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Un blog creato da susypoet il 02/09/2011
 
 

 

 

 

 

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BOSCO DI SAN FRANCESCO

Al di là, oltre il muro

Non odo la voce, Francesco

Alla prima alba, luccicando al sole

il tuo convento

Tra ulivi, coltivi, colline e pianure

Un sacro paesaggio

Ma nessuno riprende il cammino

D'amore e di luce del Santo?

Passione, che in lui fu Divino

Nel bene la costanza dei forti

Hai diviso i tuoi pregi a ciascun Santo

Nulla si spegne in te

E in te vivrò, luco caro

Senza più colpe

Libero da pene

Tra alberi ameni

Nati da un Santo

 

 

ENERGIA IN MOVIMENTO

Ciò che è grande continua

ciò che continua và lontano

ciò che và lontano ritorna

 

 

I MIEI LINK PREFERITI

Nell'antichità, a Oriente

e a Occidente, l'arte

medica era spesso

paragonata all'arte

del governo.

Chi sà governare, sa

mobilitare molte risorse,

non si affida ad una

sola freccia.

Per curare, occorre, invece,

trovare il modo di equilibrare.

 
Citazioni nei Blog Amici: 12
 

 

IL GIOVANE HOLDEN

Post n°33 pubblicato il 07 Ottobre 2013 da susypoet

Quelli che mi lasciano proprio

senza fiato sono i libri che

quando li hai finiti di leggere

e tutto quel che segue vorresti

che l'autore fosse tuo amico per

la pelle e poterlo chiamare al

telefono tutte le volte che ti gira.

La vita, a mio modo di vedere, è un caval donato. (nove racconti)

 
 
 

Cascate Doccione - Fanano

Post n°32 pubblicato il 16 Aprile 2012 da susypoet

Il corpo è come una montagna

I muscoli e la pelle sono come una cascata altissima

L'intenzione è come il sole che fa evaporare l'acqua

Il vapore è energia che forma l'arcobaleno

L'energia riempie l'universo

Tu sei l'universo

                       - Li Bai -

 
 
 

Soft Music Love

Post n°30 pubblicato il 10 Aprile 2012 da susypoet

 

Così dunque il saper-fare (Kung Fu) è il mantenimento della vita.

Non dimenticare di osservare le quattro stagioni

e di adattarsi al freddo e al caldo,

di armonizzare allegria e collera

e di essere tranquilli nel riposo e nell'azione,

di regolare lo Yin e lo Yang

e di equilibrare il duro e il molle.

In questo modo, avendo tenuto lontano al venuta dei soffi perversi ,

vi sarà la lunga vita e la durevole visione.

- LINGSHU -

 

 
 
 

COME L'ENERGIA DINAMICA CREA L'EUROPA

Post n°29 pubblicato il 23 Marzo 2012 da susypoet
Foto di susypoet

IL MITO DELL'EUROPA           

Chi era Europa?

La concezione di Europa come una donna molto bella è una caratteristica comune della mitologia antica. Già Esiodo (770 a.C. ca), nel verso 357 della sua Teogonia, offre la prima genealogia a noi nota delle divinità greche ed Europa appare quale figlia di Oceano e Teti, madre di tutti i corsi d'acqua e sorella di Asia.

Verso di Esiodo su Europa

Ovidio, a sua volta, presenta la figura mitica della fanciulla Europa nelle Metamorfosi (II, 858) dove essa è figlia di Agenore, a sua volta figlio della ninfa Libia e di Poseidone. La più nota delle leggende circa l'identità di Europa è quella riportata da Omero nell'Iliade (XIV, 381 ss) dove la fanciulla viene descritta come figlia di uno dei figli di Agenore, Fenice.

Appartiene a questo nucleo mitologico anche la vicenda nota come il "ratto di Europa": la figlia del re dei fenici viene rapita da Zeus sotto le sembianze di un toro bianco che, portandola sulla groppa, attraversa il Mediterraneo per approdare all'isola di Creta, dove essi si congiungono. Dalla loro unione nascono Minosse, che fece costruire il famoso labirinto, nonchè Radamante e Sarpedone, che, una volta morti, diventavano tutti giudici, nel mondo dell'al-di-là. Si dice poi che Cadmo, fratello o zio (a seconda delle versioni) di Europa, abbia girovagato per Creta in ricerca della sorella e sia tornato indietro portando con sè le lettere dell'alfabeto, che, secondo la leggenda, fu appunto inventato dai fenici. L'episodio di rapimento di Europa ha ispirato numerosi artisti nel corso dei millenni. Entrando a far parte della mitologia greca le figure della fanciulla Europa e del Toro divino nella scena archetipica con le sue sfaccettature aperte a interpretazioni differenti sono state riprodotte dall'antichità greca sino ai giorni nostri.

                                                                

Tradizionalmente, si pensa che il mito di Europa faccia parte della faida fra greci e troiani. Alcuni mercanti fenici, infatti, erano colpevoli di aver rapito Io, figlia di Inaco, e di averla portata ad Argo in Egitto. Il ratto di Europa era quindi una forma di vendetta da parte dei greci. Questa versione storicamente razionalizzata del mito appare nelle Storie (I, 2) di Erodoto che attribuisce il ratto di Europa a "dotti persiani".

" I Persiani narrano che Io giunse in Egitto così, e non come sostengono i Greci, e che questo costituì l'inizio delle offese. Dicono pure che alcuni Greci, di cui non sono in grado di riferire il nome, approdati a Tiro in Fenicia rapirono la figlia del re, Europa - e questi potrebbero essere stati Cretesi. A questo punto la partita era pari, ma successivamente i Greci si resero responsabili della seconda offesa."

Se Europa è innanzitutto la fanciulla del mito, essa tende per stratificazione semantica a dividere un nome specialmente geografico. In epoca classica quindi Europa era conosciuta in termini geografici, distinta dai due continenti conosciuti, Africa e Asia. Nell'epica omerica, la parola Europa compare in un chiaro contesto geografico. Nell'inno ad Apollo, si parla di "quanti abitano il fertile Peloponneso e l'Europa e le isole circondate dal mare". In seguito, Erodoto (484-420) scrisse che i suoi contemporanei dividevano il mondo in tre parti: Europa, Asia e Libia (Africa). Europa, quindi, aveva già assunto diversi significati e denotava anche zone geografiche più o meno variabili. Così Erodoto, nelle Storie (I, lib. IV, cap.45), osserva:

"Nè io riesco a capire per quale ragione alla terra, che è una, si diano tre distinte denominazioni, presi da nomi di donna, e alle sue parti siano stati fissati, come confini, il Nilo, il fiume d'Egitto, e il Fasi, fiume della Colchide(...); nè si possono sapere i nomi di quelli che ne hanno determinato i limiti, nè donde ne abbiano tratto le denominazioni."

Leggere il mito

Ogni elemento del mito di Europa è importante per comprendere come quest'ultima abbia influenzato e continui ad influenzare, attraverso le sue immagini suggestive, le concezioni che gli europei hanno formato di se stessi. Questi elementi e la loro interazione hanno poi segnato le letture positive e negative della figura di Europa che ritroviamo nell'iconografia e nelle rappresentazioni della fanciulla rapita da Zeus.

Di fronte all'Asia

Innanzitutto, è importante notare che l'Europa è sempre definita in rapporto a qualcos'altro. Essa non è mai definita da se stessa. Nel passaggio dal mito vero e proprio alla denominazione geografica del continente, l'Europa continua a venir descritta come "sorella di Asia" (Esiodo) o "nipote di Libia" (Ovidio). Inoltre, secondo una versione dil mito, la fanciulla proviene dalla Fenicia, l'attuale Libano. A differenza dei altri due continenti descritti dalla mitologia greca, Africa e Asia, Europa non è un continente separato e autonomo quanto piuttosto una parte strappata all'Asia. I Greci, infatti, diedero il nome di Europei agli abitanti dell'estremità occidentale del continente asiatico. In più, i Greci presero la parola stessa "Europa" in prestito dai vicini ad Est. Nell'VIII secolo a. C., infatti, i greci riprendono una parola semitica che per i marinai fenici significava "ponente".

Il termine "Europa" veniva quindi utilizzato soprattutto dai geografi per disignare l'estremità occidentale del continente eurasiatico. In questo modo, furono essi a sollevare una questione che ancora oggi costituisce uno dei grandi problemi relativi alla definizione di Europa. Se a Nord, a Ovest e a Sud il mare costituisce la frontiera naturale del continente, qual è la frontiera a Est? Le steppe dell'attuale Russia, il paese degli Sciti nell'antichità, il Bosforo e gli altipiani, che separano l'Anatolia dalle valli dell'Eufrate e del Tigri, sono zone indefinite, in cui l'Europa emerge dall'Asia.

Il ratto: vendetta violenta e rapido muoversi verso l'avvenire

Proprio perchè ad Est non vi sono confini naturali che delimitano l'Europa, essa si è sempre pensata in rapporto con l'Asia. Così, il mito di Europa si inserisce nel complesso rapporto fra Oriente e Occidente. A segnalare come questa relazione sia spesso difficile, vi è poi il simbolo del ratto. Esso è portatore di un duplice simbolismo. Per un verso, il ratto è indice di tragica violenza: gli europei che, spingendosi nell'estremità del grande continente asiatico, hanno lasciato alle loro spalle le proprie provenienze sono destinati ad un futuro di decadenza se non di orrori e disgrazie. La violenza del ratto fa da eco anche alla "vendetta" con la quale, secondo Erodoto, la storia dell'Europa indichi come la nascita della civiltà cretese prima, e greca poi, fosse dovuta ad un originario atto di inganno e violenza, del quale sono protagonisti gli stessi Dei dell'Olimpo, le cui azioni si intrecciano con quelle di eroi leggendari: ratto d'Europa da parte di Zeus, l'uccisione del Minotauro da parte di Teseo, quale mitica celebrazione della fine della potenza marittima della Creta minoica a favore del neonato imperialismo militare e commerciale greco, soprattutto ateniese. Per altro verso, tuttavia, il ratto è anche indice di irruenza, impeto e passione. L'assalto è un moto rapido che simboleggia anche il modo in cui gli europei hanno pensato al "loro" tempo: un tempo dinamico opposto al tempo statico e impassibile di cui si presume sia pervaso l'Oriente.

La terra fertile amata da Zeus

Che la fanciulla Europa venga rapita proprio da Zeus in persona riprende l'idea per cui l'Europa sarebbe una terra "amata dagli Dei", una terra benedetta. Il riferimento va al clima temperato di cui gode l'Europa e che, sin dall'antica Grecia, non ha smesso di esercitare un richiamo forte sull'autorappresentazione degli europei. Molti si sono sforzati a collegare il clima temperato e la terra fertile, che non richiede l'irrigazione tipica delle estese pianure asiatiche, a caratteri umani di cui sarebbero dotati gli abitanti di questa terra mite. Fu Ippocrate, il mitico fondatore della medicina, il primo a teorizzare la superiorità dei greci sui popoli asiatici per motivi climatici:

"Un clima variabile produce una natura che si accompagna a modi fieri, impetuosi e discordanti, dacchè frequenti paure producono una disposizione mentale violenta mentre la quiete e la calma intorpidiscono lo spirito. In realtà, è proprio per questo motivo che gli abitanti d'Europa sono più coraggiosi di quelli di Asia. Le condizioni che cambiano poco conducono a modi indolenti; le variazioni brusche invece eccitano il corpo e la mente."

 

 
 
 

LA FIABA D'AMORE DI PSICHE

Post n°28 pubblicato il 28 Febbraio 2012 da susypoet
Foto di susypoet

La fiaba della crescita dell'anima

C'erano una volta un re ed una regina che avevano tre figlie.

Le due figlie maggiori erano d'aspetto gradevole, ma nulla più. La minore invece era di una bellezza a dir poco splendente, Psiche. Tutti anche fuori dai confini del paese, conoscevano l'infinita bellezza della fanciulla e molte persone la onoravano, Dea dei flutti. Alcuni addirittura dicevano che Psiche non fosse solo una manifestazione di Venere, ma fosse una Dea ella stessa, nata non dal mare, ma dalla terra.

Queste voci raggiunsero le orecchie della Dea che, adirata, desiderò vendicarsi sulla dolce fanciulla. Convocò quindi suo figlio, Amore, intimandogli di scoccare una freccia che trafiggesse il cuore dell'impertinente ragazza, s'innamorasse di un individuo orrendo e malvagio.

Ma Psiche e la sua famiglia non gioivano del dono di quella straordinaria bellezza, come Venere credeva. Infatti nessun uomo voleva sposare Psiche. Nessuno voleva teneramente amarla in quanto donna. Volevano solo venerarla come una Dea.

Psiche perciò era sola, convinta che il suo futuro sarebbe stato privo d'amore. I genitori della fanciulla decisero quindi di consultare l'Oracolo di Delfi, e la pitonessa pronunciò parole di sventura.

Psiche avrebbe dovuto essere condotta sulla cima di una rupe e lì abbandonata, in modo che un mostro serpentino potesse portarla con sè per farne la propria compagna. Tutta la famiglia rimase per giorni in preda all'angoscia, ma alla fine si dovette per forza adempiere al volere degli Dei. Così una triste processione accompagnò la giovane, vestita da sposa, verso il suo tetro fato.

Giunta sulla rupe Psiche venne abbandonata tra molti rimpianti lasciata sola a consumarsi di lacrime. Mentre si trovava paralizzata dalla paura, Psiche sentì d'improvviso spirare una brezza leggera, che delicatamente la sollevò in aria per condurla al di là della montagna, verso una valle segreta.

Qui Psiche si addentrò cautamente nel folto di un bosco e, presso una fonte cristallina, vide un palazzo meraviglioso. Abbagliata dallo splendore delle colonne d'oro e dei soffitti d'avorio, decise di entrare in quella che pareva la dimora di un qualche Dio. All'interno lo spettacolo non era da meno, ma tra tanta leggiadria quel che più la incantò fu che nessun quardiano sembrava far da sentinella a quelle ricchezze, mentre rifletteva su questo, udì delle voci incorporee e gentili invitarla ad accomodarsi e a richiedere ciò che più preferiva, spiegandole che tutto quello che vedeva apparteneva a lei. Così, riposata e rifocillata, giunse la sera e la bella fanciulla andò a dormire, non sapendo cosa l'oscurità le avrebbe portato. Nel silenzio della notte un uomo, che Psiche non riuscì a vedere, si accostò al suo letto e si unì a lei, facendone la prorpia sposa.

Al mattino la giovane si ritrovò nuovamente sola, con le voci come unica compagnia. Ciò si ripetè nello stesso modo per diverso tempo finchè una notte Psiche udì finalmente la voce melodiosa del suo compagno che l'avvertiva di un imminente pericolo.

Le due sorelle di Psiche la stavano infatti cercando, non potendo rassegnarsi alla sua perdita e certamente, prima o poi, l'avrebbero trovata. L'uomo misterioso intimò a Psiche di non rispondere mai agli appelli delle sorelle perchè altrimenti un grande dolore si sarebbe abbattuto sopra di loro e la loro vita insieme sarebbe finita per sempre.

Psiche non desiderava perdere quell'uomo che non vedeva ma al quale si era affezionata profondamente. Tuttavia l'idea di non poter più rivedere i suoi cari l'atterriva e la solitudine che provava durante il giorno le sembrava ora ancora più immensa.

La notte seguente pregò in lacrime il suo sposo di poter rivedere le sue sorelle. Egli, colto da pietà, le concesse di rivederle e di far loro dei doni preziosi. Nuovamente però le disse di stare molto attenta, di non prestare ascolto ai loro consigli. Loro avrebbero potuto tentarla a conoscere l'aspetto dell'amato. Se Psiche avesse compiuto un atto del genere la sventura si sarebbe abbattuta su di loro. Psiche promise che mai sarebbe avvenuta una cosa simile e così quando il giorno seguente le sorelle si recarono alla rupe misteriosa invocando Psiche ella rispose.

Le sorelle furono accompagnate alla reggia da Zefiro e, dopo la gioia iniziale, iniziarono ad individuare le fortune della loro sorella, cariche di doni, le due se ne tornarono a casa, ma da quel momento cominciarono a meditare vendetta. La sera il marito nuovamente intimò all'ingenua Psiche di non ascoltare i cupi consigli che certamente prima o poi le sue care avrebbero dispensato, poichè ora avrebbe dovuto badare non solo a loro amore, ma anche a quella creatura che nel suo grembo stava crescendo. Psiche ebbra di gioia per la liete notizia, iniziò a contare i giorni che lenti si succedevano, finchè una notte il suo sfuggente sposo la mise in guardia dalle macchinazioni delle due ingrate, che ormai da tempo stavano tramando di far cadere lei e il marito in disgrazia. Ma la giovane, tra mille singhiozzi, promise che mai avrebbe fatto qualcosa di male, e per questo domandò ancora una volta di rivedere le sorelle. Egli acconsentì, e così il giorno a venire le due si recarono di nuovo alla ricca dimora. In quella loro visita non si trattennero dal riferire alla sorella minore i loro pensieri malevoli, travestiti da buoni consigli, e l'ingenua ragazza cadde preda del dubbio e del timore. Le raccontarono, infatti, d'aver sentito che dietro al suo sposo affettuoso in realtà si celava una serpe mostruosa che avrebbe divorato sia lei che il bambino e che, per accettarsi della cosa avrebbe dovuto munirsi di lampada ad olio e di coltello, coi quali quella stessa notte avrebbe affrontato l'aspetto del consorte. E così fu. Calate le tenebre, la ragazza attese che lo sposo si addormentasse, per poi furtivamente scrutare il suo volto ed il suo corpo. Armata di quella piccola luce, e nell'altra mano del coltello, si trovò ad ammirare le forme perfette di Amore in persona, e ne rimase talmente abbagliata e sbigottita da lasciar cadere sulla spalla destra del Dio una goccia di olio bollente. Bruciato e tradito egli si levò dal giaciglio e si alzò in volo, abbandonando Psiche, la quale tentò di seguirlo aggrappandosi ad una delle sue gambe.

Ma durante il volo cadde a terra, e così si ritrovò sola a vagare in mezzo alla boscaglia. In preda al dolore, tentò di gettarsi nel fiume, ma esso la depose salva sulla riva, dove il Dio Pan si stava svagando con una Ninfa. Allora egli le disse d'avvicinarsi e, vedendola in pene d'amore, le consigliò di pregare il Dio Cupido, Amore stesso, per propiziarselo. Psiche non gli diede risposta, e proseguì il suo cammino, dopo aver lungamente camminato, giunse nella città dove governava il marito di una delle sue sorelle e, chiesta ospitalità, le raccontò l'accaduto. Le riferì inoltre, che Cupido l'aveva rinnegata perchè desideroso di sposare quell'altra sorella che ora le dava asilo. Così ingannata la donna maligna si precipitò subito alla rupe e, aspettandosi invano l'abbraccio di Zefiro, vi si getto trovando la morte. Nello stesso modo, trovò giustizia anche nei confronti dell'altra sorella. Dopo di che riprese a cercare il marito perduto, che nel frattempo si curava la ferita nascosto nella casa della divina madre.

Nel suo lungo e triste vagare Psiche un giorno trovò in cima ad un monte un tempio dedicato alla Dea Cerere e, vedendolo in disordine, prese a rassettarlo; La Dea, vedendola così diligente, accorse da lei per metterla in guardia dall'odio di Venere. Infatti, la bella madre di Amore, era venuta a conoscenza del loro matrimonio tramite un gabbiano, che le aveva anche riferito della ferita del figlio. Intimorita, Psiche domandò protezione alla Dea delle messi, ma costei le riferì di non poterla aiutare. Nello stesso modo, trovato poco dopo un tempio dedicato a Giunone e avendolo messo in ordine, domandò umilmente aiuto alla Dea, ma ne ricevette la medesima risposta. Nel contempo, Venere incaricò Mercurio di bandire una ricerca e, in cambio di sette suoi baci, pretese che le si portasse la giovane sposa di suo figlio. Non passò molto tempo, che Psiche venne condotta innanzi a lei. La Dea impose alla fanciulla una serie di prove, per vendicarsi di lei.

Come prima prova Venere disse a Psiche di separare un grande mucchio di semi di vario tipo, e di disporre ogni diversa semenza in un mucchio a parte. Lasciata sola Psiche, disperata, ricevette l'aiuto di alcune formiche che avevano assistito alla scena e, tempo di sera, i semi furono separati. Non contenta, Venere le impose una nuova sfida: avrebbe dovuto strappare un fiocco di lana dorata da una delle pecore che erano solite pascolare nei pressi di un fiume poco distante. Recatasi lungo le rive, una verde canna l'avvertì di non avvicinarsi al gregge prima di sera, poichè la calura del giorno incattiviva le bestie, che certamente l'avrebbero dilaniata. Perciò, le consigliò di attendere il calare del sole, e subito dopo di raccogliere i fiocchi di lana rimasti attaccati al fogliame del bosco circostante. Detto fatto Psiche portò quindi la lana dorata a Venere che, stizzita, le indicò un'ennesima prova: porgendole un vasetto di cristallo le ordinò di riempirlo con l'acqua della fonte che alimentava le paludi dello Stinge e le correnti di Cocito. Giunta sul posto, Psiche vide che molti draghi strisciavano fra le rocce appuntite e che risultava impossibile accedervi, perciò fu tentata di rinunciare, quando un'aquila, memore di un onore recatogli da Amore, le afferrò il vasetto e andò a riempirlo con le nere acque. Vedendo anche questa prova superata, Venere pensò a qualcosa di ancor più difficile e disse alla fanciulla che avrebbe dovuto recarsi negl'inferi per chiedere in prestito la bellezza di Proserpina. Dinanzi a tale sfida, Psiche si recò su una torre per gettarsi nel vuoto e morire. Ma la torre, impietosita da tanto dolore, prese a consigliarla su come avrebbe dovuto affrontare le prove del mondo sotterraneo.

Psiche avrebbe dovuto recarsi all'entrata dell'Ade che si trovava in una vicina città. Ivi giunta avrebbe varcato la soglia recando con sè due focacce al miele e due oboli nella bocca. Una focaccia l'avrebbe data a Cerbero, il guardiano mostruoso, mentre uno dei due oboli a caronte, colui che traghettava le anime dei defunti. La stessa cosa, l'avrebbe fatta al ritorno. Giunta da Proserpina, la torre l'intimò di non mangiare il cibo dei morti che le sarebbe stato offerto e anche di non accomodarsi per nessuna ragione su uno dei giacigli, bensì avrebbe mangiato solo un pò di pane comune seduta per terra. Ma soprattutto, mai e poi mai avrebbe dovuto aprire il vasetto contenente la bellezza dell'infera regina. Psiche immensamente grata alla torre, fece tutto quanto le era stato detto ma giunta infine sulla riva del ritorno venne tentata dal contenuto dell'anforetta e, aprendola con l'intenzione di rinfrescare un poco la propria avvenenza, fu colpita da un sonno profondo e mortale, pazientemente guarito, stanco d'attendere la sua amata, si recò da lei e, trovandola in simili condizioni, la ridestò. Poi la incitò a consegnare il vasetto alla Dea Venere, per terminare quell'ultima sfida.

Mentre la fanciulla si recava dalla Dea, egli andò a domandare giustizia a Giove esponendogli il proprio caso. Convinto dall'amore del giovane Dio, Giove accondiscese a donare la divinità a Psiche facendole sorseggiare un calice d'ambrosia e celebrando le nozze legittime nell'Olimpo, così, tra canti e danze, avendo superata ogni ostacolo, Psiche sposò Amore, e da loro nacque una splendida figlia chiamata Voluttà. 

 
 
 
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