Giorni addietro mi è capitato di conversare con alcuni conoscenti di una certa età ed essendo scivolato il discorso sulla politica mi hanno confessato che di essa non si sono mai interessati, ne ignorano i principi ed anche le basi e i fini dei partiti politici;tuttavia aggiungevano che se ne vergognano e facevano proponimenti di porre rimedio a questa mancanza verso la società.La consapevolezza che l’ignoranza politica è una mancanza verso la società costituisce di per se stessa un indice di maturità e rappresenta un primo passo per conquistare gli strumenti culturali necessari ad ogni cittadino che desidera vivere come soggetto attivo e partecipe, anziché come relitto in balia di tutte le correnti. Resta da chiedersi come mai tante persone si tengano al di fuori da ogni partecipazione ad attività politiche e ne ignorino gli elementi essenziali, arrivando persino a vantarsi del fatto di essere all’oscuro di tutto ciò che riguarda appunto la politica.Una prima ragione di ciò,probabilmente, dipende dalla confusione che spesso sifa tra attività politica ed attività partitica.La vita di partito non è che uno dei tanti modi attraverso i quali un cittadino può fare politica ma nell’attuale momento storico del paese è riuscita a prevaricare quasi tutti gli altri e a diffondere su di essi il proprio discredito. In realtà un cittadino può fare politica partecipando ad attività sindacali,ai consigli di quartiere,alla vita culturale,ai gruppi spontanei,ai consigli scolastici o anche solo svolgendo il proprio ruolo di genitore o il proprio lavoro professionale.La politica,infatti,non è una attività specifica,ma èun modo di svolgere tutte le nostre attività. Così, ad esempio, un professore che insegna la storia facendo capire ai propri allievi le connessioni che esistono tra le vicende del passato e quelle attuali per chiarire con essi quali errori non bisogna ripetere al fine di salvaguardare le libertà civili,è un professore che insegna e,nello stesso tempo,fa politica. Un medico che tratta il malato come un proprio simile e che si batte con lui per superare lo stato di delinquenziale abbandono in cui versa l’assistenza sanitaria,è un medico che fa politica.Far politica, in altri termini, significa svolgere determinate attività in linea con le idee sociali che,a parere di chi opera,sono in grado di assicurare il maggiore sviluppo civile alla collettività. Questo vuol dire che ognuno di noi “fa politica” molto più spesso di quanto creda e che fa politica sia quando spinge verso una società più moderna, che quando tira verso una società più retrograda;sia quando si batte per conservare i privilegi ai potenti,sia quando si batte per il riscatto degli emarginati.Chi ha il potere lotta per conservarlo;chi ne è privo lotta per conquistarlo.Perciò la politica orientata in senso statico privilegia, per definizione,l’equilibrio sociale,il senso dell’ordine e il rispetto per l’autorità costituita. La politica orientata in senso dinamico, invece, propende per il mutamento sociale, per la ridistribuzione del potere, per la gestione del lavoro da parte dei lavoratori, per le riforme e, in alcuni casi per la rivoluzione.Noi facciamo politica tutte le volte in cui ci battiamo(con la parola, con l’esempio, con il voto,ecc.)per idee orientate alla fossilizzazione delle situazioni di potere;facciamo politica progressista, al contrario,tutte le volte in cui ci battiamo per idee orientate a una più giusta distribuzione della capacità di influenzare la vita pubblica, o anche soltanto per la conquista di riforme e di diritti civili. Stando così le cose, è evidente che non ci sono alternative:o si opera a favore della conservazione o si opera a favore del progresso.Coloro che si astengono dall’impegno e si vantano di essere al di fuori della mischia,in realtà contribuiscono a lasciare le cose come stanno:ossia ,sia pure indirettamente,fanno politica nel senso statico. Il modo con cui portiamo avanti,più o meno attivamente,la nostra quotidiana battaglia politica,ci riporta al secondo punto del problema. Noi possiamo impegnarci individualmente,attraverso una azione solitaria che ci lascia moralmente soddisfatti,ma che finisce sempre col risultare poco efficace;oppure possiamo coordinare i nostri sforzi con quelli di altri cittadini che la pensano come noi. Nel secondo caso, l’azione politica acquista un valore sociale di gran lunga più profondo e ottiene risultati molto più efficaci ma richiede nei singoli componenti dei gruppi maggiore capacità di lavoro collettivo e solidarietà più convinta.Naturalmente i gruppi politici in cui possiamo portare il nostro contributo di tecnici,di professionisti, di operai,di agricoltori, e via dicendo,sono i più svariati:i sindacati hanno bisogno del nostro contributo di esperienza per migliorare la condizione dei lavoratori sul lavoro;i consigli di quartiere ne hanno bisogno per migliorare l’organizzazione urbana e per vitalizzare i rapporti sociali della comunità;la scuola ne ha bisogno per offrire ai giovani un ambiente più democratico e più interdisciplinare;i partiti ne hanno bisogno per recuperare la loro funzione di tutela e di stimolo degli interessi politici dei militanti. Se questi e tutti gli altri gruppi intermedi che esistono nella nostra società funzionassero bene, automaticamente lo strapotere delle cosche, abituate a gestire la cosa pubblica come se fosse un fondo privato,verrebbe intaccato e controllato dai cittadini.Queste cosche poiché basano la propria egemonia sulla divisione e sul disimpegno politico dei cittadini,hanno tutto l’interesse a scoraggiare la loro partecipazione alle attività collettive e a screditare i partiti che ,in tal modo,restano da trent’anni monopolio delle stesse persone e strumenti delle stesse operazioni clientelari. Tutti i cittadini sono ormai d’accordo sullo stato penoso in cui è ridotta la nostra vita pubblica,ma quelli disposti a sacrificare un film o una partita di calcio o due ore di straordinario per contribuire seriamente all’organizzazione politica della propria comunità sono pochi e non sempre i migliori. Per tacitare la nostra coscienza civica, ci siamo creati l’alibi che la politica “è una cosa sporca” e così, a furia di snobbarla,è diventata sporca davvero.Guido Leone
La politica è una cosa sporca?a furia di snobbarla è diventata sporca davvero
Giorni addietro mi è capitato di conversare con alcuni conoscenti di una certa età ed essendo scivolato il discorso sulla politica mi hanno confessato che di essa non si sono mai interessati, ne ignorano i principi ed anche le basi e i fini dei partiti politici;tuttavia aggiungevano che se ne vergognano e facevano proponimenti di porre rimedio a questa mancanza verso la società.La consapevolezza che l’ignoranza politica è una mancanza verso la società costituisce di per se stessa un indice di maturità e rappresenta un primo passo per conquistare gli strumenti culturali necessari ad ogni cittadino che desidera vivere come soggetto attivo e partecipe, anziché come relitto in balia di tutte le correnti. Resta da chiedersi come mai tante persone si tengano al di fuori da ogni partecipazione ad attività politiche e ne ignorino gli elementi essenziali, arrivando persino a vantarsi del fatto di essere all’oscuro di tutto ciò che riguarda appunto la politica.Una prima ragione di ciò,probabilmente, dipende dalla confusione che spesso sifa tra attività politica ed attività partitica.La vita di partito non è che uno dei tanti modi attraverso i quali un cittadino può fare politica ma nell’attuale momento storico del paese è riuscita a prevaricare quasi tutti gli altri e a diffondere su di essi il proprio discredito. In realtà un cittadino può fare politica partecipando ad attività sindacali,ai consigli di quartiere,alla vita culturale,ai gruppi spontanei,ai consigli scolastici o anche solo svolgendo il proprio ruolo di genitore o il proprio lavoro professionale.La politica,infatti,non è una attività specifica,ma èun modo di svolgere tutte le nostre attività. Così, ad esempio, un professore che insegna la storia facendo capire ai propri allievi le connessioni che esistono tra le vicende del passato e quelle attuali per chiarire con essi quali errori non bisogna ripetere al fine di salvaguardare le libertà civili,è un professore che insegna e,nello stesso tempo,fa politica. Un medico che tratta il malato come un proprio simile e che si batte con lui per superare lo stato di delinquenziale abbandono in cui versa l’assistenza sanitaria,è un medico che fa politica.Far politica, in altri termini, significa svolgere determinate attività in linea con le idee sociali che,a parere di chi opera,sono in grado di assicurare il maggiore sviluppo civile alla collettività. Questo vuol dire che ognuno di noi “fa politica” molto più spesso di quanto creda e che fa politica sia quando spinge verso una società più moderna, che quando tira verso una società più retrograda;sia quando si batte per conservare i privilegi ai potenti,sia quando si batte per il riscatto degli emarginati.Chi ha il potere lotta per conservarlo;chi ne è privo lotta per conquistarlo.Perciò la politica orientata in senso statico privilegia, per definizione,l’equilibrio sociale,il senso dell’ordine e il rispetto per l’autorità costituita. La politica orientata in senso dinamico, invece, propende per il mutamento sociale, per la ridistribuzione del potere, per la gestione del lavoro da parte dei lavoratori, per le riforme e, in alcuni casi per la rivoluzione.Noi facciamo politica tutte le volte in cui ci battiamo(con la parola, con l’esempio, con il voto,ecc.)per idee orientate alla fossilizzazione delle situazioni di potere;facciamo politica progressista, al contrario,tutte le volte in cui ci battiamo per idee orientate a una più giusta distribuzione della capacità di influenzare la vita pubblica, o anche soltanto per la conquista di riforme e di diritti civili. Stando così le cose, è evidente che non ci sono alternative:o si opera a favore della conservazione o si opera a favore del progresso.Coloro che si astengono dall’impegno e si vantano di essere al di fuori della mischia,in realtà contribuiscono a lasciare le cose come stanno:ossia ,sia pure indirettamente,fanno politica nel senso statico. Il modo con cui portiamo avanti,più o meno attivamente,la nostra quotidiana battaglia politica,ci riporta al secondo punto del problema. Noi possiamo impegnarci individualmente,attraverso una azione solitaria che ci lascia moralmente soddisfatti,ma che finisce sempre col risultare poco efficace;oppure possiamo coordinare i nostri sforzi con quelli di altri cittadini che la pensano come noi. Nel secondo caso, l’azione politica acquista un valore sociale di gran lunga più profondo e ottiene risultati molto più efficaci ma richiede nei singoli componenti dei gruppi maggiore capacità di lavoro collettivo e solidarietà più convinta.Naturalmente i gruppi politici in cui possiamo portare il nostro contributo di tecnici,di professionisti, di operai,di agricoltori, e via dicendo,sono i più svariati:i sindacati hanno bisogno del nostro contributo di esperienza per migliorare la condizione dei lavoratori sul lavoro;i consigli di quartiere ne hanno bisogno per migliorare l’organizzazione urbana e per vitalizzare i rapporti sociali della comunità;la scuola ne ha bisogno per offrire ai giovani un ambiente più democratico e più interdisciplinare;i partiti ne hanno bisogno per recuperare la loro funzione di tutela e di stimolo degli interessi politici dei militanti. Se questi e tutti gli altri gruppi intermedi che esistono nella nostra società funzionassero bene, automaticamente lo strapotere delle cosche, abituate a gestire la cosa pubblica come se fosse un fondo privato,verrebbe intaccato e controllato dai cittadini.Queste cosche poiché basano la propria egemonia sulla divisione e sul disimpegno politico dei cittadini,hanno tutto l’interesse a scoraggiare la loro partecipazione alle attività collettive e a screditare i partiti che ,in tal modo,restano da trent’anni monopolio delle stesse persone e strumenti delle stesse operazioni clientelari. Tutti i cittadini sono ormai d’accordo sullo stato penoso in cui è ridotta la nostra vita pubblica,ma quelli disposti a sacrificare un film o una partita di calcio o due ore di straordinario per contribuire seriamente all’organizzazione politica della propria comunità sono pochi e non sempre i migliori. Per tacitare la nostra coscienza civica, ci siamo creati l’alibi che la politica “è una cosa sporca” e così, a furia di snobbarla,è diventata sporca davvero.Guido Leone