che cosa lo affascinava più di tutto in lei? La sua perfetta capacità di comprensione, l'assoluta sintonia con tutto ciò che lui amava. Parlando con lei poteva fare a meno di ponti e passerelle: non faceva in tempo a notare qualche dettaglio curioso della notte che lei già glielo stava indicando. E non solo Zina era stata abilmente ed elegantemente fatta su misura per lui da un destino molto coscienzioso, ma entrambi, formando un'unica ombra, erano fatti su misura per qualcosa di mirabile e benevolo, seppure non del tutto comprensibile, che costantemente li circondava." (V. Nabokov, Il dono)
a pagina 224
"L'attesa. Lei arrivava sempre in ritardo, e sempre passando da una strada diversa dalla sua. Anche Berlino può diventare misteriosa. E quel lampione sotto il tiglio ammicca strizzando un occhio. Buio, aromi, pace. E il rapido passante lì al crocicchio ha l'ombra minacciosa di un rapace sparviero. Vento, e la luna dondola: il cielo ha liquide movenze blu: fantasma di Venezia, pali, gondole, bautte, ponti, - il mondo a testa in giù. Ti prego, non violare mai le regole del gioco, la magia dell'illusione. Coltiva l'eresia più irragionevole, fai del miracolo la tua ragione di vita. Credi - -Compariva dal buio, sempre inattesa per gli occhi, come un'ombra che di colpo si separi dal proprio elemento. All'inizio la luce cadeva solo sulle caviglie: avanzava a piccoli passi, la punta di un piedi contro il tallone dell'altro, come se camminasse su una fune. Il suo corto abitino estivo aveva il colore della notte - il colore dei lampioni, delle ombre, dei tronchi degli alberi, del marciapiede lucente: più pallido delle sue braccia, più scuro del suo volto. Fëdor Konstantinovič la baciava sulle morbide labbra, e lei allora reclinava per un attimo la testa sulla sua clavicola e poi, sciogliendosi in fretta dall'abbraccio, gli camminava accanto, dapprima col viso offuscato da una grande tristezza, come se nelle venti ore della loro separazione fosse accaduta un'inaudita disgrazia; un po' per volta si riprendeva, ed ecco che finalmente sorrideva - con un sorriso che non aveva mai durante il giorno. Che cosa lo affascinava più di tutto in lei? La sua perfetta capacità di comprensione, l'assoluta sintonia con tutto ciò che lui amava. Parlando con lei poteva fare a meno di ponti e passerelle: non faceva in tempo a notare qualche dettaglio curioso della notte che lei già glielo stava indicando. E non solo Zina era stata abilmente ed elegantemente fatta su misura per lui da un destino molto coscienzioso, ma entrambi, formando un'unica ombra, erano fatti su misura per qualcosa di mirabile e benevolo, seppure non del tutto comprensibile, che costantemente li circondava." (V. Nabokov, Il dono)