Streghe fate e...

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 La cura dei disturbi e delle malattie, delle ferite del corpo e dell'anima attraverso le proprietà delle erbe è sempre stata una prerogativa di sacerdoti e stregoni, ma anche di contadini e pastori che sapevano preparare favolosi decotti ed infusioni. Nel corso del Medio Evo l'uso curativo delle erbe acquista una sorta di ufficializzazione da parte dei monasteri. Le 16 piante officinali spontanee che bisognava coltivare erano: assenzio, crescione, finocchio, malva, fienogreco, giglio, ligustro, lunaria selvatica, melone, menta, pulegro, ruta, salvia, tanaceto, santoreggia e rosmarino. La notte di San Giovanni era indicata dai monaci come la più adatta per la raccolta delle erbe, ma per streghe e maghi era la notte dei falò: le erbe ed i veleni bruciati diventavano l'ingrediente ideale per pozioni magiche ed incantesimi. Nell'ambito popolare la raccolta delle erbe era affidata prevalentemente alle donne, alcune delle quali hanno lasciato testimonianze significative sull'uso di particolari prodotti che sopravvive ancora oggi. A Triora ad esempio, il semprevivo dei tetti è considerato un parafulmine magico e l'olio del cacciadiavoli, o erba di San Giovanni, è usato per cicatrizzare le ferite. Tra le pozioni magiche più efficaci c'erano quelle a base di malva, con funzioni antinfiammatorie, di borragine per le vie respiratorie e altre di ginepro, lavanda e ortica. Nel corso dei processi per stregoneria del 1587 anche l'Inquisizione fece ricorso alle proprietà delle erbe per preparare due potenti sedativi: la belladonna e il giusquiano agivano infatti sul sistema nervoso con effetti inibitori, costringendo le imputate a confessare anche ciò che non avrebbero voluto.