AGGRESSIONI FISICHE E MORALI CONTRO LE DONNE Violenze sessiste tra le pareti domestiche Il 28 aprile scorso, il Consiglio d'Europa ha finalmente denunciato le aggressioni contro le donne, anche se si è limitato a presentare in merito una lista di raccomandazioni. Eppure, tra le pareti domestiche le peggiori umiliazioni e brutalità possono diventare la regola: ogni mese, sei donne muoiono in Francia in seguito a violenze coniugali. Prendendo il continente europeo nel suo insieme, una donna su quattro è vittima di brutalità fisiche o morali. di ELISABETH KULAKOWSKA * Violentate, uccise, picchiate, insultate, perché sono donne - e tanto basta. Anne, una figurina ancora sottile e graziosa, quarant'anni passati, racconta così il suo calvario: «Avevo vent'anni quando ho incontrato Jean-Paul, e mi sono innamorata di lui alla follia. Era bello, affascinante, intelligente, divertente. Era già sposato, aveva una bambina piccola. Quasi subito ho saputo che picchiava sua moglie. Ma mi sono detta che doveva essere colpa della donna, che non sapeva renderlo felice. Io invece sapevo amarlo. Poi, un giorno, il primo ceffone. Mi ha preso il panico, ma ancora una volta ho creduto che sarei riuscita a farlo ragionare». Le percosse sono continuate.Per cinque anni, periodi di quiete e di felicità si alternavano con i periodi in cui lui la picchiava. «Poteva capitare in qualsiasi momento. Di notte, mi prendeva a calci in pancia, spesso mi torceva il braccio dietro la schiena fino a slogarmi la clavicola».Dopo il matrimonio, la violenza è aumentata ancora. «Fino allora, avevo fatto solo lavoretti da poco. Ma il giorno in cui ho trovato un lavoro vero, da assistente fotografa, lui si è ingelosito. Dopo una crisi più violenta del solito, in cui mi ha picchiata senza riuscire a controllarsi, sono fuggita per mettermi al riparo... e sono tornata da lui una settimana dopo».Qualche tempo dopo Anne mette al mondo una bambina. Suo marito non aveva mai cessato di picchiarla, anzi aveva continuato anche quando era incinta. «Alla vigilia del parto mi ha obbligato a dormire su un pagliericcio dopo avermi picchiata, e quando sono tornata dopo il parto aveva fatto a pezzi la culla della piccina». Ci vorranno ancora due anni e mezzo perché ad Anne scatti qualcosa dentro. «Il giorno di Pasqua, insieme ad Alice, la mia piccina, avevo preparato delle uova dipinte, che avevamo appeso al soffitto della sua camera.In mia assenza, Jean-Paul ha devastato tutto. Quando sono tornata, mi ha detto: "Che altro hai fatto?" Quando Alice ha detto, con la sua vocina: "Ma non sei stata tu mamma, è stato papà", non lo ha sopportato e mi ha picchiato a morte. Quel giorno sono andata dai suoi genitori tutta coperta di sangue...» Anne prende coscienza della follia in cui è imprigionata. Lascia definitivamente il marito. «Mi ha fatto partire la presa di coscienza che quello che dicevo non era una bugia», ci assicura. Suo marito insegnava musica in un liceo. «Lo adoravano e lo stimavano tutti».Veniva da una famiglia borghese e colta, i suoi genitori sapevano di avere un figlio violento, ma non dicevano nulla. Anche Anne viene da una famiglia agiata, colta. Per dieci anni tutte le persone intorno a loro hanno chiuso gli occhi per non vedere.È una donna martoriata, quella che rompe il silenzio sulla violenza coniugale, il suo corpo reca ancora le tracce delle vecchie ferite che si risvegliano all'improvviso. Ma è anche una donna di 49 anni che osserva con lucidità questo ingranaggio della violenza in cui ha vissuto per ben dieci anni. «Bisogna farla finita con questo cliché della donna picchiata perché è fragile o al contrario perché provocante, o, peggio ancora, "perché ci prova gusto". Non c'è un profilo caratteristico, ma soltanto un ciclo infernale di violenza in cui bisogna rifiutare di entrare», spiega.Mai, neanche una sola volta, in tutti quegli anni, suo marito ha riconosciuto di averla picchiata. «Non sapevo più se ero impazzita, non sapevo più chi ero. Accettavo tutto perché non ero più me stessa.Quell'uomo era riuscito a fare di me una cosa, la sua cosa - e pensare che io, prima di conoscerlo, ero piuttosto ribelle, avevo un carattere deciso. Lentamente, tortuosamente, l'amore che provavo per lui passava solo per la violenza. Allora gli trovavo ogni scusa per ogni cosa, perché avevo bisogno di lui». Un'amica di Anne, che l'ascolta fin dall'inizio, aggiunge in un sussurro: «Ci si sente colpevoli di aver scelto un uomo che ci picchia, ci si sente infangate, annientate».Maguy Lavaux, che nel 1978 ha partecipato alla costituzione del Centro Flora Tristan, primo ricovero per le donne picchiate a Parigi, sottolinea anch'essa gli effetti devastanti che le violenze fisiche hanno sulla stima di sé. Ma osserva con un certo ottimismo che «le donne che arrivano da noi sono molto più giovani di un tempo. Questo vuol dire che si ribellano prima, che non aspettano più di essere state ferite, accoltellate o picchiate per anni per assumersi le proprie responsabilità e reagire. Sanno che la situazione non si risolverà stando semplicemente ad aspettare, sanno che il problema non sono loro, ma il marito».Vera Albaret, dirigente dell'associazione parigina Halte-aide aux femmes battues, conferma questa tendenza: «Venti anni fa, le donne aspettavano che i figli fossero grandi prima di andarsene. Poi le abbiamo viste venire con dei bambini piccoli, adesso accogliamo donne incinte, o donne senza figli. Hanno capito che picchiare la moglie era illegale, che non dovevano più vergognarsi, che potevano sottrarsi alla violenza». Ma per molte donne questa presa di coscienza è spesso molto dolorosa, e le parole rimangono bloccate dentro. Prendono la decisione di andare in un ricovero, ma all'ultimo momento cercano delle scappatoie, parlando di un'amica che avrebbe subito lei la violenza. Quei lividi, loro se li sono fatti cadendo... «È incredibile il numero di donne incinte che cadono dalle scale, quando abitano al piano terra», esclama Vera Albaret.Muriel ne sa qualcosa: stava alla reception in un salone di esposizione, ha dovuto cambiare attività, perché i lividi erano troppo visibili.«Il mio compagno è diventato violento quando gli ho detto che lo lasciavo. Mi minacciava con bottiglie di vino rotte, mi tirava per i capelli, veniva addirittura all'ingresso della scuola di nostro figlio per insultarmi davanti a tutti».Se molte donne sono inermi e spesso senza lavoro, la tragedia tocca tutte le categorie sociali, nessuna esclusa. Lo testimonia l'Inchiesta nazionale sulla violenza contro le donne in Francia (Enveff) (1), che è scoppiata come una piccola bomba allorché è stata pubblicata nel giugno 2001: una donna su dieci è vittima di violenze coniugale; ogni mese, muoiono di questa barbarie sei donne. «Le violenze coniugali sono una delle cause principali di morte per omicidio delle donne», sottolinea Maryse Jaspard, coordinatrice dell'Enveff. Più di un milione e mezzo sarebbero potenzialmente in pericolo fra le pareti domestiche.E aggiunge: «Le violenze psicologiche e verbali ripetute (insulti, ricatto affettivo...) sono distruttive quanto le aggressioni fisiche».A questa violenza nel quotidiano, perpetrata nell'intimità della vita di coppia, si aggiungono tutte le altre aggressioni fisiche e morali: una donna su cinque sarebbe stata vittima di pressioni o addirittura di violenze fisiche o verbali per strada, in metropolitana, negli autobus, nei luoghi pubblici. L'inchiesta Enveff indica che nel 2000 ben 50.000 donne fra i 20 e i 59 anni sono state vittime di stupro (2). Se si confronta questa cifra con quella della gendarmeria e della polizia, si deve concludere che viene denunciato solo il 5% degli stupri di donne maggiorenni.Come nel caso delle donne picchiate, tutte le associazioni di lotta contro lo stupro contestano l'idea che esista uno stereotipo della «donna violentata». Tuttavia, al telefono verde dell'associazione Viols femmes information, molte si sentono tenute a precisare: «Eppure avevo i pantaloni» o ancora «da quando mi hanno aggredita non metto più la gonna». Non esiste neppure uno status socio-economico che predisponga a essere vittima. L'età e l'aspetto non contano, il fattore principale di esposizione al rischio di aggressione sessuale è semplicemente l'appartenenza al sesso femminile.Un muro di silenzio Sul posto di lavoro, le «molestie morali e sessuali», chiaramente identificate grazie ai libri di Anne-Marie Hirigoyen (3) e ormai punite dalla legge continuano a essere un fenomeno diffuso, che coinvolge in particolar modo le donne. «Le vittime delle molestie morali sono profondamente devastate, perché in genere hanno dovuto sopportare per diversi anni situazioni estremamente degradanti», riferisce Sylvie Martin, avvocatessa a Poitiers.«All'epoca - specifica Maria incontrando il suo avvocato - facevo l'apprendista in un ristorante. Inizialmente, il padrone mi ha chiesto di mettermi vestiti più sexy, perché così mi mettevo in mostra. Poi, ha preso l'abitudine di strusciarsi contro di me ogni volta che mi incrociava, finché un giorno mi ha attirato in un angolo per palparmi tutta. Mi vergognavo ad accettarlo, ma mi sentivo come paralizzata dalla paura. Mi ha costretto a un rapporto orale». Per Sylvie Martin, «questo è un caso estremo, la vittima era molto giovane e si è sentita responsabile per quello che succedeva, perché aveva il sentimento di avere accettato». Ma gli esempi non mancano.Recentemente, un dirigente della Posta è stato smascherato per puro caso. Durante un'inchiesta sullo stalking nell'ufficio postale in cui lavorava, una delle impiegate è crollata. «Questo stalking non è niente, in confronto a quello che devo subire qui tutti i giorni» ha raccontato agli investigatori. «All'inizio erano battute sconce, se non ridevo mi dava della santarellina, per farsi sentire da tutti.Poi, manovrava le cose in modo da farmi andare a prendere dei pacchi in un retrobottega e da ritrovarsi solo con me». Lo ha denunciato.Come sempre gli autori delle violenze rispondono instancabili «quella donna delira, oppure è innamorata» assicura Sylvie Martin.Pur essendo cosciente da molto tempo di questa realtà multiforme, Maryse Jaspard ammette di essere stata comunque molto sorpresa dal muro del silenzio innalzato dalle donne che subivano queste violenze, soprattutto le ragazze di buona famiglia. «Due terzi delle donne che hanno dichiarato di aver subito violenza nella vita di coppia lo hanno detto per la prima volta durante l'inchiesta - sottolinea.Questo rapporto ha permesso di passare dal concetto di donna picchiata, riduttivo e denigratorio, a quello di donna vittima di violenza, che coinvolge tutte le donne».Da parte sua, Catherine Morbois, delegata regionale ai diritti delle donne e della parità, sottolinea il ruolo centrale dell'inchiesta nella mobilitazione dello stato contro questo fenomeno. «Nel 1989, quando sono arrivata alla delegazione dell'Ile-de-France, ho passato otto notti in una macchina della polizia per ottenere una cifra: il 60% degli interventi riguardavano violenze coniugali, cioè donne picchiate». Era una cifra ben nota alla polizia, che non era però mai stata rivelata. E le associazioni si sentivano sempre bloccate dalla richiesta di fornire «cifre attendibili» ogni volta che chiedevano alle autorità pubbliche un intervento preventivo di ampia portata.Per quanto riguarda i medici, troppo raramente rilevano i casi di violenze sessiste, e alcuni si sentono anche impotenti. «Devono circondarsi di tutto un dispositivo di associazioni, psichiatri o psicologi a cui poter inviare le vittime, e anche gli autori delle aggressioni», precisa Catherine Morbois. «Fra i medici generici della nostra rete, tutti dicono di incontrare almeno una volta al giorno un caso di violenza sessista» continua. La normativa in Francia (4), per quanto ancora imperfetta, ha subito un'evoluzione positiva.Ma i rapporti sociali sono ancora nella stragrande maggioranza «caratterizzati dal dominio del maschio sulla donna», ritiene la maggior parte delle persone impegnate in questa lotta. Nella vita economica come in quella politica e sociale, le donne rimangono escluse dagli incarichi di responsabilità. E in generale, la loro identità è ridotta al ruolo di madre, di «angelo del focolare» o di amante... Questa realtà di una società dominata dagli uomini spiega che la violenza è un fenomeno trasversale, diffuso in tutti gli strati della popolazione, a prescindere dal livello sociale o culturale.Secondo Wassyla Tamzali, avvocatessa algerina e responsabili per vent'anni del programma sulla condizione femminile dell'Unesco, resta ancora da fare un lungo lavoro per «identificare a poco a poco tutte le violenze quando sono ancora interiorizzate come un atto culturale.In questa lotta - continua questa femminista convinta - le donne sono spesso il peggior nemico di se stesse».Resta il fatto che comprendere le cause della violenza maschile è anche un mezzo per progredire verso l'eguaglianza. Alain Legrand, uno psicanalista che è responsabile di un consultorio per gli autori di violenze, rifiuta a sua volta di definire l'identikit dell'uomo violento. Il che non vuol dire che gli aggressori siano «gente qualunque», anche se li ritroviamo in tutte le categorie socio-professionali e in tutte le fasce d'età.«In una situazione conflittuale banale, l'uomo violento si sentirà rimesso completamente in discussione. È incapace di un giudizio articolato.Si sentirà minacciato per il fatto di non riuscire più a controllare l'altro, e colpirlo gli darà l'impressione di recuperare il controllo.In relazioni di questo tipo, l'altro non è un oggetto di desiderio, ma invece un oggetto di bisogno», spiega Legrand, quasi in risposta ad Anne. «L'uomo pensa di trovarsi in una lotta per la sopravvivenza: o io o lei», continua. Allo stesso tempo, «la maggior parte di questi uomini sono incapaci di vivere da soli, e non potendo vivere senza l'altro, sono pronti a tutto». E il discorso vale per tutti e due, come ha indicato con tanta chiarezza Anne. «La violenza comincia nel momento in cui ciascuno dei due viene costretto in un ruolo», assicura Wassyla Tamzali.
Post N° 266
AGGRESSIONI FISICHE E MORALI CONTRO LE DONNE Violenze sessiste tra le pareti domestiche Il 28 aprile scorso, il Consiglio d'Europa ha finalmente denunciato le aggressioni contro le donne, anche se si è limitato a presentare in merito una lista di raccomandazioni. Eppure, tra le pareti domestiche le peggiori umiliazioni e brutalità possono diventare la regola: ogni mese, sei donne muoiono in Francia in seguito a violenze coniugali. Prendendo il continente europeo nel suo insieme, una donna su quattro è vittima di brutalità fisiche o morali. di ELISABETH KULAKOWSKA * Violentate, uccise, picchiate, insultate, perché sono donne - e tanto basta. Anne, una figurina ancora sottile e graziosa, quarant'anni passati, racconta così il suo calvario: «Avevo vent'anni quando ho incontrato Jean-Paul, e mi sono innamorata di lui alla follia. Era bello, affascinante, intelligente, divertente. Era già sposato, aveva una bambina piccola. Quasi subito ho saputo che picchiava sua moglie. Ma mi sono detta che doveva essere colpa della donna, che non sapeva renderlo felice. Io invece sapevo amarlo. Poi, un giorno, il primo ceffone. Mi ha preso il panico, ma ancora una volta ho creduto che sarei riuscita a farlo ragionare». Le percosse sono continuate.Per cinque anni, periodi di quiete e di felicità si alternavano con i periodi in cui lui la picchiava. «Poteva capitare in qualsiasi momento. Di notte, mi prendeva a calci in pancia, spesso mi torceva il braccio dietro la schiena fino a slogarmi la clavicola».Dopo il matrimonio, la violenza è aumentata ancora. «Fino allora, avevo fatto solo lavoretti da poco. Ma il giorno in cui ho trovato un lavoro vero, da assistente fotografa, lui si è ingelosito. Dopo una crisi più violenta del solito, in cui mi ha picchiata senza riuscire a controllarsi, sono fuggita per mettermi al riparo... e sono tornata da lui una settimana dopo».Qualche tempo dopo Anne mette al mondo una bambina. Suo marito non aveva mai cessato di picchiarla, anzi aveva continuato anche quando era incinta. «Alla vigilia del parto mi ha obbligato a dormire su un pagliericcio dopo avermi picchiata, e quando sono tornata dopo il parto aveva fatto a pezzi la culla della piccina». Ci vorranno ancora due anni e mezzo perché ad Anne scatti qualcosa dentro. «Il giorno di Pasqua, insieme ad Alice, la mia piccina, avevo preparato delle uova dipinte, che avevamo appeso al soffitto della sua camera.In mia assenza, Jean-Paul ha devastato tutto. Quando sono tornata, mi ha detto: "Che altro hai fatto?" Quando Alice ha detto, con la sua vocina: "Ma non sei stata tu mamma, è stato papà", non lo ha sopportato e mi ha picchiato a morte. Quel giorno sono andata dai suoi genitori tutta coperta di sangue...» Anne prende coscienza della follia in cui è imprigionata. Lascia definitivamente il marito. «Mi ha fatto partire la presa di coscienza che quello che dicevo non era una bugia», ci assicura. Suo marito insegnava musica in un liceo. «Lo adoravano e lo stimavano tutti».Veniva da una famiglia borghese e colta, i suoi genitori sapevano di avere un figlio violento, ma non dicevano nulla. Anche Anne viene da una famiglia agiata, colta. Per dieci anni tutte le persone intorno a loro hanno chiuso gli occhi per non vedere.È una donna martoriata, quella che rompe il silenzio sulla violenza coniugale, il suo corpo reca ancora le tracce delle vecchie ferite che si risvegliano all'improvviso. Ma è anche una donna di 49 anni che osserva con lucidità questo ingranaggio della violenza in cui ha vissuto per ben dieci anni. «Bisogna farla finita con questo cliché della donna picchiata perché è fragile o al contrario perché provocante, o, peggio ancora, "perché ci prova gusto". Non c'è un profilo caratteristico, ma soltanto un ciclo infernale di violenza in cui bisogna rifiutare di entrare», spiega.Mai, neanche una sola volta, in tutti quegli anni, suo marito ha riconosciuto di averla picchiata. «Non sapevo più se ero impazzita, non sapevo più chi ero. Accettavo tutto perché non ero più me stessa.Quell'uomo era riuscito a fare di me una cosa, la sua cosa - e pensare che io, prima di conoscerlo, ero piuttosto ribelle, avevo un carattere deciso. Lentamente, tortuosamente, l'amore che provavo per lui passava solo per la violenza. Allora gli trovavo ogni scusa per ogni cosa, perché avevo bisogno di lui». Un'amica di Anne, che l'ascolta fin dall'inizio, aggiunge in un sussurro: «Ci si sente colpevoli di aver scelto un uomo che ci picchia, ci si sente infangate, annientate».Maguy Lavaux, che nel 1978 ha partecipato alla costituzione del Centro Flora Tristan, primo ricovero per le donne picchiate a Parigi, sottolinea anch'essa gli effetti devastanti che le violenze fisiche hanno sulla stima di sé. Ma osserva con un certo ottimismo che «le donne che arrivano da noi sono molto più giovani di un tempo. Questo vuol dire che si ribellano prima, che non aspettano più di essere state ferite, accoltellate o picchiate per anni per assumersi le proprie responsabilità e reagire. Sanno che la situazione non si risolverà stando semplicemente ad aspettare, sanno che il problema non sono loro, ma il marito».Vera Albaret, dirigente dell'associazione parigina Halte-aide aux femmes battues, conferma questa tendenza: «Venti anni fa, le donne aspettavano che i figli fossero grandi prima di andarsene. Poi le abbiamo viste venire con dei bambini piccoli, adesso accogliamo donne incinte, o donne senza figli. Hanno capito che picchiare la moglie era illegale, che non dovevano più vergognarsi, che potevano sottrarsi alla violenza». Ma per molte donne questa presa di coscienza è spesso molto dolorosa, e le parole rimangono bloccate dentro. Prendono la decisione di andare in un ricovero, ma all'ultimo momento cercano delle scappatoie, parlando di un'amica che avrebbe subito lei la violenza. Quei lividi, loro se li sono fatti cadendo... «È incredibile il numero di donne incinte che cadono dalle scale, quando abitano al piano terra», esclama Vera Albaret.Muriel ne sa qualcosa: stava alla reception in un salone di esposizione, ha dovuto cambiare attività, perché i lividi erano troppo visibili.«Il mio compagno è diventato violento quando gli ho detto che lo lasciavo. Mi minacciava con bottiglie di vino rotte, mi tirava per i capelli, veniva addirittura all'ingresso della scuola di nostro figlio per insultarmi davanti a tutti».Se molte donne sono inermi e spesso senza lavoro, la tragedia tocca tutte le categorie sociali, nessuna esclusa. Lo testimonia l'Inchiesta nazionale sulla violenza contro le donne in Francia (Enveff) (1), che è scoppiata come una piccola bomba allorché è stata pubblicata nel giugno 2001: una donna su dieci è vittima di violenze coniugale; ogni mese, muoiono di questa barbarie sei donne. «Le violenze coniugali sono una delle cause principali di morte per omicidio delle donne», sottolinea Maryse Jaspard, coordinatrice dell'Enveff. Più di un milione e mezzo sarebbero potenzialmente in pericolo fra le pareti domestiche.E aggiunge: «Le violenze psicologiche e verbali ripetute (insulti, ricatto affettivo...) sono distruttive quanto le aggressioni fisiche».A questa violenza nel quotidiano, perpetrata nell'intimità della vita di coppia, si aggiungono tutte le altre aggressioni fisiche e morali: una donna su cinque sarebbe stata vittima di pressioni o addirittura di violenze fisiche o verbali per strada, in metropolitana, negli autobus, nei luoghi pubblici. L'inchiesta Enveff indica che nel 2000 ben 50.000 donne fra i 20 e i 59 anni sono state vittime di stupro (2). Se si confronta questa cifra con quella della gendarmeria e della polizia, si deve concludere che viene denunciato solo il 5% degli stupri di donne maggiorenni.Come nel caso delle donne picchiate, tutte le associazioni di lotta contro lo stupro contestano l'idea che esista uno stereotipo della «donna violentata». Tuttavia, al telefono verde dell'associazione Viols femmes information, molte si sentono tenute a precisare: «Eppure avevo i pantaloni» o ancora «da quando mi hanno aggredita non metto più la gonna». Non esiste neppure uno status socio-economico che predisponga a essere vittima. L'età e l'aspetto non contano, il fattore principale di esposizione al rischio di aggressione sessuale è semplicemente l'appartenenza al sesso femminile.Un muro di silenzio Sul posto di lavoro, le «molestie morali e sessuali», chiaramente identificate grazie ai libri di Anne-Marie Hirigoyen (3) e ormai punite dalla legge continuano a essere un fenomeno diffuso, che coinvolge in particolar modo le donne. «Le vittime delle molestie morali sono profondamente devastate, perché in genere hanno dovuto sopportare per diversi anni situazioni estremamente degradanti», riferisce Sylvie Martin, avvocatessa a Poitiers.«All'epoca - specifica Maria incontrando il suo avvocato - facevo l'apprendista in un ristorante. Inizialmente, il padrone mi ha chiesto di mettermi vestiti più sexy, perché così mi mettevo in mostra. Poi, ha preso l'abitudine di strusciarsi contro di me ogni volta che mi incrociava, finché un giorno mi ha attirato in un angolo per palparmi tutta. Mi vergognavo ad accettarlo, ma mi sentivo come paralizzata dalla paura. Mi ha costretto a un rapporto orale». Per Sylvie Martin, «questo è un caso estremo, la vittima era molto giovane e si è sentita responsabile per quello che succedeva, perché aveva il sentimento di avere accettato». Ma gli esempi non mancano.Recentemente, un dirigente della Posta è stato smascherato per puro caso. Durante un'inchiesta sullo stalking nell'ufficio postale in cui lavorava, una delle impiegate è crollata. «Questo stalking non è niente, in confronto a quello che devo subire qui tutti i giorni» ha raccontato agli investigatori. «All'inizio erano battute sconce, se non ridevo mi dava della santarellina, per farsi sentire da tutti.Poi, manovrava le cose in modo da farmi andare a prendere dei pacchi in un retrobottega e da ritrovarsi solo con me». Lo ha denunciato.Come sempre gli autori delle violenze rispondono instancabili «quella donna delira, oppure è innamorata» assicura Sylvie Martin.Pur essendo cosciente da molto tempo di questa realtà multiforme, Maryse Jaspard ammette di essere stata comunque molto sorpresa dal muro del silenzio innalzato dalle donne che subivano queste violenze, soprattutto le ragazze di buona famiglia. «Due terzi delle donne che hanno dichiarato di aver subito violenza nella vita di coppia lo hanno detto per la prima volta durante l'inchiesta - sottolinea.Questo rapporto ha permesso di passare dal concetto di donna picchiata, riduttivo e denigratorio, a quello di donna vittima di violenza, che coinvolge tutte le donne».Da parte sua, Catherine Morbois, delegata regionale ai diritti delle donne e della parità, sottolinea il ruolo centrale dell'inchiesta nella mobilitazione dello stato contro questo fenomeno. «Nel 1989, quando sono arrivata alla delegazione dell'Ile-de-France, ho passato otto notti in una macchina della polizia per ottenere una cifra: il 60% degli interventi riguardavano violenze coniugali, cioè donne picchiate». Era una cifra ben nota alla polizia, che non era però mai stata rivelata. E le associazioni si sentivano sempre bloccate dalla richiesta di fornire «cifre attendibili» ogni volta che chiedevano alle autorità pubbliche un intervento preventivo di ampia portata.Per quanto riguarda i medici, troppo raramente rilevano i casi di violenze sessiste, e alcuni si sentono anche impotenti. «Devono circondarsi di tutto un dispositivo di associazioni, psichiatri o psicologi a cui poter inviare le vittime, e anche gli autori delle aggressioni», precisa Catherine Morbois. «Fra i medici generici della nostra rete, tutti dicono di incontrare almeno una volta al giorno un caso di violenza sessista» continua. La normativa in Francia (4), per quanto ancora imperfetta, ha subito un'evoluzione positiva.Ma i rapporti sociali sono ancora nella stragrande maggioranza «caratterizzati dal dominio del maschio sulla donna», ritiene la maggior parte delle persone impegnate in questa lotta. Nella vita economica come in quella politica e sociale, le donne rimangono escluse dagli incarichi di responsabilità. E in generale, la loro identità è ridotta al ruolo di madre, di «angelo del focolare» o di amante... Questa realtà di una società dominata dagli uomini spiega che la violenza è un fenomeno trasversale, diffuso in tutti gli strati della popolazione, a prescindere dal livello sociale o culturale.Secondo Wassyla Tamzali, avvocatessa algerina e responsabili per vent'anni del programma sulla condizione femminile dell'Unesco, resta ancora da fare un lungo lavoro per «identificare a poco a poco tutte le violenze quando sono ancora interiorizzate come un atto culturale.In questa lotta - continua questa femminista convinta - le donne sono spesso il peggior nemico di se stesse».Resta il fatto che comprendere le cause della violenza maschile è anche un mezzo per progredire verso l'eguaglianza. Alain Legrand, uno psicanalista che è responsabile di un consultorio per gli autori di violenze, rifiuta a sua volta di definire l'identikit dell'uomo violento. Il che non vuol dire che gli aggressori siano «gente qualunque», anche se li ritroviamo in tutte le categorie socio-professionali e in tutte le fasce d'età.«In una situazione conflittuale banale, l'uomo violento si sentirà rimesso completamente in discussione. È incapace di un giudizio articolato.Si sentirà minacciato per il fatto di non riuscire più a controllare l'altro, e colpirlo gli darà l'impressione di recuperare il controllo.In relazioni di questo tipo, l'altro non è un oggetto di desiderio, ma invece un oggetto di bisogno», spiega Legrand, quasi in risposta ad Anne. «L'uomo pensa di trovarsi in una lotta per la sopravvivenza: o io o lei», continua. Allo stesso tempo, «la maggior parte di questi uomini sono incapaci di vivere da soli, e non potendo vivere senza l'altro, sono pronti a tutto». E il discorso vale per tutti e due, come ha indicato con tanta chiarezza Anne. «La violenza comincia nel momento in cui ciascuno dei due viene costretto in un ruolo», assicura Wassyla Tamzali.