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AMLETO' - La favola "steampunk" dell'incomprensione

Post n°117 pubblicato il 13 Aprile 2015 da afantini
 

AMLETO' - La favola "steampunk" dell'incomprensione secondo Sepe

In scena al Teatro La Comunità di Roma da giovedì a domenica 19 Aprile



 È un Amleto collodiano e colloidale sospeso tra la grazia diafana di un Marcel Marceau e la metallica melanconia del soldatino di stagno di Andersen, quello che Giancarlo Sepe fa contorcere, strisciare e boccheggiare negli interni brumosi del parigino Hôtel du Nord, dove la celebre famiglia di Elsinore  si trasferisce, trapiantando il tragico viluppo di brame di potere e amore, follie autentiche e simulate, pulsioni incestuose e suicide, in un frenetico limbo coltivato con l’humus filmico di Marcel Carnè nella zolla teatrale di Jean Cocteau.

L’innesto si rivela decisivo e dirompente sin dalla prima lunga afasica “ouverture”, dove il “teatro off” compie la sua metamorfosi in teatro “pop up”, dichiarando al pubblico la sua vocazione di morbosa favola alla “nouvelle vague” grand-guignolesca, nella quale i personaggi germogliano come anaglifi viventi di un gioco olografico dalla scacchiera del palco, presentando il proprio nome sul recto e la propria indole sul verso di insegne da gotico “tableau vivant”. Ben presto ci si ritrova scaraventati in una fantasmagoria di sapore “steampunk” memore dell’“Industrial Symphony” di Lynch, dove i personaggi si animano in stop-motion in una sequenza di Švankmajer, posseduti da un coreografico raptus venato di furore bellico-erotico, su cui domina l’incedere marziale di un Re Amleto titanico e steroideo che varca la caligine d’artiglieria della guerra al ritmo di un videoclip di Tarsem Singh sulle note minacciose della “Danza dei cavalieri” di Prokofiev. E quando, dopo il lungo preludio eidetico intessuto da partiture di gesti e movenze musicate e musicanti, in cui i primi fonemi di Amleto sono vagiti lanciati da una carrozzina,  i personaggi si stabiliscono a Parigi  e cominciano a vocalizzare un pastiche franco-italico pseudo-infantile, l’ Hôtel du Nord si presenta come una convulsa lanterna magica disseminata di cappi, macchinari e confessionali dai chiaroscuri postribolari, nel quale destrutturare e ricodificare continuamente il testo d’origine nella sintassi ipnagogica di un teatro delle bambole “Bunraku”.

L’Hotel si fa condizione dell’essere fuori del Tempo per meglio rappresentare e riverberare quel ritornante Tempo umano della Storia rintoccato dagli equivoci e le incomprensioni generatori di guerre, omicidi e orge di potere. Così le scene si susseguono come stazioni lisergiche di una profana via Crucis tracciata nell’emulsione sonora delle musiche di Ravel, Aznavour, Faurè: gli orrori nazisti al tempo del governo di Vichy si alternano alle evocazioni della presa della Bastiglia, a decadenti baccanali di famiglia allietati dall’entraineuse Ofelia e una lasciva regina Gertrude  reminiscente della Rampling di “Portiere di Notte”, ai puerili battibecchi tra Laerte e Amleto alle incursioni di Rosencrantz e Guildenstern paludati come sicari nazisti di un action movie, all’omicidio del re per mano di Claudio che tramuta il primo in un tragicomico “revenant” velato, e il secondo in una sorta di gangster da film hard boiled.

Di icone dissacranti e dissacrate è disseminato questo fosfenico “itinerarium mentis in ego”, viaggio nella psiche bizzosa e acerba di un Amleto-Peter Pan incapace di staccarsi dal “volto santo” paterno così come dall’eden uterino del ventre materno, riluttante ad entrare nell’età adulta delle decisioni e dei sentimenti anche quando, di fronte al suicido di Ofelia alla quale non è riuscito ad unirsi nemmeno nella morte, suo unico bambinesco cruccio resta quello di stabilire in quale punto del canale Saint-Martin sia morta. Ma è proprio nella spastica agonia anfibia di Ofelia che, come una creatura sirenide impigliata all’amo invisibile degli inferi, si dibatte e rotola nelle vaschette d’acqua poste ai bordi del palco, che si compie quella rottura della quarta parete, imene meta-teatrale squarciato dagli schizzi rivolti al pubblico mesmerizzato dal caleidoscopio di allegorie sceniche stratificate tra finzione, citazione, storia e satira sociale. Collirio epifanico offerto per lubrificare quegli occhi ormai privi di palpebra spalancati di fronte all’ultima immagine di Amleto che, silhouette in una composizione da espressionismo tedesco, procede verso la luce oltretombale dove i suoi “parenti terribili”, burattinesche “figurae” dell’animo umano, lo attendono nell’oblio che avvolge la Storia da cui tutti sono emersi per tornare “a dormire, morire, o forse sognare…”

Alessandro Fantini ha assistito allo spettacolo del 9 Aprile presso il Teatro La Comunità.

Foto di Alessandro Fantini.

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Commenti al Post:
aldo.giornoa64
aldo.giornoa64 il 13/04/15 alle 18:19 via WEB
CIAO AFANTINI, NOI NON SIAMO AMICI, MA NESSUNO MI PUO' VIETARE DI CONDIVIDERE IL TUO POST. COMPLIMENTI PER IL POST. CHE CONDIVIDO PIENAMENTE TUTTO IL TUO POSTATO, UN SINCERO SALUTO ALDO.
 
 
afantini
afantini il 14/04/15 alle 11:16 via WEB
Grazie molte per il commento e la condivisione. Spero continuerai a seguire ancora a lungo il mio blog e le mie pubblicazioni. Buona lettura.
 
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