Brasile - 05.3.2004Storia di BeteLa storia di Bete, una donna che ha trovato il coraggio di farcelaCasas das Meninas Teofilo Otoni, Brasile. Il sole sta calando tingendo di fuoco la terra rossa delle colline. Qui in Brasile anche i tramonti sono violenti. Gli ultimi raggi penetrano di sbieco dalla porta del soggiorno e paiono voler sottolineare altre lingue di fuoco: quelle delle frasi dette da Bete. Il suo racconto. La sua vita.Attorno, in silenzio ci sono altre quattro donne. Ognuna di loro ha già raccontato la sua storia. Una piangeva, ancora. Nonostante il tanto tempo ormai passato. Sono storie uguali e diverse. Sono storie piene di dolore e dignità. Sono storie di ex-prostitute che hanno potuto uscire dal pozzo nero, quello delle case, dell’alcool, dei clienti. Facevano parte delle nuove schiave, cento anni dopo l’abolizione della schiavitù in Brasile. Ora sono libere perché hanno saputo ritrovare la libertà che avevano dentro.Bete è l’ultima a raccontare. Quarant’anni. Meticcia. Non molto alta. Occhi vivissimi e frasi modulate con arte. La lingua portoghese canta da sola, ma lei sa conferire al suo racconto tutti gli accenti e le sfumature giuste, quelle che toccano il cuore anche se non si conosce molto bene il portoghese.Figlia di contadini. All’età di quattro anni le muore il padre. Al ritorno dal funerale la madre con i numerosi figli trova la casa chiusa e la polizia che vieta loro l’accesso. “Le donne non sanno lavorare la terra”, urlano e cacciano via mamma e bambini. Così, mentre la madre trova rifugio dal padre - ma solo per dormire - Bete rimane in campagna.Dai quattro agli otto anni lavora nei campi, per conto di padroni. Poi raggiunge la madre in città. La ritrova alcolizzata ed è costretta a rimboccarsi le maniche per aiutare tutta la famiglia.Per vivere lavora come domestica fino a dodici anni. Poi l’inferno. Violentata più volte dal cognato, cerca di andare avanti, stringe i denti, lavorando e soffrendo in silenzio.Poi un’amica le parla della Casa: lì potrà guadagnare bene, avere abiti e scarpe, non soffrire più la fame. Bete è giovanissima, ingenua, spaventata e tanto stanca di quella vita senza vie d’uscita. E accetta. Rimane subito incinta. Dopo solo sedici giorni dal parto è costretta a riprendere il lavoro con il divieto di allattare la bimba per non sformare i seni. La piccola muore quando ha appena un mese, per disidratazione.Un altro shock, l’ennesimo. Bete rimane letteralmente terrorizzata dalla gravidanza. Un’amica le propone un rimedio: una medicina da prendere una volta al giorno. E’ un anticoncezionale ma Bete allora non lo sapeva.La sua vita in zona continua per una decina d’anni. Le prostitute sono proprietà della meretrice. Non possono uscire. Stanno con i clienti dalle otto di sera alle sei del mattino. Devono bere quantità di whisky e Campari. La maggior parte delle ragazze diventa alcolista.La Casa è aperta tutti i giorni dell’anno salvo il venerdì santo. Si lavora sempre, in qualunque condizione fisica, anche se si è ammalate. Non c’è tregua. Mai.Poi, per Bete, la luce. L’incontro con Graciela e Suor Zoé. Due donne eccezionali che hanno dedicato e dedicano la propria vita alle donne della zona ed ai bambini di strada.Sono trascorsi quasi vent’anni. Ora Bete lavora nella Creche di Teofilo Otoni — istituzione nata vent’anni fa su iniziativa di Suor Zoé e Graciela — e vive in una delle dieci casette sorte sulla cima di una collina. Ha una figlia, ormai grande. Accanto vivono la madre, il fratello e una nipote.La madre non beve più. Ha sessantadue anni ma ne dimostra ottanta. Bete è fiera di cavarsela da sé, senza un uomo. E’ amata e rispettata. Per tutti è tia Bete.Il suo racconto si fa via via più accalorato. Con Zoé e Graciela ricordano i tempi del Movimento della Donna Emarginata, delle lotte per i Sem terra, delle riunioni in seno al PT (Partito dei Lavoratori), allora agli albori.Ricordano quel memorabile Venerdì santo — agli inizi — quando organizzarono una via crucis molto particolare: ogni Casa una stazione della Passione di Cristo. Un corteo di prostitute, con Zoé e Graciela in testa. Una processione che all’interno di ogni Casa pregava davanti all’immagine della Madonna con Gesù appesa tra fotografie di donne nude.Il sole ormai è calato. E’ notte. E Bete conclude: “Per me il passato è passato. Ora vivo il presente e sono felice”. Poi si alza in piedi e grida “EU HEI VINTO!”.Valeria Erba
Post N° 128
Brasile - 05.3.2004Storia di BeteLa storia di Bete, una donna che ha trovato il coraggio di farcelaCasas das Meninas Teofilo Otoni, Brasile. Il sole sta calando tingendo di fuoco la terra rossa delle colline. Qui in Brasile anche i tramonti sono violenti. Gli ultimi raggi penetrano di sbieco dalla porta del soggiorno e paiono voler sottolineare altre lingue di fuoco: quelle delle frasi dette da Bete. Il suo racconto. La sua vita.Attorno, in silenzio ci sono altre quattro donne. Ognuna di loro ha già raccontato la sua storia. Una piangeva, ancora. Nonostante il tanto tempo ormai passato. Sono storie uguali e diverse. Sono storie piene di dolore e dignità. Sono storie di ex-prostitute che hanno potuto uscire dal pozzo nero, quello delle case, dell’alcool, dei clienti. Facevano parte delle nuove schiave, cento anni dopo l’abolizione della schiavitù in Brasile. Ora sono libere perché hanno saputo ritrovare la libertà che avevano dentro.Bete è l’ultima a raccontare. Quarant’anni. Meticcia. Non molto alta. Occhi vivissimi e frasi modulate con arte. La lingua portoghese canta da sola, ma lei sa conferire al suo racconto tutti gli accenti e le sfumature giuste, quelle che toccano il cuore anche se non si conosce molto bene il portoghese.Figlia di contadini. All’età di quattro anni le muore il padre. Al ritorno dal funerale la madre con i numerosi figli trova la casa chiusa e la polizia che vieta loro l’accesso. “Le donne non sanno lavorare la terra”, urlano e cacciano via mamma e bambini. Così, mentre la madre trova rifugio dal padre - ma solo per dormire - Bete rimane in campagna.Dai quattro agli otto anni lavora nei campi, per conto di padroni. Poi raggiunge la madre in città. La ritrova alcolizzata ed è costretta a rimboccarsi le maniche per aiutare tutta la famiglia.Per vivere lavora come domestica fino a dodici anni. Poi l’inferno. Violentata più volte dal cognato, cerca di andare avanti, stringe i denti, lavorando e soffrendo in silenzio.Poi un’amica le parla della Casa: lì potrà guadagnare bene, avere abiti e scarpe, non soffrire più la fame. Bete è giovanissima, ingenua, spaventata e tanto stanca di quella vita senza vie d’uscita. E accetta. Rimane subito incinta. Dopo solo sedici giorni dal parto è costretta a riprendere il lavoro con il divieto di allattare la bimba per non sformare i seni. La piccola muore quando ha appena un mese, per disidratazione.Un altro shock, l’ennesimo. Bete rimane letteralmente terrorizzata dalla gravidanza. Un’amica le propone un rimedio: una medicina da prendere una volta al giorno. E’ un anticoncezionale ma Bete allora non lo sapeva.La sua vita in zona continua per una decina d’anni. Le prostitute sono proprietà della meretrice. Non possono uscire. Stanno con i clienti dalle otto di sera alle sei del mattino. Devono bere quantità di whisky e Campari. La maggior parte delle ragazze diventa alcolista.La Casa è aperta tutti i giorni dell’anno salvo il venerdì santo. Si lavora sempre, in qualunque condizione fisica, anche se si è ammalate. Non c’è tregua. Mai.Poi, per Bete, la luce. L’incontro con Graciela e Suor Zoé. Due donne eccezionali che hanno dedicato e dedicano la propria vita alle donne della zona ed ai bambini di strada.Sono trascorsi quasi vent’anni. Ora Bete lavora nella Creche di Teofilo Otoni — istituzione nata vent’anni fa su iniziativa di Suor Zoé e Graciela — e vive in una delle dieci casette sorte sulla cima di una collina. Ha una figlia, ormai grande. Accanto vivono la madre, il fratello e una nipote.La madre non beve più. Ha sessantadue anni ma ne dimostra ottanta. Bete è fiera di cavarsela da sé, senza un uomo. E’ amata e rispettata. Per tutti è tia Bete.Il suo racconto si fa via via più accalorato. Con Zoé e Graciela ricordano i tempi del Movimento della Donna Emarginata, delle lotte per i Sem terra, delle riunioni in seno al PT (Partito dei Lavoratori), allora agli albori.Ricordano quel memorabile Venerdì santo — agli inizi — quando organizzarono una via crucis molto particolare: ogni Casa una stazione della Passione di Cristo. Un corteo di prostitute, con Zoé e Graciela in testa. Una processione che all’interno di ogni Casa pregava davanti all’immagine della Madonna con Gesù appesa tra fotografie di donne nude.Il sole ormai è calato. E’ notte. E Bete conclude: “Per me il passato è passato. Ora vivo il presente e sono felice”. Poi si alza in piedi e grida “EU HEI VINTO!”.Valeria Erba