(Vecchio quartiere di Nyborder, Copenhagen)L’ho vista che si aggirava sicura fra i vicoli del porto come una prostituta navigata e la faccia pulita di una donna di casa. Non ho potuto fare a meno di seguirla mentre la guardavo avvicinarsi al mare. L’ho abbordata sul parapetto mentre la pioggia le batteva sul viso, la cuffia, il mantello, le scarpe inadatte. Respirava la salsedine, gustandola come un bicchiere di vino del sud, come se fossero i suoi ultimi respiri prima di infrangersi sugli scogli con tutto il peso della sua mestizia. "Cosa fai qui tutta sola" le ho chiesto "Cerco le promesse che mi hanno fatto tempo fa, quelle che si sono perse in questa città grigia e spettrale". Mi ha risposto con un tono misto di rabbia e rassegnazione. Lo conosco quel tono, è quello delle beste in gabbia, è il mio quando sono da troppo tempo a terra e ho voglia di navigare, o quando sono da troppo tempo in mare e voglio approdare su qualcosa che non galleggi sull’acqua e ho voglia di una donna morbida e calda che mi stordisca le cicatrici del cuore. "Vieni con me" le ho detto "Non faccio mai promesse ma riconosco la mia stessa fame e la mia stessa sete" L’ho portata nella mia vecchia stanza che affaccia sul porto, con le pareti scrostate e le travi tarlate. Potrei dire che l’ho presa sul letto umido, ma non so effettivamente chi ha preso l’altro. Non ricordo mani così inesperte e tenere sul mio petto, baci così timidi trasformarsi in fuoco, biancheria così eccitante nella sua contrastante castità. Ora ci vediamo spesso e un giorno che non c’ero ha sistemato la camera, ha preparato il letto con le sue lenzuola, ha acceso il fuoco, mi ha lasciato una zuppa di carne cotta nella birra ed una pagnotta di pane fragrante…Ed anche se lei non mi chiede mai quando ci sarò, ho capito per la prima volta nella mia vita cosa significa tornare a casa.