Fiom Berco

Cometa


Nonostante la crisi Articolo di Gianni Ferrante Rassegna sindacale n.17 del 6 maggio 2009 E’ opinione abbastanza unanime che la previdenza complementare abbia retto ai colpi della pesante crisi finanziaria internazionale. Resta comunque un forte senso d’incertezza visto che il fenomeno non può dirsi esaurito e i suoi effetti sono ancora per certi versi oscuri; un senso di preoccupazione che provoca anche qualche raro sintomo di pentimento tra chi ha lavorato a suo tempo per l’istituzione del secondo pilastro previdenziale.Comunque il sistema, nel rispetto degli obiettivi previdenziali e di un’attività d’investimento prudente e controllata, ha retto, facendo registrare nel 2008 una perdita media del 6,3%, ridottasi all’1% nel primo trimestre 2009.Il sistema della previdenza complementare negoziale, ormai al decimo anno di operatività, è un’esperienza giovane che ha bisogno di stabilità, in coerenza con una missione fondata sul lungo periodo. E se continue incursioni normative non aiutano (si pensi solo ai diversi regimi fiscali succedutisi in questo decennio), occorre però rafforzare il sistema per far avanzare il processo di adesione ai Fondi ancora troppo ristretto, per offrire crescenti margini di sicurezza sugli investimenti, per accrescere le tutele in favore dei soci. Occorre migliorare il sistema, rafforzando i punti deboli, senza stravolgerne la missione, senza inserire nuove opzioni che ne snaturino il carattere di risparmio previdenziale a favore magari di forme neanche tanto mascherate di capitalizzazione o che ne annullino la componente data dall’investimento finanziario.Sono tre gli aspetti su cui si può soffermare l’attenzione per porre alcuni interrogativi. Innanzitutto la questione dell’informazione e del conseguente sviluppo delle adesioni, oggi ancora limitate a 2.055.600 aderenti per i Fondi negoziali (4,9 milioni compresi Fondi aperti e Pip).Tutti concordano che ci vuole più informazione, che occorre maggiore consapevolezza dell’abbassamento del grado di copertura della pensione pubblica, che esiste un’ignoranza diffusa che limita l’adesione ai Fondi, ma quasi nulla succede, almeno dopo il primo semestre 2007: debole l’azione dell’insieme delle parti istitutive, inesistente quella delle istituzioni. Mancano, salvo eccezioni, mezzi, strumenti e sedi dove il cittadino, associato o meno, possa attingere informazioni o rivolgersi per assistenza. Si rifiuta, con buone ragioni, l’idea di un’adesione obbligatoria, ma quali sono gli strumenti che consentono concretamente ai tanti lavoratori (cominciando da quelli della piccola e media impresa!) di non continuare a restare fuori da un’indispensabile integrazione pensionistica?Un secondo ambito riguarda le scelte d’investimento nei Fondi. Dopo un 2008 così negativo risulta evidente l’importanza di una scelta consapevole da parte dell’aderente: scelte d’investimento passive, casuali o silenti non aiutano. Tutti i Fondi hanno ormai il multicomparto (tre/quattro diverse linee d’investimento con diversi gradi di rischio/rendimento). Anche qui un’informazione diffusa e continuativa gioca un ruolo determinante.Ma la crisi dell’ultimo anno e mezzo è stata anche portatrice di intense riflessioni dentro i Fondi intorno alle strategie d’investimento. Se ne deve forse ricavare che la crisi ancora in atto sta dimostrando l’inaffidabilità dei mercati finanziari e quindi occorrerebbe dedurne l’esito negativo dell’esperienza della previdenza complementare? Non credo ci siano elementi oggettivi per pensarlo. Ciò non significa che la crisi non abbia prodotto stimoli circa la necessità di introdurre correttivi e miglioramenti, a partire dall’urgenza di un’informazione che ricordi all’aderente, ad esempio, il diverso status (di fronte all’investimento) di un lavoratore prossimo alla pensione rispetto ad un trentenne.La crisi ha anche favorito un’osservazione approfondita della composizione delle singole linee d’investimento (mix di obbligazioni, bond, azioni, ecc.), un più serrato dialogo con i gestori finanziari, tagliando il rischio là dove appariva eccessivo in questa fase, senza stravolgere un’impostazione che, come si è detto, si realizza su lunghi periodi e su diverse tipologie di soggetti coinvolti. Particolare interesse hanno assunto proposte di assunzione da parte dei Fondi di schemi cosiddetti life style o life cycle, ovvero automatismi che con il passare degli facciano recedere l’associato da investimenti più esposti a quelli più conservativi. Un dibattito che vede orientamenti diversi: più prudente da parte di chi ritiene che anche in questo caso il “rischio” debba essere basato sulla consapevolezza e quindi sulla responsabilità (e sulla consapevolezza informata) del singolo associato e chi invece privilegerebbe soluzioni più “paterne” e conservative.Un ultimo richiamo riguarda le tutele per gli associati ai Fondi. Gli statuti dei singoli Fondi sono scritti dalle parti sociali che li istituiscono (nell’osservanza delle leggi). L’aggiornamento degli statuti, attraverso accordi bilaterali che seguano l’evoluzione del sistema e i cambiamenti socioeconomici, riveste grande importanza. Come si vede in questa fase di pesanti difficoltà dei settori industriali, vi è un forte ricorso alla Cassa integrazione e un aumento consistente dei fallimenti aziendali (1.810 nel 1° trimestre 2007, 2.626 nel corrispondente periodo del 2009). Ciò determina per un verso aumento di richieste di riscatti da parte di lavoratori e per l’altro un aumento dei ritardi o delle inadempienze nei periodici versamenti aziendali ai Fondi. Sarebbe opportuno a quest’ultimo proposito che la Covip, l’autorità pubblica di Vigilanza sui Fondi, estendesse i propri poteri d’intervento verso i datori di lavoro tenuti alla contribuzione.